Nerissima (2026)
Nerissima Serpe
Alcuni dischi entrano nel crate in silenzio. Il voto parla da sè.
Leggi di piùMiglior traccia: Sento Suoni
Hits: Sento Suoni, Comunicazioni
Rime taglienti, flow alieni e bassi che sfondano le casse della macchina. Dagli States all'Italia, il meglio - e il peggio - del genere più popolare del momento!
145 album recensiti in questo genere.
145 album trovati
Nerissima Serpe
Alcuni dischi entrano nel crate in silenzio. Il voto parla da sè.
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Hits: Sento Suoni, Comunicazioni
Sayf
Diciamolo fin da subito: Santissimo è un bel disco. È il primo album ufficiale di Sayf, ma non arriva da un artista alle prime armi: c'è già un percorso dietro, fatto di un EP — Se Dio vuole — che aveva già mostrato flow, personalità e capacità di rappare, poi il pezzo estivo Sto bene al mare con Mengoni e Rkomi, poi Sanremo 2026 con Tu mi piaci tanto, secondo posto e disco d'oro. Quando arriva Santissimo, Sayf ha già un pubblico, e la domanda vera è: cosa ci fa con questo spazio?
La risposta è che non si accomoda. Nonostante il successo sanremese — un pezzo chiaramente orientato al mainstream — dedica gran parte del disco a qualcosa di più fedele alla sua identità. Ci sono tracce di forte ispirazione cantautorale che guardano a Genova e alla costa ligure, quella scena che da sempre incrocia il pop, la musica d’autore con la world music e il Mediterraneo: Parlar d'amore con Bresh è uno di questi momenti, come Cosa vuoi da me, che suona come una poesia per marinai e ricorda l'approccio di Izi nei suoi lavori più introspettivi, Aletheia in testa. Poi ci sono i pezzi più pop, sempre filtrati da certe sonorità latine dove il mare fa da sfondo — Princesa è l'esempio più diretto. A completare il quadro le tracce più banger, che mettono i puntini sulle "i": Raffaello — "ti canto la hit estiva e mi ubriaco solo al bar di zona" — o F.I.$ con Tedua, su un beat hood che non lascia dubbi su da dove viene.
Tante versioni di sé, eppure il filo si tiene. Merito anche di una biografia che le contiene tutte: cresciuto tra Genova e Santa Margherita, con mamma tunisina, Sayf porta nel disco entrambe le origini — il Mediterraneo ligure da un lato, l'influenza araba dall'altro, che emerge nel suono e nei momenti in cui l'italiano si mescola con il francese e l'arabo, senza stridere mai. Sempre riconoscibile e coerente.
Santissimo non è un capolavoro. Forse lo sarebbe stato se Sayf avesse dato più spazio al suo strumento, la tromba — c'è, si sente, ma non è mai protagonista — o a quel mood jazz-cabaret che chiude il disco con Randa Baraonda e che nel rap italiano quasi nessun altro esplora. È il territorio più originale del suo suono, e resta ai margini.
Il disco è lungo diciotto tracce, e qualcuna di troppo si sente. Ma la somma dei momenti riusciti è più che sufficiente a renderlo un buon progetto, piacevole da ascoltare, capace di accompagnare stati d'umore diversi. Per un esordio che arriva dopo Sanremo — con tutto quello che Sanremo porta dietro in termini di aspettative e pressioni — non è poco.
Miglior traccia: F.I.$. (feat. Tedua)
Hits: F.I.$. (feat. Tedua), COSA VUOI DA ME
JPEGMAFIA
Produzioni che disorientano, sample e frammenti di note appiccicati con lo scotch in un collage sonoro che sa sfiorare lo psichedelico. LP! non è il primo disco di JPEGMAFIA, ma è forse il più compiuto: il quarto album in studio, uscito il 22 ottobre 2021 — il giorno del suo trentaduesimo compleanno — e soprattutto l'ultimo sotto contratto con Republic Records. Un contratto che JPEG ha dichiarato apertamente di voler chiudere il prima possibile, e quella tensione si sente nel disco: c'è qualcosa di deliberatamente senza freni, come di uno che sa di non dover rendere conto a nessuno ancora per poco.
La release non è stata banale: due versioni, una "online" per lo streaming e una "offline" su Bandcamp e YouTube, con tracce escluse dalla prima per problemi di sample clearance. Le tracce della versione offline sono uscite poi come EP separato — Offline! — nel febbraio 2022, restituendo la visione originale dell'artista nella sua interezza.
LP! è uno di quei dischi che al primo ascolto non sai bene come classificare. Ti viene spontaneo chiederti se ti è piaciuto, e spesso la risposta non arriva subito. Il flow è impeccabile, il rap fluido — ma le produzioni sono un'altra cosa rispetto a quello a cui il genere ha abituato. Astratte, a volte volutamente svuotate e quasi grezze, a volte si riempiono in modo del tutto inaspettato — e a volte prendono direzioni che non ti aspetti proprio: End Credits! ha una base quasi interamente rock, chitarre comprese, e funziona. Gli esempi migliori sono brani come OG!, Nice! e Dirty!, dove la produzione sembra fatta da qualcuno che scuote un contenitore di latta — una sensazione che torna anche in BMT!, che apre quasi come una marcia industriale. È questa anomalia produttiva a colpire, e ancora di più il fatto che JPEG ci rappi sopra con una naturalezza disarmante. Ci sono anche momenti di rap più riconoscibile, come Rebound! o The Ghost of Ranking Dread!, ma sempre filtrati da un'estetica ben definita che non lascia spazio a derive commerciali.
Per chi ascolta rap in Italia e si è abituato al suono che gira sui mainstream — che sia drill, trap o qualsiasi cosa domini le classifiche — LP! è un'altra dimensione. È la prova che il rap può essere sperimentale senza perdere muscolarità, strano senza diventare intellettualistico. Se vuoi capire dove può arrivare il genere quando smette di adeguarsi agli standard, parti da qui.
Miglior traccia: DIRTY!
Hits: DIRTY!, THE GHOST OF RANKING DREAD!
Frankie hi-nrg mc
Il titolo del disco è la sua migliore descrizione: la voce di Frankie che scorre in un flusso continuo e ipnotico, parola dopo parola come un fiume in piena, su una produzione consapevolmente scarna — una batteria di Donato Stolti e gli scratch di DJ Stile che creano l'aggancio necessario al mondo dell'hip-hop. È un disco che tocca proprio l'essenza più pura del rap.
Le tracce riprendono brani storici rivisitati in questa nuova chiave strumentale, con ospiti che non sono lì per caso. Faccio la mia cosa con Tiziano Ferro funziona proprio nel contrasto: il ritornello è ipnotico, ripetitivo in maniera quasi ossessiva, e la voce di Tiziano si sposa perfettamente con quella di Frankie. L'effetto è ancora più tagliente perché qui la voce pop — che nasce dalle radici dell'hip-hop e dell'R&B — viene trascinata dentro un brano che critica esattamente quella trasformazione del rap in pop, l'addolcimento tecnico che ha caratterizzato la commercializzazione moderna. Autodafè con Fabri Fibra è uno dei momenti clou: la strofa di Fibra è molto lontana dal rap dei suoi ultimi dischi, più studiata metricamente, costruita apposta per il progetto di Frankie, e ricorda lo spirito di Turbe giovanili.
Dalla critica sociale alla critica all'industria musicale, il disco non sceglie la retorica spicciola: la esprime con un liricismo e un tecnicismo rari, come in Nuvole o Chiedi chiedi. La produzione minimalista ma impattante segue l'ipnotismo del flusso di Frankie, creando un'esperienza di ascolto totalizzante.
È il disco che ristabilisce il suo ruolo di maestro delle rime e della metrica: per chi il rap lo intende fondato su questo, è il disco giusto.
Miglior traccia: Autodafè e batteria (feat. Fabri Fibra)
Hits: Autodafè e batteria (feat. Fabri Fibra), Nuvole
Rancore
TAREK DA COLORARE — come quella copertina che sembra presa da un libro per bambini — è un disco che nasce da un gesto preciso: azzerare tutto. Dopo Xenoverso, progetto concettuale labirintico e densissimo, Rancore sceglie l'amnesia come punto di partenza, e torna al suo nome di battesimo, Tarek, per ricominciare a colorarsi da capo.
Rancore non si posiziona nel solito rap game italiano: non è il rapper degli eccessi e della saturazione digitale descritta in Basta!, gridato come liberazione, non è il rapper da Nuovo Single pompato nelle classifiche, non è l'Eminem italiano — al massimo la sua negazione. È più come uno Stuntman: conosce la tecnica, sa eseguire le performance più ostiche, ma il suo nome non è quasi mai in prima linea. Eppure il suo rap è da prima linea.
E il disco lo dimostra senza sosta. Rancore rappa in maniera serrata, iper-tecnica, con un flow scorrevole dall'inizio alla fine, con metriche e incastri da liricismo colto che nei rapper "commerciali" non trovi. In Neminem — costruita su un beat che cita spudoratamente The Real Slim Shady — scrive "Non so chi è il ministro della cultura / Non so se era minestra quella nella puntura / Cambia nome all'Illuminismo, fai la voltura": tre righe che smontano il vuoto culturale del presente con l'ironia affilata di chi quel presente lo conosce bene. In L'Italia è l'unico paese che, una barra come "Bestemmiare è una cosa che ha poco tatto / Ma traspare la voglia di un tuo contatto che sta traballando" ribalta la lettura comune: la bestemmia non come gesto di forza o provocazione, ma come segnale di insicurezza, la maschera di chi cerca un contatto che non riesce a chiedere diversamente.
Musicalmente il disco è vario ma sempre coerente: si passa da sonorità elettroniche ed elettro-pop a momenti che sfociano nella trap e nella drill, con produzioni che non si limitano ad accompagnare le parole ma le sostengono davvero.
Rimarrà una delle uscite rap più interessanti dell'anno.
Miglior traccia: L’Italia è l’unico paese che
Shiva
Vangelo è un disco divisivo, e lo si capisce già dalla premessa. Mesi di post su Instagram con versetti dei Vangeli, una promozione che lasciava presagire un concept album vero e proprio. La verità è che quel concept rimane a galla, in superficie — e se questo disco doveva rappresentare una redenzione per Shiva dopo tribunali e carcere, il risultato è solo parzialmente riuscito. Forse non è ancora pronto, forse il personaggio fa troppo comodo. I riferimenti religiosi sembrano spesso più un espediente per chiudere una rima che una riflessione genuina.
Paradossalmente, funzionano meglio sul piano musicale: i cori che danno un tocco gospel al suono, o i contrasti più espliciti — la voce che intona l'Ave Maria in Peccati sopra una base trap crea qualcosa di realmente interessante. Meno riuscita Obsessed, che campiona Promiscuous di Nelly Furtado in modo fin troppo fedele all'originale — un campione che poteva risparmiarsi.
Il punto più alto arriva esattamente al centro, con Dio esiste: sette minuti in un lungo flusso di coscienza, senza ritornello, senza beat switch che avrebbe rovinato tutto. Shiva oscilla tra il credere che Dio esiste e lui ne è la prova, o che non esiste — "forse son la prova che Dio, no, non esiste" — per quello che ha visto e vissuto. Lo fa con un liricismo che non aveva mai raggiunto prima. Coscienza, che chiude il disco, ha la stessa intensità: traspare un vissuto pesante, reale.
Il problema è che tra questi momenti, Shiva si smentisce e si contraddisce di continuo. Sa che i fan cercano altro, e glielo dà — salvo poi tornare su toni più consapevoli, come se stesse combattendo con sé stesso su cosa vuole essere questo disco. I brani che lo riportano sui binari battuti — Polvere rosa, Peccati, Take 6, Spie — funzionano e funzioneranno commercialmente, per le produzioni e il flow. Sono la sua zona di comfort. Ma in un progetto che partiva con queste premesse, annacquano tutto e ne riducono la forza.
Peccato, perché i momenti riusciti dimostrano che Shiva sa essere molto più di come si vende.
Miglior traccia: Dio Esiste
Hits: Dio Esiste, Coscienza
Kanye West
Kanye West è tornato il genio di una volta? È un nuovo Kanye — come canta in FATHER, Wake up to the new me — che cerca di ripulirsi dopo un periodo di deliri, uscite sui social antisemite e scandali continui? Sono domande a cui ha poco senso rispondere, perché alla fine deve parlare la musica. E BULLY sa dire qualcosa di nuovo su Kanye, ma anche qualcosa di molto familiare.
Il disco sintetizza in parte molti lavori precedenti, ma sa andare oltre. Il lavoro sui sample è come sempre magistrale — e a volte addirittura estremizzato. PREACHER MAN vive quasi interamente su un sample di To You With Love dei The Moments, velocizzato e rifinito fino a diventare qualcosa di nuovo. In I CAN'T WAIT è il ritornello stesso a farsi sample: il celeberrimo You Can't Hurry Love nella cover di Phil Collins. All'estremo opposto c'è un minimalismo lirico spinto, come in DAMN, che vive di una strofa ripetuta tre volte — una scelta che o funziona o stanca, a seconda di quanto si è disposti a fidarsi di Kanye.
Non mancano momenti liricamente toccanti: MAMA'S FAVORITE, dedicata alla madre Donda — figura da sempre centrale nella sua carriera — si chiude con la voce della madre stessa, creando uno dei momenti emotivamente più intensi del disco. Un legame con la famiglia che Kanye non ha mai abbandonato e che vive anche nella copertina: il figlio ritratto con l'Ohaguro, l'antica tradizione giapponese di dipingersi i denti di nero come canone estetico di bellezza — un'altra delle connessioni culturali che Kanye porta avanti da anni.
Non tutto funziona: LAST BREATH con Peso Pluma è il momento in cui la connessione non regge. Ma BULLY resta un disco con abbastanza momenti riusciti da ricordare perché Kanye, quando è Kanye, non somiglia a nessun altro.
Miglior traccia: PREACHER MAN
Hits: HIGHS AND LOWS, PREACHER MAN, MAMA’S FAVORITE, ALL THE LOVE
Promessa
In una scena rap spesso annebbiata dall'esaltazione gratuita della violenza e dall'ego-trip gonfiato per sembrare più gangsta di quanto si è, questo primo disco ufficiale di Promessa — rapper milanese classe 2003 — è una deviazione decisamente più interessante.
MORENDO AD OCCHI APERTI è un disco in cui il rapper riesce a sintetizzare con equilibrio il rap più giocoso e da banger — ma con una tecnica in fatto di rime, metriche e flow superiore alla media — con una introspezione genuina e racconti di vita del quartiere da cui emerge un legame sincero e radicato. Chi è di Milano Nord e di Zona Bicocca riesce letteralmente a vedere le immagini che racconta. La scrittura è uno dei punti di forza: per i giochi di parole — Ho la faccia d'angelo ma non sono felice / le buone maniere le lascio a chi ama far finta — ma anche per le immagini che porta — Fumo un'altra siga / Dicono che accorci la vita / In zona mia sembra vogliano morire tutti. Il tutto accompagnato da produzioni che, pur muovendosi nei suoni del genere, risaltano e sostengono bene la sua voce, graffiante, con un misto di incazzatura e rassegnazione.
Il disco si completa di alcune reference — forse volute, forse no — come in PAROLA PAROLA, che richiama sia per suono che per spirito di rivalsa BRNBQ di Sfera Ebbasta, o MEZZO BIANCO, dove la ripetizione ossessiva nelle chiusure delle strofe echeggia la celebre strofa di Caneda in Il Ragazzo d'oro con Guè.
MORENDO AD OCCHI APERTI è uno dei dischi della nuova scena rap italiana più riusciti degli ultimi anni e conferma le capacità del rapper di Bicocca: promessa di nome e di fatto.
Miglior traccia: LA VITA CHE VIVO
Hits: LA VITA CHE VIVO, GRANDE SALTO, IN MEZZO ALLA POLVERE
Heartman
PIU’ CHE SOLIDO è il primo disco ufficiale di Heartman, artista classe '98 di origini bresciane. Il primo singolo con cui si era fatto notare nel 2023, Esperienze Nuove, aveva acceso un certo interesse ed era diventato virale, anche grazie a una scrittura molto immediata.
Questo disco prende però sonorità abbastanza diverse: molto più trap, con produzioni dall'impronta americana — simili a quelle sentite anche in progetti molto recenti come quello di Baby Keem — che sembrano però stonare un po' con la vocalità molto melodica di Heartman.
C'è qualche traccia più riuscita delle altre, come KILIMANGIARO o BADDIE, ma nel complesso è un disco abbastanza monotono, poco ispirato — alcune melodie sembrano richiamare Lazza — e ripetitivo.
Miglior traccia: KILIMANJARO
DubZenStep
The Suicide Box è il disco d'esordio del rapper sardo DubZenStep. Il lavoro dimostra ancora una volta che fondere due generi distanti come il rap e il metal non è un'operazione banale, ed è facile scadere in prodotti poco coesi. E questo disco, purtroppo, non fa eccezione.
I problemi sono molteplici. La produzione, quando rimane in territorio rap — con chiari riferimenti all'hardcore e all'horrorcore — funziona anche discretamente, ma perde ogni logica nel momento in cui il disco scivola verso momenti "metal" dalla dubbia realizzazione, senza che la transizione segua un percorso convincente. Fa storcere il naso anche la scelta di intitolare una traccia Mayhem — riferimento esplicito alla più celebre band black metal di sempre — salvo poi costruirla su riff di heavy metal che con quel mondo hanno ben poco a che fare.
A tutto ciò si aggiunge un flow, una vocalità e un immaginario — 666 e affini — che sembrano attingere un po' troppo a piene mani da un suo collega sardo, della non lontana Olbia, decisamente più affermato. E come se non bastasse anche il dissing, velato ma non troppo, a Fabri Fibra trova poco senso — fottetevi voi e i vostri tori / a Pamplona.
In conclusione, un disco confuso, che cerca una direzione artistica precisa senza tuttavia trovare la strada per realizzarla con convinzione.
Miglior traccia: Don Vito (The 666th Sense)
Vaz Tè
VT3SOR è il terzo disco di Vaz Tè, uno dei membri della scena ligure forse rimasto più in ombra rispetto ai più noti Tedua e Izi.
Non è un disco che insegue la hit radiofonica né che si piega troppo ai trend del momento. C'è molta varietà nelle produzioni — dall'old school del brano con Tormento al beat sincopato di Il Vero Slim — ma le tracce che rendono meglio sono quelle più "Liguria" style, come Palese con Bresh, Youtube Youporn o Drilliguria dalla costa, quest'ultima insieme a Sayf che lascia una delle strofe migliori del disco per flow e delivery. Vaz Tè è sempre sul pezzo, con belle metriche e un flow piuttosto serrato.
I limiti che frenano un po' il progetto sono due: alcuni brani suonano più come esercizi di stile che come pezzi con qualcosa da dire, e le produzioni avrebbero potuto osare qualcosa in più. A volte emergono elementi interessanti — come un accenno di flauti in Trendsetter — ma sembrano poco sviluppati e abbandonati troppo presto.
Nel complesso è un disco per chi già ascolta rap e può apprezzare il flow di Vaz Tè, ma non è un progetto che prova a spingersi oltre.
Miglior traccia: Drilliguria dalla costa (feat. Sayf & Nader Shah)
Baby Keem
Ca$ino è il secondo progetto di Baby Keem, figlioccio artistico di Kendrick Lamar. Il talento di questo ragazzo è innegabile: il disco è autoprodotto e Keem dimostra una notevole capacità di muoversi su registri diversi — dai banger trap, costruiti sugli 808 ma arricchiti da sample e suoni insoliti, a pezzi più introspettivi e riflessivi. A tenere insieme il tutto c'è un filo conduttore sonoro preciso: i suoni da casinò, le slot machine, tornano ricorrenti lungo il disco, creando coesione e rimandando ai temi del denaro e del gioco d'azzardo che affiorano in diverse tracce.
Il flow e la delivery di Keem sono solidi in entrambi i mondi che abita, senza che nulla suoni fuori posto. Eppure Ca$ino non compie del tutto il salto che potrebbe. Il problema è duplice: da un lato una certa mancanza di originalità, dall'altro un'alternanza troppo brusca tra tracce frivole — “I just spent five million on a condo and don't be at home” — e momenti di vulnerabilità genuina — “too many alcoholics around when Grandma went to jail". Il contrasto potrebbe essere una forza, ma qui finisce per rendere il disco meno coeso di quanto il suo impianto prometta.
Miglior traccia: Good Flirts
J. Cole
Il titolo dice già tutto: 2014 Forest Hills Drive è l'indirizzo della casa dove J. Cole è cresciuto a Fayetteville, nella Carolina del Nord — quella in cui ha vissuto con la madre, il fratello e il patrigno, e che ha ricomprato nel 2014, lo stesso anno in cui ha pubblicato questo disco. Non è un dettaglio decorativo: è il punto di partenza di un album che guarda indietro per capire chi si è diventati.
Terzo disco in studio, generalmente considerato il suo più riuscito — anche se, ascoltandolo dopo The Fall Off, la sensazione è che Cole abbia continuato a crescere fino all'ultimo: più conscious, flow ancora più serrato, produzioni più ambiziose. Forest Hills Drive resta comunque un disco solido, forse il momento in cui l'equilibrio tra banger e riflessione funziona meglio.
Cole ha flow, tecnica e una delle penne più precise dell'hip-hop americano contemporaneo. Il suo modo di rappare ricorda Kendrick non per il suono — i due sono artisti distinti — ma per quell'approccio che sembra una riflessione continua, un flusso di coscienza che non si ferma mai. Le produzioni sono curate, con bassi spinti e qualche accenno trap che però non scivola nel plasticoso. E la scelta di non includere nessun featuring — una mossa dichiarata — dà al disco un'unità narrativa che molti album di quel periodo non hanno.
No Role Modelz e A Tale of 2 Citiez sono i pezzi dove quella tensione tra energia fisica e profondità lirica raggiunge il punto più alto. Due brani che da soli giustificano l'ascolto.
Miglior traccia: No Role Modelz
Hits: G.O.M.D., A Tale of 2 Citiez, No Role Modelz
Vacca & Inoki
Dopo il dissing ed essersi evitati per anni, Vacca e Inoki fanno pace e tornano con un joint album. Poteva “puzzare” di operazione commerciale e invece hanno realizzato un disco genuino, che sembra sentito e non costruito a tavolino. Ci sono anche delle idee abbastanza originali, come il pezzo sulla storia di Vacca cantato da Inoki e viceversa quello su Inoki cantato da Vacca. I punti di forza del disco sono sicuramente i testi, tutto sommato validi, che raccontano la loro storia nel contesto del rap. Ci sono però anche evidenti punti di debolezza che non fanno totalmente apprezzare il disco, a partire dalle produzioni che non osano e i flow un pò ripetitivi.
Leggi di piùMiglior traccia: Buste di Figu
Melons & Sick Lucke
Shaytan è un mixtape trap nato dalla collaborazione del rapper Melons con Sick Luke. Il marchio di fabbrica di Sick Luke è ben riconoscibile ma qui non troviamo proprio le sue migliori produzioni.
Il timbro graffiato di Melons è interessante - può ricordare Disme - ma flow e scrittura ancora molto acerbe. Un mixtape a cui difficilmente si concedono più ascolti.
Miglior traccia: MARTELLARE
J. Cole
“The Fall-Off” è il settimo album in studio del rapper americano J.Cole. E’ un disco su cui l’artista ha creato molto hype per diverso tempo, definendolo come la sua opera magna e probabilmente come la chiusura della sua carriera. Come spesso accade per i progetti attesi a lungo, qualcuno è rimasto deluso e qualcuno invece è saltato dalla sedia. Sicuramente non si può negare il fatto che è un disco ben costruito, pensato e molto vario.
Il progetto è diviso in due parti, metaforicamente chiamate disco 29 e disco 39. Il disco 29 dovrebbe rappresentare un salto nel passato, dove J.Cole ripercorre eventi della sua vita giovanile, e lo fa adottando anche un approccio molto diretto. E’ una parte colma di hit, di banger da club, con produzioni catchy - spesso orientati alla “trap” - e un flow a mitraglia, anche se per qualche fan di vecchia data potrebbe risultare ridondante rispetto alla discografia del rapper.
La seconda parte è invece molto più introspettiva e matura. Anche qui però le produzioni rimangono impeccabili, le parole di J.Cole scorrono piacevolmente sulle basi e c’è spazio anche per qualche momento molto originale, come l’immaginare un dialogo tra 2Pac e Biggie nel brano “What if”.
Un gran punto di forza del disco sono i beat switch: nonostante sia una tecnica ormai rodata, in questo disco ci sono degli ottimi beat switch, per nulla scontati, che impreziosiscono notevolmente il sound. A parte la lunghezza - 24 brani in totale - che potrebbe spaventare l’ascoltatore non avvezzo al genere, è difficile criticare questo progetto. Sicuramente rientrerà nei migliori dischi consegnati dal 2026.
Miglior traccia: 39 Intro
Hits: Bombs In The Village, 39 Intro, What if, WHO THE FUCK IZ U
J. Lord
Ne più ne meno di moltissimi altri dischi trap/gangsta rap che si sentono attualmente. Un peccato perché a fare rap in napoletano è fortissimo e ha una voce molto distinguibile. Ma la scelta del suono è veramente troppo banale, trita e ritrita.
Leggi di piùMiglior traccia: CRIMINALE
Kid Yugi
“Anche gli Eroi Muoiono” è il terzo disco in studio del rapper pugliese Kid Yugi. Il suo album precedente, i “Nomi del Diavolo”, è stato il disco che ha accesso definitivamente la curiosità su Kid Yugi, che si è imposto come uno dei pochi della nuova scena rap giovanile con grandi capacità di scrittura, in un panorama dominato dalla drill e dalla trap. Purtroppo in questo nuovo disco c’è poca evoluzione, sia sul piano della composizione musicale sia su quello lirico. Fa il suo, lo fa abbastanza bene, ma non spicca. Ripropone sostanzialmente quanto aveva già fatto con il disco precedente.
Il concept dovrebbe essere quello di raccontare disilusioni e fragilità che colpiscono anche gli “eroi” o comunque le persone di successo, quindi con evidenti autocitazioni. Il tema del successo è un tema enormemente abusato nel rap. Kid Yugi ha sicuramente dalla sua parte una grande capacità di scrittura, con numerose citazioni sia letterarie che alla cultura popolare, ma spesso sembrano più fine a se stesse che al servizio della narrazione vera e propria. Anche nelle produzioni non ci sono elementi di vera originalità e non emerge un sound “Kid Yugi”: le strumentali potrebbero essere tranquillamente utilizzate da qualsiasi altro rapper della scena attuale. Rimane quindi un disco sufficiente ma non aggiunge molto valore alla sua discografia.
Miglior traccia: Gilgamesh
Lacrim
Cipriani è il disco “italiano” del rapper francese Lacrim, nato con la collaborazione di quasi tutti i pezzi forti del rap italiano mainstream del momento. Se questo disco fosse uscito nel 2019, nel pieno del periodo “trap”, avrebbe avuto un senso. Oggi, un disco come Cipriani ha invece molto meno senso.
Non ci sono produzioni trap che spiccano o che sappiano distinguersi da quello che già si sente nel genere. Gli ospiti fanno la loro strofetta, con i soliti testi autocelebrativi o gangsta. Lacrim è anche bravo, avendo un timbro aggressivo molto riconoscibile ma meglio ricordarlo per il suo disco omonimo del 2019 che per questo.
Miglior traccia: Amori Stupidi
Geolier
Come affermato anche in alcune interviste, con questo disco Geolier aveva l’intenzione di portare un progetto più strutturato, che non suonasse come una playlist di pezzi. Tuttavia, il risultato finale non sembra così diverso. Come sonorità, non si è spostato troppo da quelle dei progetti precedenti - basi club, trap, qualche brano più pop o più old-school. Come liriche e flow rimaniamo nella confort zone, a parte qualche sperimentazione - vedi “Facil Facil” dove rappa “sussurrando” praticamente dall’inizio alla fine. Molto bello l’omaggio reso a Pino Daniele, che apre letteralmente il disco. Il disco riconferma Geolier come uno dei rapper più forti della scena in termini di tecnica e di stile ma non aggiunge altro.
Leggi di piùMiglior traccia: FACIL FACIL
A$AP Rocky
Un disco atteso da tantissimo tempo, data l’assenza prolungata di A$AP nella scena. Il risultato non soddisfa le aspettative. Suona come un album “rap/trap” nella media, senza particolari picchi.
Sicuramente ci sono diverse tracce piacevoli, che finiscono senza sforzo in playlist ma destinate a rimanerci molto poco. Tanta “trap” - forse troppa - tante rime sull’attitudine, qualche traccia per Rihanna e una specie di diss velato a Drake. Carina però la copertina disegnata da Tim Burton.
Miglior traccia: Playa
Nas
Illmatic esce nel 1994, stesso anno in cui il rap della East Coast sta cercando una risposta al dominio del gangsta rap californiano. Nas, vent'anni, Queensbridge, ci riesce nel modo più diretto possibile: un disco di 39 minuti, nove brani, zero sprechi.
Il team di produzione è un all-star dell'hip hop newyorkese — DJ Premier, Pete Rock, Large Professor, Q-Tip — ma la scelta stilistica che li accomuna è precisa e controcorrente: beat minimali, campionamenti jazz anni '70, spazio lasciato alla voce. Non si tratta solo di sottrazione estetica: è una scelta che mette Nas al centro di tutto, costringe l'ascoltatore a stargli dietro parola per parola. E Nas regge il peso benissimo.
N.Y. State of Mind è il momento che riassume tutto: il giro di basso di DJ Premier è ipnotico, il flow di Nas ci si incastra sopra con una precisione chirurgica che sembra quasi fisica. Represent va dall'altra parte — ritornello che muove il collo e il braccio, immediato, difficile da ignorare. Due facce dello stesso disco.
Il punto è che Illmatic non ti arriva subito. Non ci sono melodie forti, ganci radiofonici, niente che ti afferri al primo ascolto. Il flow di Nas può sembrare quasi monocorde, e i primi ascolti rischiano di scivolare via. Ma quando ti sintonizzi, diventa ipnotico: un liricismo denso, immagini crude di vita nei progetti di Queensbridge, una tecnica che non perde un colpo per 39 minuti.
Un disco che cresce con chi lo ascolta — non per tutti, ma per chi gli dà il tempo che merita, uno dei vertici assoluti dell'hip hop.
Miglior traccia: N.Y. State of Mind
Hits: N.Y. State of Mind, Represent, The World Is Yours, Memory Lane
Guè
Possiamo dire tranquillamente che il quinto capitolo della saga dei Fast Life è uno dei migliori dischi di Gue. Il tocco di classe arriva dalla collaborazione con uno dei migliori producer della scena hip-hop mondiale, Cookin Soul. Il risultato è un progetto dalle strumentali ricche e dettagliate, “lussuose” come vuole il titolo.
E’ un mixtape che suona veramente hip-hop e Gue rappa a regola d’arte dall’inizio alla fine, regalandoci sempre le sue perle e le sue punchline di una “ignoranza raffinata” che solo lui e pochi colleghi riescono a raggiungere. Non troviamo testi impegnati ma non è chiaramente lo scopo del disco. L’obiettivo è trasmettere il lusso, la “vita veloce” che da il titolo alla saga.
Un elemento distintivo del disco sono le innumerevoli citazioni al Giappone, che non si fermano alla superficie - nessuna barra scontata sul sushi di medusa o sulla tataki di tonno - ma confermano che quella per il paese del Sol Levante è una vera passione e ammirazione. Inoltre, è un disco che ospita dei featuring di eccezione. Oltre alla figlia Celine, che con Loquito ci regala una vera hit, non si può non citare Freddie Gibbs, con cui è riuscito a realizzare un brano dal sapore veramente americano.
Miglior traccia: Intro
Hits: Intro, Think About It
Tony Boy
Tony Boy rimane super prolifico e anche ad inizio 2026 pubblica un nuovo album. Meglio rispetto ad “Uforia”, sia per le produzioni di Waraiki - magari sperimentano meno rispetto a quelle di Sadturs&KIID ma risultano più “dritte” e comprensibili - sia per le performance vocali. In questo disco, ci sono meno effetti sulla voce, meno sbiascichi o lagne. E’ un disco dalle sonorità più cupe ed emotive. Non emerge particolarmente tra le uscite dell’anno ma si merita una sufficienza.
Leggi di piùMiglior traccia: Ansia 162
Articolo 31
Strade di Città è il disco d'esordio degli Articolo 31, uscito nel 1993, in un momento in cui il rap italiano doveva ancora consolidarsi come scena. Due ragazzi della provincia di Milano — J-Ax e DJ Jad — portano un suono che guarda chiaramente all'hip-hop americano, con un predominante spirito funk e una maestria negli scratch di Jad che è uno degli elementi più riusciti del disco.
È un album più intellettuale che trascinante. Rientra in quel filone del rap italiano dove la narrazione della società è predominante e la tecnica è al servizio di quella — emotivamente colpisce meno, ma ha una solidità e una coerenza di intenti che si sente. J-Ax dimostra già qui di saper fare entrambe le cose: rappare con rime precise e raccontare. I temi spaziano dalla vita di strada — non alla maniera gangsta, ma come osservazione urbana — alla denuncia della censura e alla libertà di parola.
Il nome stesso del gruppo non è casuale: Articolo 31 richiama l'articolo della Costituzione irlandese sulla libertà di espressione nei media, e Fotti la Censura è la traccia più diretta su questo fronte. Pifferaio Magico è forse la più interessante del disco: una favola politica costruita su un racconto che cresce strofa dopo strofa, dove la metafora funziona meglio di molte denunce esplicite.
La traccia più famosa è Tocca Qui — rime ambigue che alludono al sesso, il brano trainante commercialmente — che è anche la meno interessante del lotto. È un po' il destino di certi dischi: il pezzo più accessibile prende tutto lo spazio e oscura il resto.
Miglior traccia: Strade di Città
Gemitaiz
Elsewhere è il quinto disco in studio di Gemitaiz. Rispetto ad altri suoi lavori, qui ha fatto un lavoro più completo sugli arrangiamenti, che deviano leggermente dallo standard del genere nel panorama italiano attuale.
Le produzioni sono infatti più ricche e stratificate del solito. Quelle firmate da Mace lo riconfermano come uno dei producer più forti del momento — il flauto dalle ispirazioni indiane in Flowman è un tocco di classe.
A livello lirico non si registra una grossa evoluzione, ma va bene così: Gem è sempre riuscito a essere allo stesso tempo tecnico, espressivo e intimo — a modo suo — fin dai primi lavori, e qui si riconferma.
Nel complesso, un progetto costruito con cura, con diverse tracce che si apprezzano e crescono con gli ascolti.
Miglior traccia: Flowman
Hits: Flowman
Paky
Paky arriva da un esordio fortissimo, Salvatore, dove aveva trovato l'equilibrio giusto tra pezzi banger — puro gangsta rap senza fronzoli — e momenti più introspettivi. Con questo nuovo disco ha cercato di replicare quella formula senza una grossa evoluzione, il che non è necessariamente un male.
La prima parte dell'album lo dimostra: tanti banger perfettamente nel suo stile, pezzi che gasano se il genere ti appartiene. Nella seconda parte decide invece di accompagnarsi a nomi della scena pop femminile che difficilmente si accosterebbero a lui, con risultati alterni. Il feat più inaspettato — con Alessandra Amoroso — si rivela però uno dei più riusciti: la sua voce melodica sul ritornello contrasta benissimo con una strumentale cupa, mentre Paky rimane fedele a se stesso nelle strofe senza snaturarsi.
Un plauso anche alla strofa di Yugi, sopraffina per flow e precisione metrica.
Nel complesso, un disco che si avvicina per livello a Salvatore, ma a cui manca l'effetto sorpresa dell'esordio — e quell'assenza si sente.
Miglior traccia: Dio Non C’è (feat. Alessandra Amoroso)
Hits: Dio Non C’è, Cattivo Esempio
Emis Killa
Musica Triste, sesto disco in studio di Emis Killa, è un lavoro su cui si potevano nutrire aspettative molto basse, viste le ultime uscite dell'artista. È invece un disco tutto sommato riuscito.
C'è una certa varietà nelle produzioni, da pezzi più banger trap a pezzi più old-school o con un'anima più pop. Ma quello che colpisce maggiormente è il lavoro sui ritornelli: l'approccio è decisamente più hip-hop, e Emis sembra aver abbandonato il vizietto di scimmiottare le linee melodiche dei colleghi più giovani — Lazza su tutti.
Molti brani nascono chiaramente da riflessioni personali più sentite, come la title track, che è una sincera autoanalisi e disamina del proprio percorso artistico. Molto apprezzato anche il remake di Phrate dei Club Dogo — un omaggio che non suona né nostalgico né forzato.
Miglior traccia: Musica Triste
Hits: Musica Triste
Noyz Narcos
Settimo disco in studio per il rapper romano, Funny Games partiva già con aspettative abbastanza alte: sia per il font del titolo che riprende il logo dei Death, sia per la copertina palesemente ispirata a Non Dormire, il suo disco d'esordio e uno dei lavori più importanti del rap italiano. La speranza era quindi quella di sentire di nuovo un progetto veramente horrorcore, o magari qualche campionamento di brani storici del death metal. Invece non troviamo nulla di tutto ciò.
C'è sicuramente un lavoro certosino sulle produzioni da parte di Sine, che cerca in qualche modo di ricreare atmosfere cupe, dark e horror, ma sempre con un filtro trap spesso molto evidente. Noyz dimostra comunque di essere un fuoriclasse, portando in campo le sue doti migliori: citazionismo estremo — Narcos Noyz rap / Slayer, the top / player / Esco sempre ad Halloween come Michael Myers — slang e tutta la romanità che lo contraddistingue.
Il problema del disco è che fatica a lasciarti qualcosa oltre a qualche traccia banger: pochi argomenti, o comunque spesso sepolti sotto troppe citazioni.
Miglior traccia: Funny Games
Young Miko
Do Not Disturb è il secondo album in studio di Young Miko, una delle rapper portoricane più in vista della scena latin trap del momento. Il disco si muove interamente dentro i confini del genere, senza mai spingersi oltre — una scelta che accontenta i fan ma lascia poco spazio a sorprese.
Ci sono alcuni brani riusciti melodicamente, come Sexo de Moteles, e altri che aprono verso sonorità più reggaeton, come Dosis, dove il suo flow scorrevole rende tutto più naturale.
Il problema è che il disco si spiega in due o tre tracce: il resto è una riproposizione continua dello stesso sound, senza variazioni che tengano alta l'attenzione. Per un secondo album, ci si poteva aspettare qualche rischio in più.
Miglior traccia: Dosis
Hits: Dosis
Papa V & Night Skinny
Latte in Polvere è il disco giusto se si vuole rap volgarissimo, scorretto e coca-centrico — prendere o lasciare. Le basi trap sfondano i bassi e Night Skinny, rispetto ad uscite recenti, riesce nell'obiettivo di cucire attorno a Papa V il suono giusto: trap più diretta ma anche più stratificata, che lascia spazio alla grana vocale di Papa V senza sovrastarlo.
Bisogna però essere preparati a un linguaggio gratuitamente scorretto, che non cerca di impressionare tecnicamente ma di costruire la barra più rozza possibile — e qui è meglio non citare esempi.
I featuring si allineano a Papa V, ad eccezione di quello con Bresh: in un progetto tutto coca e mignotte, portarsi un po' troppo sul serio stona leggermente.
Nel complesso, un progetto che fa esattamente quello che promette — e se lo cerchi, ti diverte.
Miglior traccia: Tic Tic Tac
Hits: Tic Tic Tac, Mossa Strepitosa (feat. Kid Yugi), Pura Purissima (feat. Nerissima Serpe)
Noyz Narcos
Non Dormire esce nel luglio 2005 ed è senza dubbio uno dei dischi fondamentali del rap italiano — e in particolare della scena romana — e può stare tranquillamente accanto a pietre miliari come Mr. Simpatia o Mi Fist. Con questo esordio solista Noyz si fa riconoscere subito come un rapper originalissimo: attinge a un immaginario preciso e coerente, quello dell'horror e del culto della morte, e lo porta nel rap romano con una naturalezza che nessuno aveva avuto prima di lui.
Rime crude, spietate, flow violenti e produzioni incalzanti — beat che spesso mescolano hip hop con campionamenti da film di serie B e sonorità quasi metalliche. A completare il quadro, la presenza costante del TruceKlan: la crew di Noyz attraversa il disco come un collettivo compatto, descrivendo insieme a lui la vita delle strade romane, fatta di violenza e droga dilagante. Un album manifesto nel senso più pieno del termine.
Diverse tracce meritano menzione, ma tra queste sicuramente Verano Zombie, con quell'attacco di basso che ti aggancia subito e un ritornello diventato iconico — “Io vendicherò il mio crew / beo rum / fumo crack / faccio rap / in the panchine Truceklan va forte”. Poi la title track, con un campionamento iniziale R&B — chissà qual è? — e l'ingresso di Noyz da anthem puro. E White Gangasta, un altro momento che dimostra la varietà all'interno di un disco che non allenta mai la pressione.
Non Dormire è ancora oggi una delle massime espressioni del rap romano e dell'horrorcore italiano. Nessuno ai suoi livelli.
Miglior traccia: Verano Zombie
Hits: Verano Zombie, Non Dormire
Caparezza
Chi mi conosce sa che non sono un fan di Caparezza — eppure è impossibile ignorare la completezza e la maturità artistica dietro questo progetto.
Orbit Orbit è un concept album in cui l'artiste si racconta attraverso un espediente narrativo curioso: diventa il protagonista di un fumetto — pubblicato insieme al disco — che lo vede esplorare lo spazio e le sue stranezze. La connessione personale con il fumetto, che insieme alla musica gli ha salvato la vita, è fortissima, e affiora in una delle tracce migliori del disco, A Comic Book Saved My Life — "vado dritto per la mia strada tra bulli e cazzoti, / sono un moccioso tra le merde, infatto sembro Arale / o una fusione di Mafalda con il puffo quattrocchi" — versi che restituiscono con ironia e tenerezza l'immagine del bambino diverso che trova un rifugio.
Il suono è compatto e ben curato, le tracce scorrono senza intoppi, alternando momenti più elettronici ad altri decisamente più emotivi e personali.
Nel complesso, un ottimo album rap che arricchisce davvero le uscite dell'anno.
Miglior traccia: A comic book saved my life
Hits: A comic book saved my life
Capo Plaza
Hustle Mixtape Vol. 2 è un disco di cui non sentivamo il bisogno. Capo Plaza confeziona qualche banger trap anche ben prodotto, ma il progetto non aggiunge nulla di nuovo a un genere che in Italia inizia a girare su se stesso. Anche sul piano tecnico — flow, metriche, approccio al microfono — non c'è nulla che sorprenda o che rimanga impresso.
Un lavoro che funziona forse in macchina a volume alto, ma che esaurisce la sua utilità lì. Completamente dimenticabile.
Miglior traccia: Floyd Mayweather
Dave
The Boy Who Played the Harp è il terzo album in studio di Dave — pubblicato dopo quattro anni dopo We're All Alone in This Together — ed è un disco riuscito praticamente in ogni suo aspetto. Le produzioni sono fresche, potenti e ricche di sfumature: beat densi e mai monotoni, che vanno ben oltre il solito basso spinto e costruiscono un suono pieno, stratificato, capace di tenere l'attenzione dall'inizio alla fine.
Dave rappa con una sicurezza impressionante, portando quel flow tipicamente britannico che lo rende immediatamente riconoscibile e sempre credibile, qualunque sia il registro che sceglie. Il titolo è un riferimento biblico al Primo Libro di Samuele (1 Sam 16:14–23), in cui il re Saul chiama il giovane pastore Davide a suonare l'arpa per allontanare gli spiriti maligni che lo tormentavano — un'immagine che rispecchia bene il tono dell'album. Nei testi Dave affronta temi come la fede, il destino, la pressione del successo e la paura del fallimento, intrecciando introspezione personale e lucidità sociale con una maturità che in pochi riescono davvero a raggiungere. Tra i collaboratori figurano Tems, Kano e James Blake, ma è Dave il centro di gravità di tutto.
Senza girarci troppo intorno: è uno degli album rap più importanti dell'anno, non solo nel Regno Unito, ma a livello globale.
Miglior traccia: Marvellous
Hits: Marvellous, History
Mobb Deep
IInfinite è una sorta di disco tributo: è l'ultimo progetto ufficiale dei leggendari Mobb Deep, duo formato da Havoc e dal compianto Prodigy. L'idea nasce da The Alchemist — uno dei producer più in forma del momento — e da Havoc stesso, che hanno raccolto e prodotto registrazioni inedite lasciate da Prodigy. Il risultato è un disco dalle sonorità hip-hop street, in perfetta linea con lo stile del duo: quando lo ascolti, senti New York e le strade del Queens.
Le produzioni sono generalmente di buon livello: rifinite, stratificate, con sample azzeccati — basta sentire Taj Mahal o Against the World, che campiona un brano dello stesso Prodigy. I testi rimangono fedeli ai temi classici del duo — strada, sopravvivenza, durezza — e proprio per questo possono risultare ripetitivi per chi non è già dentro quel mondo.
Ottima invece la lista degli ospiti, da Nas a Ghostface Killah fino ai Clipse. Un ascolto consigliato, soprattutto per chi vuole salutare degnamente due icone del rap newyorkese.
Miglior traccia: Against the World
Ele A
Pixel è il debutto ufficiale della rapper svizzera Ele A. Si era già fatta conoscere nella scena rap italiana grazie a numerose collaborazioni. Qui conferma di avere flow e delivery solidi. Rappa con sicurezza e naturalezza, magari ancora un po’ monoflow e acerba in alcuni passaggi ma la base è decisamente forte.
Molto apprezzabile anche la scelta di evitare i soliti cliché legati alla figura della rapper donna, puntando invece su temi più personali e autentici.
Le produzioni sono curate — bassi profondi, qualche sonorità trap o più hip-hop classica — e mai plasticose, con un Night Skinny sorprendentemente più ispirato del solito. Anche i featuring funzionano bene, scelti con criterio e inseriti nel modo giusto — quello con Colapesce spicca su tutti.
In sintesi, un debutto fresco, sincero e con ottime prospettive.
Miglior traccia: Quintale
Visino Bianco
Visino Bianco è uno dei nomi della nuovissima scena da tenere sott’occhio, e questo EP, PORTANDO IL PESO — pur nella sua brevità — lo conferma.
Lo stile è interessante, anche se non completamente originale: si sentono influenze abbastanza evidenti, da Simba La Rue per certe sonorità più hood, fino a qualcosa di Artie 5ive.
Detto questo, il progetto suona comunque molto bene, forse anche oltre le aspettative per un EP. Il sound si muove su coordinate trap/hood, con atmosfere cupe, corpose e notturne.
I testi sono molto espliciti, portati con un flow quasi “nevrotico”, che trasmette bene una sensazione di tensione e follia interna.
Tra i momenti migliori, il featuring con 18K, scapigliato, decisamente riuscito.
Miglior traccia: scapigliato
Hits: scapigliato, oooo
Ernia
PER SOLDI E PER AMORE è il quarto disco in studio di Ernia. Purtroppo replica gli stessi errori del progetto precedente: ottimi testi, davvero conscious e personali — come PER I LORO OCCHI, in cui affronta il rapporto con i genitori, o PERCHE’ insieme a Madame, lucida disamina di ciò che porta l'individuo ad alienarsi dalla società — ma che non sono sostenuti da una musicalità adeguata.
Il disco è interamente prodotto da Charlie Charles, che però lascia perplessi. Le produzioni risultano anonime, vuote e poco inventive — e il problema non è tanto il minimalismo in sé, quanto il fatto che in molti brani non reggono il peso dei testi, lasciando Ernia senza una base su cui appoggiarsi davvero. Nei brani più introspettivi funzionano meglio, ma sono appunto le eccezioni.
Anche il flow, rimasto molto uniforme rispetto ai lavori precedenti, non aiuta. Peccato, perché il contenuto c'è ed è forte.
Miglior traccia: PER I LORO OCCHI
Hits: PER I LORO OCCHI, PERCHE’
333 Mob
OSTIL3 è il primo album del collettivo 333 Mob, guidato dal producer Low Kidd. La formula non è nuova né particolarmente innovativa — produzioni trap/hardcore con i bassi potenti avvolti però in atmosfera cupe e oscure, abbastanza tipico del suono di Kidd — ma per un esordio collettivo la coesione è già un risultato.
Quasi tutti gli ospiti (Lazza, Salmo, Nitro, Nerissima, tra gli altri) consegnano strofe tipiche da banger, da ascoltare ad alto volume.
Un album dal suono compatto che funziona quando si cercano vibrazioni “trap”, ma che difficilmente rimane a lungo nelle cuffie.
Miglior traccia: NO UBER
Massive Attack
Mezzanine esce nel 1998 ed è il terzo album dei Massive Attack — e probabilmente il loro lavoro più compiuto. Il trip hop c'è ancora, ma spinto verso territori più oscuri e fisicamente opprimenti: bassi pesantissimi, chitarre che arrivano dal post-punk e dall'industrial, campionamenti da Velvet Underground e Cure. Rispetto ai lavori precedenti del gruppo, è un disco più duro, più claustrofobico, costruito su atmosfere che ti entrano dentro lentamente.
Angel apre con un crescendo cinematografico che non ha fretta di arrivare da nessuna parte — liquido, sospeso, come se il suono stesse prendendo forma nell'aria. Inertia Creeps parte con una tensione da fuga, qualcosa che sembra voler scappare da se stesso, poi cambia passo e la voce entra a tagliare tutto. In mezzo a questo, Teardrop è la parentesi di luce dell'intero disco: la voce di Elizabeth Fraser dei Cocteau Twins porta qualcosa di quasi angelico che stona — nel senso migliore — con il peso del resto.
C'è una coerenza sonora che attraversa tutto il progetto senza mai cedere, e quella coerenza è anche la sua forza: non è un disco che si ascolta distrattamente, richiede attenzione e si prende il suo spazio.
Uno dei migliori album degli anni '90, e un punto di riferimento imprescindibile per tutta la scena alternative di fine decennio.
Miglior traccia: Black Milk
Hits: Teardrop, Inertia Creeps, Black Milk
Ernia
Io non ho paura arriva dopo il grande successo di Gemelli, e la pressione si sente. Ernia sceglie di rispondere aprendo se stesso più del solito: le paure — personali, generazionali, esistenziali — sono il filo conduttore esplicito del disco, e in certi momenti questa scelta paga davvero.
Il momento più alto è Buonanotte, dedicata al figlio mai nato: è il brano in cui Ernia si espone di più, e si vede. C'è una sincerità disarmante nel modo in cui affronta un'esperienza così privata, e il risultato è toccante senza scivolare nel patetico. Funziona anche Il Mio Nome, che campiona Say My Name delle Destiny's Child e vede comparire la sua ragazza nel ritornello — un gesto affettuoso che, se preso nel verso giusto, riesce a essere genuino.
Il problema è che queste punte emotive restano isolate. Le produzioni, per la maggior parte del disco, non reggono il peso delle parole: sono scarne, prive di personalità, e finiscono per lasciare i testi senza il supporto sonoro che meriterebbero. Nei brani più orientati al pop il problema si accentua: le melodie dei ritornelli sono prevedibili, costruite su schemi già sentiti. Ernia sa scrivere e ha una delivery solida, ma quando il beat non aggiunge nulla, quella solidità basta appena a tenere in piedi il brano.
Tutti hanno paura, che apre il disco con Marco Mengoni, non fa abbastanza per cambiare questa impressione. È un inizio che promette più di quanto il resto mantenga.
Miglior traccia: IL MIO NOME
Sick Luke
Occasione in gran parte mancata per questo secondo album ufficiale di Sick Luce. DOPAMINA suona slegato: la tracklist procede per salti bruschi di genere — dalla trap al pop alla Alfa — senza una direzione complessiva che tenga insieme i pezzi.
Paradossalmente, i momenti migliori arrivano dagli ospiti su cui si poteva avere meno aspettative. L'opening con Blanco e Simba è una accoppiata inaspettata che funziona proprio per il contrasto tra i due: è esattamente il tipo di cortocircuito che ci si aspetta da un producer album, dove le featuring dovrebbero generare qualcosa di inedito.
Stesso discorso per "Mayday" con Plaza, che insieme all'opening spinge su un ibrido pop/trap davvero originale e centrato. "Le Donne" con Tony Effe fa il suo mestiere senza infamia e senza lode. Il resto del disco, invece, fatica a lasciare il segno.
Progetto irregolare, con alcuni picchi reali ma troppo poco collante per reggere come album.
Miglior traccia: OGNI SBAGLIO (feat. BLANCO & Simba La Rue)
Hits: OGNI SBAGLIO, MAYDAY
Neffa
Canerandagio Pt. 2 è la seconda parte dell'omonimo progetto di Neffa, e si mantiene in linea con la prima — ma con un mood che, specialmente nella parte finale, si fa ancora più oscuro e notturno.
È il tipico disco che si sposa bene con certi momenti precisi: in macchina, di notte, di ritorno a casa. Rispetto alla prima parte c'è anche un approccio decisamente più tecnico da parte di Neffa, come in Santosubito/Rubik, un grandissimo esercizio di stile — scrivili, spingili sti beats, dischi lirici, impliciti, principi, gli inizi, incipit, riti mistici criptici. Tra le tracce più riuscite, la riflessione sul tempo in Domani con nayt.
Le criticità rimangono però quelle della prima parte: troppi featuring finiscono per togliere spazio a Neffa, che a tratti sembra quasi un ospite nel suo stesso disco, e il progetto nel complesso suona più come una playlist di brani — anche buoni — che come un lavoro dall'identità precisa.
Miglior traccia: Domani (feat. Nayt)
Hits: Domani (feat. nayt)
Olly
Io sono è il primo EP solista ufficiale di Olly e suona perfettamente in linea con la scuola rap ligure di quel momento. Le produzioni di JVLI e YANOMI richiamano quelle di Andrews Right o Shune — stesso tipo di atmosfera, stesso approccio minimale e denso — e la rappata di Olly, emo e incazzata con la vita, con quella voce graffiata, ricorda molto quella di Disme, che di lì a un mese avrebbe pubblicato Malverde. Un parallelo che non sembra casuale: stessa aria, stesso mood, stessa Liguria.
Tra i brani che funzionano meglio c'è Paranoie: testo sincero, ritornello melodicamente riuscito, il tipo di pezzo che si porta dietro dopo l'ascolto. Il resto del progetto è dignitoso ma non lascia troppo il segno. Un esordio sufficiente, con il potenziale già visibile ma ancora da sviluppare.
Miglior traccia: Paranoie
Salmo
Flop! è un'operazione che dice molto su come Salmo conosce sé stesso, il suo pubblico e il mercato in cui si muove. Arrivare dopo Playlist — disco pieno di hit mainstream e dischi di platino — significava sapere già in partenza che difficilmente si potevano replicare quei numeri. Salmo lo ha anticipato lui stesso, titolando il progetto Flop! fin dal principio: una mossa di marketing provocatoria, quasi dissacratoria, che trasformava un possibile limite in un manifesto. E in effetti, commercialmente, il confronto con Playlist regge: non è il disco della consacrazione di massa. Ma se ci si libera da quel paragone, il quadro cambia.
Perché Flop! sulla superficie sembra un progetto più disimpegnato, ma Salmo non ha lasciato nulla al caso neanche questa volta. La copertina che rielabora L'angelo caduto di Cabanel, il monologo recitato sul fallimento, i riferimenti religiosi disseminati lungo tutta la tracklist — niente è casuale. YHWH apre con un coro gospel e il ritornello centra subito il tema — "quando entro nel club tutti dicono Gesus" — , con Guè Pequeno come featuring tutt'altro che scontato: aveva appena pubblicato Gvesus, e l'accostamento funziona alla perfezione. È un disco che gioca su più livelli, anche quando sembra non farlo.
Sul piano sonoro, è rap che strizza al pop nelle sonorità ma confezionato con cura. Diverse tracce meritano menzione: LA CHIAVE con Marra è sorretta quasi interamente da una strofa fortissima del featuring, una delle sue migliori punchline del periodo; L'ANGELO CADUTO con Shari è il momento più intimo del disco, delicato e riuscito; KUMITE è il brano più mainstream, quello pensato per le classifiche, e ci arriva senza forzature.
Non è il disco della svolta né della grande riconferma. È un progetto consapevolmente più basso di profilo, che però si fa ascoltare con piacere e nasconde più sostanza di quanta ne mostri a prima vista.
Miglior traccia: LA CHIAVE (feat. Marracash)
Hits: LA CHIAVE (feat. Marracash) , L’ANGELO CADUTO (feat. Shari)
JID
God Does Like Ugly è il quarto album in studio del rapper americano JID, classe 1989.
Si tratta di un progetto solido e ben strutturato, che trova un buon equilibrio tra tracce più immediate e “banger” da club — legate alle sonorità trap tipiche di Atlanta — e brani che invece si muovono nella direzione dell’hip-hop più classico.
Il vero punto di forza del disco è senza dubbio la tecnica di JID: straordinario negli extra-beat, negli incastri e nei continui cambi di flow, dimostra ancora una volta di essere un rapper di altissimo livello. Da questo punto di vista, è semplicemente impressionante.
Probabilmente non è un album destinato a segnare un punto di svolta nell’evoluzione del genere, ma se si cerca del rap americano di qualità, ben prodotto e tecnicamente impeccabile, è sicuramente una scelta centrata.
Miglior traccia: Gz
Hits: Knew Better, Gz
Freddie Gibbs & The Alchemist
Dopo il primo capitolo — che valse una nomination ai Grammy nel 2020 — Freddie Gibbs e The Alchemist tornano a collaborare nella serie Alfredo con un secondo episodio assolutamente all’altezza del precedente.
Le produzioni sono di altissimo livello dall’inizio alla fine: The Alchemist costruisce un suono estremamente curato e omogeneo, capace di dare al disco un’identità precisa, rendendolo un vero album e non una semplice raccolta di tracce.
Freddie Gibbs, dal canto suo, conferma una tecnica impressionante, che emerge soprattutto nei momenti in extrabeat, dove gioca con il tempo e con le metriche con grande naturalezza.
A impreziosire il tutto ci sono anche dettagli stilistici riusciti, come gli outro in giapponese: un vero tocco di classe che contribuisce a definire ulteriormente l’atmosfera del progetto.
Miglior traccia: Ensalada
Vegas Jones
Bellaria è il primo vero salto mainstream di Vegas Jones, e si sente subito che il ragazzo sa rappare. Tecnicamente è superiore a gran parte della scena trap del momento — rime costruite, flow impeccabile, un controllo del ritmo che non è roba da dare per scontata.
Il disco suona benissimo, e il merito è anche delle produzioni west-coast di Boston George e soci: basi che ti trasportano su una spiaggia californiana anche se fuori piove a Cinisello. Malibu è la hit che apre il mondo di Vegas Jones a un pubblico più largo, ma il disco regge dall'inizio alla fine — Cristo, Yankee Candle, la title track sono tutte tracce che funzionano.
L'unica riserva, e Vegas Jones probabilmente lo sa, è che le parole scivolano via. Non è questione di autocelebrazione o di temi scontati — è che i testi non ti portano da nessuna parte in particolare, non colpiscono, non rimangono.
Ascolti, ti godi il flow, e dopo non ti ricordi cosa ha detto. Per un certo tipo di rap è un peccato veniale; per un disco che suona così bene, ogni tanto ti viene voglia di qualcosa in più. Ma Bellaria non pretende di essere altro, e nella misura in cui non lo pretende, fa esattamente quello che deve fare.
Miglior traccia: Bellaria
Hits: Bellaria, Malibu, Yankee Candle, Cristo
MF DOOM
MM..FOOD è il secondo album di MF DOOM sotto quel nome — e già il titolo dice tutto: è un anagramma di MF DOOM, e il cibo è sia il tema letterale che la metafora portante dell'intero disco. Ogni brano ruota attorno a un riferimento culinario che nasconde un secondo livello di lettura — il rap, la società, i rapporti tra colleghi. Un concept costruito con una coerenza totale, dall'artwork alle liriche agli sketch.
Musicalmente è un disco che non fa sconti: zero ritornelli banalmente catchy, solo rap serrato con incastri studiati su produzioni che fanno uso abbondante di sample e stralci di serie animate degli anni '70 e '80 — perfettamente coerenti con l'immaginario da supercattivo mascherato che DOOM aveva costruito attorno a sé.
Rapp Snitch Knishes è il momento che incarna tutto questo meglio di qualsiasi altro: un riff di chitarra iconico che si sposa perfettamente con il flow di DOOM e quello di Mr. Fantastik, due voci che si incastrano come ingranaggi.
Il disco è tecnicamente sopraffino — gli incastri ritmici e il liricismo denso richiedono attenzione, ma ne vale la pena ad ogni ascolto. Un capolavoro dell'hip hop underground, rimasto intatto nel tempo.
Bomba.
Miglior traccia: Rapp Snitch Knishes
Hits: Rapp Snitch Knishes
Massimo Pericolo
Scialla Semper è uno degli album d'esordio più forti del rap italiano post 2016. Il titolo non è casuale: Scialla Semper era il nome dell'operazione antidroga che nel 2014 portò all'arresto di Massimo Pericolo e di altre trenta persone. Ribaltarlo come titolo del proprio disco d'esordio è già di per sé una dichiarazione — rivincita, con il proprio successo, a un sistema che ti aveva già giudicato.
In un momento dominato dalla vuotezza estetica della trap, Massimo Pericolo si fa spazio raccontando le frustrazioni e il senso di vuoto di un ragazzo di provincia uscito dal carcere dopo aver scontato una pena per spaccio di sostanze leggere. Non c'è nulla di costruito: l'urgenza è reale, e si sente. Il rap è spiccio, diretto, senza pose — e in quel 2019 suonava come qualcosa che mancava da tempo.
Le produzioni di Phra Crookers e Nic Sarno non sono il punto forte del disco, ma assolvono bene al loro compito: un suono sporco, quasi grezzo, che Massimo Pericolo stesso definisce "emo-drill" — un ibrido tra la durezza della drill e una vena più intima e malinconica. È il tappeto giusto per il tipo di racconto che vuole fare. Sabbie d'oro, Amici e la title track sono le tracce più intense, quelle in cui il peso specifico delle liriche si sente di più. Ma il disco stupisce anche nei momenti più duri e aggressivi, come Ansia con Ugo Borghetti — uno dei featuring più riusciti. Totoro, presente nella riedizione Emodrill Repack, è un'altra gemma da non perdere.
Un piccolo grande disco, che ha aperto una crepa nel rap italiano e ci ha ricordato che l'urgenza espressiva, quando è vera, non ha bisogno di altro.
Miglior traccia: Amici
Hits: Sabbie D’oro, Amici, Totoro
Neffa
Neffa e i Messaggeri della Dopa esce nel 1996, primo disco solista di Neffa dopo l'esperienza Sangue Misto. Il titolo è già un omaggio dichiarato agli Art Blakey & the Jazz Messengers, e la musica segue coerentemente: produzioni jazz-rap con campionamenti da Herbie Hancock, Miles Davis e James Brown, un sound decisamente black che all'epoca suonava come qualcosa di diverso da tutto il resto del rap italiano.
Il disco funziona come collettivo — 18 featuring, la scena tutta raccolta intorno a Neffa — e liricamente sia lui che gli ospiti reggono bene, con una tecnica solida e un'identità precisa. Aspettando il sole, con il ritornello di Giuliano Palma, resta il momento più accessibile e anche quello che aprì le porte della radio al rap italiano per la prima volta.
Il problema è che quella matrice jazz-rap minimale, per quanto distintiva nel contesto dell'epoca, oggi accusa il peso degli anni. Le produzioni grezze che allora erano una scelta stilistica adesso suonano semplicemente datate, e quell'estetica — affascinante nella sua purezza — non ha la stessa presa di ascolti più recenti. Non è un difetto del disco in sé, è il limite di un suono così figlio del suo tempo.
Un documento importante per capire le radici dell'hip hop italiano, ma probabilmente non un ascolto per tutti oggi.
Miglior traccia: Aspettando il Sole
Kanye West
My Beautiful Dark Twisted Fantasy nasce da una caduta. Dopo il caso Taylor Swift agli MTV VMA del 2009 — il microfono strappato, la gogna mediatica, il ritiro volontario alle Hawaii — Kanye torna con quello che lui stesso ha definito una scusa a rovescio: non mi dispiace, vi dimostro di cosa sono capace. Il risultato è un disco enorme, rutilante, quasi eccessivo per definizione.
Complesso e sperimentale, con un'ambizione che tocca il prog nel modo in cui le strutture si espandono e le produzioni si stratificano, MBDTF ha al centro un dualismo preciso: gli eccessi, i desideri proibiti, la caduta — tutto ciò che fa di Kanye un "mostro" — sono anche la sorgente della sua arte. Non è autoindulgenza, è autobiografia.
Ci sono momenti che restano impressi. Dark Fantasy apre il disco con un'intro narrata da Nicki Minaj, voce quasi diabolica che lascia il passo a un coro gospel e a una produzione che riprende i colori caldi di The College Dropout. Power è diventata una hit globale con un intro che sembrava impossibile da rendere così memorabile e un sample di 21st Century Schizoid Man dei King Crimson. E poi c'è Runaway: una singola nota ripetuta al pianoforte, e Kanye riesce a renderla iconica, eterna. È il tipo di intuizione che o hai o non hai.
Il problema è che con tanti featuring il disco non mantiene sempre lo stesso livello. Brani come Gorgeous o So Appalled non aggiungono granché, e in generale la presenza degli ospiti diluisce più che arricchire — con le eccezioni giuste: Pusha T su Runaway e lo show di Nicki Minaj su Monster sono un'altra storia.
Rimane un disco straordinario, e per molti il suo capolavoro assoluto. Personalmente, resto convinto che The College Dropout sia ancora il suo vertice — e aggiungo una cosa che potrebbe sorprendere: Donda, con meno sperimentazione ma più emozione, per me gli sta sopra anche questo. MBDTF è grandioso, ma la grandiosità a volte copre qualcosa invece di rivelarlo.
Miglior traccia: Power
Hits: Power, Runaway, Dark Fantasy
Wu-Tang Clan
Enter the Wu-Tang (36 Chambers) esce nel novembre 1993, in pieno dominio del G-funk californiano di Dr. Dre. Il Wu-Tang arriva da Staten Island — il borough più dimenticato di New York — e suona come una risposta diretta e volutamente anti-commerciale a tutto quello che girava in radio: niente melodie patinate, niente ritornelli catchy, solo boom bap minimale e nove MC che si passano il microfono a colpi di rime e punchline.
Rispetto all’altra gemme del genere, Illmatic, che uscirà pochi mesi dopo, questo è un disco più grezzo e più aggressivo — i flow sono meno melodici, meno levigati, e l'energia collettiva prevale sulla tecnica individuale. Il collante è RZA, che costruisce i beat campionando soul anni '70 e inserendo dialoghi dai film di arti marziali che il gruppo divorava — da lì l'immaginario Shaolin, i nomi d'arte, tutta l'estetica. Non è folklore decorativo: è un'identità precisa e coerente che non assomigliava a niente di quello che esisteva all'epoca.
Wu-Tang Clan Ain't Nuthin' ta F' Wit ha un inizio ansiogeno che ti aggancia prima ancora che arrivi il primo verso — e chi segue il rap italiano non può non riconoscervi il beat ripreso da Fabri Fibra nel dissing con Vacca, a conferma di quanto questo suono abbia attraversato generazioni e oceani. C.R.E.A.M. e Method Man fanno il resto.
Una pietra miliare dell'hip hop americano, e uno dei dischi che ha ridisegnato i confini della East Coast.
Miglior traccia: Wu-Tang Clan Ain’t Nuthing ta F’Wit
Hits: Wu-Tang Clan Ain’t Nuthing ta F’Wit, C.R.E.A.M.
Caparezza
Nessun dubbio sul fatto che Caparezza sia un liricista fuori categoria. Prisoner 709 lo conferma: sedici tracce con testi ispirati, densi, che spaziano dalla crisi d'identità all'acufene che lo ha tormentato dal 2015 — quella "prigione mentale" da cui il disco prende il nome e la forma. Un album maturo, con una costruzione tematica solida e una produzione tutt'altro che banale.
Il problema, almeno per chi scrive, è un altro. La voce di Caparezza e il suo modo di rappare sono una di quelle cose che o ami o odi: un flusso molto riconoscibile, quasi ipnotico, ma anche tendenzialmente ripetitivo. Quando quel flow trova una valvola di sfogo in un ritornello melodico che spacca, tutto funziona. Quando invece rimane su sé stesso, senza un gancio che alleggerisca o spezzi il ritmo, il disco perde presa — e su Prisoner 709 succede più spesso di quanto si vorrebbe. I ritornelli, nella maggior parte dei brani, non lasciano il segno.
Le eccezioni ci sono, e vanno cercate. Una Chiave riesce a essere insieme autobiografica e orecchiabile, con quella spinta emotiva che manca altrove. Ti Fa Stare Bene, la più radiofonica, fa esattamente quello che dovrebbero fare i brani migliori di Caparezza: usa la leggerezza come cavallo di Troia per dire qualcosa di vero. Peccato che il resto del disco non raggiunga spesso quella stessa sintesi.
Miglior traccia: Una Chiave
Hits: Una Chiave
Jake La Furia & Night Skinny
Non si capisce di cosa abbia "fame" Jake La Furia. Rappa bene, tecnicamente non si discute, ma per dodici tracce dice sostanzialmente la stessa cosa: strada, armi, droga, il solito repertorio del rap duro italiano, senza uno spunto di storytelling originale né un contenuto che lasci il segno.
Un disco che gira in tondo su se stesso, stancante proprio perché non si prende mai il rischio di dire qualcosa di diverso. Nelle ultime due tracce si intravede finalmente un minimo di profondità — ma arriva troppo tardi per cambiare il giudizio complessivo.
Le produzioni di Night Skinny non aiutano: tutte appiattite sullo stesso schema, con sample che invece di aggiungere spessore sembrano buttati lì senza una vera visione. Un disco che delude proprio perché le premesse ci sarebbero.
Miglior traccia: Generazioni
Guè
Con Gentleman Guè aveva già iniziato ad avvicinarsi alla trap della nuova generazione, rimanendo però ancora in parte ancorato al suo background. Sinatra è il passo successivo — nel senso peggiore. È il disco in cui quella virata diventa definitiva e il risultato è deludente: produzioni trap spesso anonime, e quando esce dalla trap non riesce a trovare un suono che si distingua. Un disco che suona di plastica usa e getta, senza quasi nulla da dire e senza la personalità per dirlo comunque.
Gli skip sono tanti e vengono facili: Babysitter, Hotel, Sobrio — pseudo-canzoni d'amore senz'arte né parte, il tipo di brano che un rapper del calibro di Guè non avrebbe dovuto nemmeno registrare. Il tentativo di campionare Oro di Mango in Bling Bling ha una sua logica sulla carta, ma il risultato non convince. Modalità Aereo con Marracash e Luchè si salva, ma più per il peso specifico dei tre nomi messi insieme che per meriti propri — quando hai quelle tre voci sullo stesso brano è difficile fare un disastro.
Miglior traccia: Modalità Aereo (feat. Luchè & Marracash)
Guè
Dopo Vero, disco con un peso specifico ben diverso, Guè decide di togliersi il cappotto e fare un disco di banger. Scelta legittima, e in fondo lui è uno dei pochi della vecchia guardia che può permettersela: le punchline restano affilate, il flow non tradisce, e su basi trap non sfigura come molti suoi coetanei avrebbero fatto.
Il punto è che Gentleman non ambisce a essere altro, e si vede. Scorre bene, è disinvolto, fa il suo lavoro — ma è un disco che oggi non avresti motivo di rimettere su. Rispetto a Santeria, dove la trap era un ingrediente tra tanti in un progetto più vario e iconico, qui è il registro dominante dall'inizio alla fine, e l'effetto è quello di una playlist ben curata ma difficilmente memorabile.
Le hit però ci sono: Relaxxx con Marracash è il momento più alto, flow e produzione che si incastrano come si deve. Lamborghini con Sfera — prima grande collaborazione tra i due — è diventata virale con una certa ragione. Poi Trinità, Scarafaggio. Roba da mettere su ad alto volume e non pensarci troppo. Gentleman lo sa benissimo, e non si scusa.
Miglior traccia: Relaxx (feat. Marracash)
Hits: Relaxx (feat. Marracash)
Guè
Chi mi conosce sa che Guè non è mai stato uno dei miei rapper preferiti. Ottimo punchliner — forse il migliore d'Italia — e quasi sempre accompagnato da produzioni all'altezza, ma c'è una certa ripetitività tematica nella sua discografia: soldi, lusso, autocelebrazione. Il personaggio è sempre quello, e a lungo andare stanca.
Detto questo, Vero è probabilmente il suo disco solista più riuscito, quello in cui riesce a trovare un equilibrio che altrove fatica a tenere.
Arriva nel 2015 con un dettaglio non da poco: è il primo disco di un rapper italiano distribuito dalla Def Jam Recordings — la storica etichetta americana di Jay-Z e Kanye. Un riconoscimento che dice qualcosa sul posto che Guè aveva conquistato nella scena, e che la cover sintetizza perfettamente: lui seduto su un trono, tutti al suo servizio. Un'immagine che non lascia spazio a interpretazioni.
Le Bimbe Piangono e Mollami sono diventate iconiche soprattutto per i ritornelli — quella capacità di costruire hook che rimangono in testa è una delle cose che Guè sa fare meglio quando è in forma. Ma i momenti più intensi del disco sono altrove: ad esempio Eravamo Re è tra i brani più sentiti, quello in cui abbassa le difese. E poi c'è Squalo — mood cupo, sound più vicino alla trap che all'hip-hop classico — che anticipa una direzione che esploderà nei dischi successivi. Nel 2015 era ancora un segnale debole, ma si sentiva già.
Per la sua carriera è stato un disco importante. E per chi come me fatica a entrare nel mondo di Guè, Vero è probabilmente il punto di accesso migliore.
Miglior traccia: Squalo
Guè
Probabilmente non c'è alcun nesso tra il vedere Guè con la corona di spine in copertina, il titolo Guesus, e il contenuto del disco — o forse voleva dirci che è il Messia del Rap. In ogni caso, il marketing è stato geniale: regalare ai top ascoltatori mensili una statuetta di lui nei panni di Gesù è una mossa che pochi si sarebbero sognati. Non facciamoci troppo questa domanda e godiamoci il disco.
Che fa il suo dovere, senza troppe pretese e senza deludere. Lo stile è quello inconfondibile di Guè — flow controllato, produzioni al passo con i tempi — ma rispetto ad altri suoi lavori qui l'elemento R&B è più presente del solito, e non suona forzato. Veleno è forse il momento più radiofonico: ritornello catchy, costruzione solida, il tipo di brano che non stufa. Dall'altra parte della bilancia ci sono Sponsor e Blitz, più duri, più immediati nel colpire. Il disco sa muoversi tra questi registri senza perdere coerenza.
Non è un lavoro che stravolge la sua discografia o porta novità particolari al rap italiano, ma negli ultimi anni Guè ha costruito qualcosa di preciso: una cifra stilistica riconoscibile, un prodotto che ogni volta viene servito in salse diverse ma sempre con la stessa qualità di base. Guesus non fa eccezione. Chi cerca sperimentazione è meglio che guardi altrove; chi vuole un disco mainstream fatto da uno dei pesi massimi del genere, qui trova esattamente quello che cercava.
Miglior traccia: Veleno
Sapobully
Alcuni dischi entrano nel crate in silenzio. Il voto parla da sè.
Leggi di piùMiglior traccia: Trapstar
Guè
La premessa era importante: Bassi Maestro alle produzioni, un nome che nel rap italiano ha un peso specifico importante. E le produzioni, infatti, non deludono. Il disco è un viaggio nell'hip hop classico — boom bap duro, piano malandrino, synth plasticosi anni '80 — condotto da qualcuno che quella roba la conosce a memoria e sa come renderla ancora viva. Tuta Maphia con Paky è l'esempio più diretto: è old school nell'anima, ma non suona polveroso, ha qualcosa di contemporaneo nel modo in cui è costruita. Il filo conduttore più divertente del disco è però il tributo continuo a 50 Cent: Prefissi campiona il ritornello di Wanksta, Cookies N' Cream con Anna e Sfera Ebbasta rivisita apertamente Candy Shop — e su Guè, che da anni viene chiamato la versione italiana di Fiddy, queste citazioni calzano talmente bene da sembrare quasi inevitabili.
Sul lato testi il discorso è più complicato. Lontano dai Guai con Mahmood è il momento più sentito del disco e uno dei brani che rimangono di più. Il resto si muove sui binari abituali: strada, lusso, autocelebrazione. Niente di sbagliato in sé, è il territorio di Guè da sempre, ma ascoltando Madreperla è difficile scrollarsi di dosso la sensazione di averlo già sentito. Non è un disco che aggiunge qualcosa a quello che il Guercio ha già detto — è più una conferma che un passo in avanti, e in una discografia così fitta comincia a pesare.
Rimane un ascolto solido, soprattutto per chi ama il genere. Ma il vero protagonista, alla fine, è Bassi Maestro.
Miglior traccia: Prefissi
Hits: Prefissi, Cookies N’ Cream
Ghali
Album era stata una novità importante per il rap italiano. Con DNA, Ghali si riconferma — ma non fa un passo in avanti deciso. Le qualità ci sono e sono riconoscibili: le melodie, un flow caratteristico, la capacità di costruire hit che stanno a metà tra rap e pop. Good Times e Boogieman lo dimostrano, e stanno entrambe sullo stesso livello — pezzi che funzionano, che rimangono in testa, che fanno quello che devono fare. Il problema è che intorno a questi momenti c'è una sfilza di tracce che ascolti una volta e dimentichi.
DNA è un disco con più pop del precedente, ma quella virata non sempre convince: troppo spesso si ha la sensazione di un equilibrio cercato e non trovato, di pezzi che scivolano via senza lasciare nulla.
L'eccezione più bella è Barcellona: un brano d'amore cantato dalla prospettiva della partner, con un ribaltamento nella seconda strofa — più rap, meno melodica — che spezza il ritmo nel modo giusto. C'è un sapore nostalgico che regge dall'inizio alla fine, e un ritornello che è forse il migliore dell'intero disco.
Alla fine DNA è un lavoro onesto, ma onesto nel senso più limitante del termine. Fa bene alcune cose, non sbaglia clamorosamente, e non rischia quasi mai.
Miglior traccia: Barcellona
Hits: Barcellona
Ice Spice
Classico album di banger da macchina. Le produzioni di RiotUSA — il producer storico di Ice Spice, conosciuto al college — mixano drill e jersey club in modo chirurgico: bassi che sfondano, 808 distorti, hi-hat che non ti mollano. Plenty Sun e Bitch I'm Packin' sono la migliore rappresentazione di ciò.
Il problema è tutto il resto. Ice Spice ha una voce con un suo carattere, ma Y2K! è un progetto che regge sulle produzioni, non su di lei. E i testi sono semplicemente imbarazzanti: quando una delle parole più ricorrenti dell'album è "fart", è difficile prendere sul serio qualsiasi velleità artistica. Ventiquattro minuti che passano veloci, ma non per le ragioni giuste.
Miglior traccia: Plenty Sun
Disme
Le aspettative dopo Malverde erano alte, e Lieto Fine non le soddisfa del tutto. Il problema principale è la ridondanza: troppe tracce che suonano simili, beat che restano piatti e finiscono per valorizzare poco un rapper come Disme, che ha un flow riconoscibile e una voce con un carattere preciso nella scena. Malverde sapeva fondere durezza e melodia in modo naturale, passando da un approccio crudo e cupo a ritornelli che ti entravano in testa senza sembrare forzati. In Lieto Fine quei momenti sono rari.
L'eccezione è Benzina: qui il ritornello funziona, il flow si apre, le inflessioni costruiscono una melodia vera nonostante la voce rimanga chiusa e cupa — ed è esattamente la cosa che altrove manca. Tra i featuring, quello di Izi su un beat più spagnoleggiante ha una sua personalità, anche se stona un po' con il resto del disco.
Peccato, perché Disme ha tutto per fare meglio. Il flow c'è, il carattere c'è — mancano le produzioni che li esaltino.
Miglior traccia: Benzina
Hits: Benzina, Latitanza (feat. Izi)
Shiva
Milano Demons non è un disco che sposta qualcosa. Né sul piano testuale — i testi restano in superficie, senza ambizioni particolari — né su quello sonoro, dove Shiva non cerca strade nuove ma percorre con sicurezza quelle già tracciate. Eppure ignorarlo è difficile, perché Shiva ha due qualità concrete che questo disco mette bene in mostra: sa costruire melodie che si attaccano addosso, e ha un flow che scorre con una naturalezza che non tutti riescono a replicare.
Sono quelle qualità a tenere in piedi il progetto. Vorrei con Lazza ha un ritornello che difficilmente passa inosservato — il tipo di hook che continui a sentire in testa ore dopo. Non Lo Sai è apertamente una hit teen, non prova a essere altro, e proprio per questo funziona: è uno di quei brani che entrano e non escono più, probabilmente tra i migliori in assoluto della sua discografia. Alleluia con Sfera Ebbasta è l'accoppiata più prevedibile del disco, ma fa esattamente quello che promette. E poi ci sono i banger — Take 4 su tutti — che da Shiva ci si aspetta e che qui arrivano puntuali.
Non è un disco da ricordare nel tempo, ma mentre lo ascolti è difficile resistergli. A volte basta quello.
Miglior traccia: Non Lo Sai
Hits: Non Lo Sai, Vorrei (feat. Lazza), Take 4
Tyler The Creator
DON’T TAP THE GLASS è il nono disco in studio del rapper americano Tyler the Creator. Come dichiarato da Tyler stesso, niente concept, niente psicologia: il concept è la forma — rap su basi house, techno e dance, fatto per ballare e divertirsi.
A rendere il disco riconoscibilmente club-oriented è soprattutto il funk e un suono hip-house, che spinge in molti brani. Spensierato, certo, ma non privo di soluzioni interessanti. Tra le migliori tracce, Sugar On My Tongue — con un ritornello super catchy su una base che richiama l’elettronica anni’80 — o la title track con un beat switch inaspettato.
Anche in termini di flow, Tyler sembra letteralmente lanciare le parole sulle base, con un rappata fluida e disinvolta.
Non è un disco che rimarrà negli annali come i suoi lavori più ambiziosi, ma ogni tanto la spensieratezza è esattamente quello di cui si ha bisogno.
Miglior traccia: Sugar on My Tongue
Hits: Sugar on My Tongue, Ring Ring Ring, Don’t Tap The Glass/Tweakin
Night Skinny
Un buon disco, Mattoni — con il giusto mix di banger trap e momenti rap più attenti alle parole. Night Skinny, producer molisano al suo quinto album in studio dopo il già solido Pezzi del 2017, riunisce qui 26 artisti della scena italiana costruendo qualcosa che funziona come fotografia di un momento, ma che fatica ad andare oltre.
Le produzioni sono il suo marchio: trap cupa con elementi melodici di tastiera e piano che creano il sottofondo, 808 presenti senza essere invadenti. Suonano bene, c'è varietà, non annoia. Il problema è che non stupiscono. Night Skinny sa tenere insieme voci diverse con coerenza, ma non porta gli artisti in territori inesplorati — e si sente. Ascoltando Mattoni ricevi esattamente quello che ti aspetti, fatto discretamente bene. Altri producer italiani sanno sorprenderti di più. Ne è un esempio l'apertura: Street Advisor con Noyz Narcos, Marracash e Capo Plaza, e Saluti con Guè, Fabri Fibra e Rkomi sono esercizi di stile che funzionano sul momento ma non rimangono. Ci torni raramente.
Il disco però trova il suo punto più alto proprio dove abbassa la voce: Attraverso Me con il solo Luchè è il brano più introspettivo del progetto, un pezzo che starebbe tranquillamente su un suo disco solista e che dimostra cosa succede quando Night Skinny lascia spazio invece di riempirlo. .Rosso con Madame e Rkomi funziona bene come coppia, due personalità che si bilanciano senza sovrastarsi. E la title track finale — posse cut da dieci nomi, Noyz, Achille Lauro, Lazza, Ernia e altri — chiude il disco con la giusta dose di rumore.
Un disco che vale un ascolto, ma che difficilmente ti chiama a tornare.
Miglior traccia: Attraverso me (feat. Luchè)
Hits: Attraverso me (feat. Luché)
Night Skinny
Alcuni dischi entrano nel crate in silenzio. Il voto parla da sè.
Leggi di piùMiglior traccia: Entro nel posto
6ix9ine
DAY69: Graduation Day è un disco che non chiede permesso. 6ix9ine rappa — se vogliamo chiamarlo così — urlando sulla base, aggressivo dall'inizio alla fine, con un immaginario che è tutto un paradosso: violenza gangsta pura avvolta in colori sgargianti, capelli arcobaleno, un'estetica da cartone animato sopra una musica che non ha niente di innocente. Il personaggio e la musica si alimentano a vicenda, e separare i due non ha molto senso — tanto più che nel 2018, anno di uscita del disco, 6ix9ine veniva arrestato, confermando che quello che rappava non era solo un'immagine.
I momenti migliori sono GUMMO, BILLY, KOODA: beat potenti e cupi, dove il suo modo di urlare sulla base non è un difetto ma il punto — tutta la violenza arriva dritta, senza mediazioni. Sono brani che fanno quello che devono fare e lo fanno bene.
Il problema è che dodici tracce di fila con lo stesso registro diventano rapidamente ripetitive. Alcuni brani sono skip facili non perché siano brutti in assoluto, ma perché quando il volume e l'aggressività sono costanti dall'inizio alla fine, la dinamica sparisce e l'ascolto si appiattisce. L'unica eccezione arriva in chiusura con GOTTI, che abbassa i giri, toglie le urla e lascia respirare il disco — ma siamo all'ultimo brano, e il sollievo arriva quando è quasi finita. DAY69 funziona meglio a dosi — tre brani di fila ti demoliscono, dodici di fila ti anestetizzano.
Hardcore rap, non per tutti, e non ha nessuna intenzione di esserlo.
Miglior traccia: BILLY
Hits: BILLY, GUMMO, GOTTI
Sfera Ebbasta
Il paragone può sembrare eccessivo, ma regge: Sfera Ebbasta sta alla trap italiana come Tradimento stava al rap. Fibra nel 2006 aveva portato il rap nel mainstream vero, dominato la scena per anni e aperto la strada a una generazione. Sfera nel 2016 fa la stessa cosa con la trap: sfonda le porte del mercato, scala le classifiche, e diventa il punto di riferimento da cui i rapper più giovani — volenti o nolenti — non possono prescindere.
XDVR era già un fenomeno, ma era ancora roba da web. Questo è il disco che porta tutto alla luce del sole, con un suono più patinato e addolcito rispetto all'esordio — meno crudo, più costruito. La differenza si sente bene mettendo a confronto Ciny e BRNBQ: la prima è celebrazione delle origini, pura e diretta; la seconda copre lo stesso territorio ma con un'amarezza diversa, più consapevole. Charlie Charles consolida qui il suo marchio di fabbrica: sonorità trap che strizzano l'occhio al mercato senza perdere identità.
Il disco ha diverse hit che sono entrate stabilmente nel repertorio della trap italiana: Equilibrio, Figli di Papà, BRNBQ e ovviamente Visiera a Becco. Quattro pezzi che raccontano altrettanti registri dello stesso disco — e questa varietà, tenuta insieme da un suono coerente, è probabilmente uno dei motivi per cui l'album è diventato culto.
Miglior traccia: Visiera a Becco
Hits: Visiera a Becco, Figli di Papà, Equilibrio
Priestess
Priestess è una delle voci più sottovalutate del rap femminile italiano, e lo diciamo senza riserve: per flow e rime può stare tranquillamente alla pari con molti colleghi maschi, e spesso li supera. Peccato che Brava, il suo disco d'esordio uscito nel 2019 per la Tanta Roba di Guè Pequeno, non riesca a sfruttare appieno questo potenziale.
Il concept è interessante: quattordici tracce costruite attorno a figure femminili — Eva, Crudelia, Alice, Fata Morgana, Brigitte — dove ogni donna è uno specchio di un pezzo della sua storia. L'idea c'è, ma la realizzazione suona spesso piatta. Il disco si muove nella trap senza mai uscirne davvero, e al di là della tecnica — che è genuina — arriva poco. Non c'è un momento che ti sorprende, non c'è una scelta produttiva che non ti aspetti. Funziona, ma non basta.
I brani più riusciti sono quelli in cui la formula si assesta invece di cercare di fare troppo: Crudelia e Brigitte sanno distinguersi metricamente e melodicamente, e hanno quella spinta giusta per fare quello che devono fare — adatti a sfondare i bassi della macchina, senza pretese eccessive. Il resto del disco scivola via senza lasciare molto.
Tutto sommato un esordio che dice più su quello che Priestess potrebbe fare che su quello che ha fatto. Magari stupirà in futuro.
Miglior traccia: Crudelia
Lazza
Tra gli album di debutto della generazione del 2016, Zzala è uno dei migliori. Lazza si impone subito come un punchliner di razza, con una tecnica e un flow già maturi e soprattutto già riconoscibili: la sua voce suona affranta, quasi rassegnata, come se portasse il peso di qualcosa che non si dice del tutto — e quella tensione tra il non detto e la barra che esplode è spesso il punto in cui il disco funziona meglio. Sai che in testa ho sempre due piani / Fra', come se fossi un bus di Londra: poche parole, immagine immediata, tutto il personaggio in una riga.
Non è un disco di storytelling o di contenuti particolari — e non vuole esserlo. È un disco che si ascolta per sentire del rap fatto bene, con dentro quella voglia di rivalsa che traspare quasi ovunque, a volte come ambizione dichiarata, a volte come qualcosa di già conquistato e ancora non del tutto creduto.
Le produzioni di Low Kidd sono parte fondamentale dell'equazione: bassi spinti, atmosfere cupe e oscure, un suono che nel panorama trap dell'epoca suonava diverso dagli altri. Non è un abbinamento casuale — quella pesantezza sonora si sposa perfettamente con la voce di Lazza, la valorizza invece di schiacciarla. Voce e beat parlano la stessa lingua, e si sente.
Miglior traccia: Origami
Hits: Origami, Ouverture, Silenzio, Lario
Central Cee
Central Cee è sulla scena rap UK ed europea ormai da anni — mixtape, singoli e featuring — ma solo ora arriva con un progetto ufficiale. Già dalla prima traccia, No Introduction, si capisce che non c'è effettivamente bisogno di alcuna presentazione. Dentro ci trovi esattamente quello che ti aspetti: UK drill allo stato puro, il suo marchio di fabbrica.
Se piace il genere e piace il flow di Central Cee — inglese, scattoso, volutamente ossessivo nella sua ripetitività — CANT’ RUSH GREATNESS è un disco perfetto. Se si soffre la drill, diventa presto noioso.
Tra tutte le tracce, quelle che lasciano il segno di più sono GBP con 21 Savage, su sonorità più trap e con un ritornello diventato viralissimo in UK, e Ten insieme a Skepta, altro peso massimo della scena inglese.
Miglior traccia: GBP
Hits: GBP
A Tribe Called Quest
Midnight Marauders è il terzo album degli A Tribe Called Quest, uscito nel 1993, e per molti il punto più alto della loro discografia. Va detto che l'ho ascoltato poco e il mio è più un giudizio razionale che emotivo — ma tra i due dischi, lo preferisco a The Low End Theory.
Il motivo è nelle produzioni. Q-Tip lavora con un suono più levigato rispetto a TLET: i campioni jazz sono più caldi, più luminosi, e il risultato è un flusso rap che scorre in modo più fluido e immediato. Quella lucentezza in più rende il disco più accessibile senza tradire l'essenza del jazz rap della golden age newyorkese.
E rispetto a TLET, qui i momenti che si staccano dal flusso ci sono. Electric Relaxation ha un groove immediato e ipnotico. Midnight costruisce un'atmosfera notturna densa che rimane addosso. Non ci sono ritornelli catchy né melodie nel senso tradizionale, ma questi pezzi sanno farsi ricordare anche senza di essi.
Un disco per puristi, nel senso migliore del termine — rifinito, coerente, che cresce con gli ascolti. Con più tempo di ascolto probabilmente rivela ancora altro.
Miglior traccia: Electric Relaxation
McKinley Dixon
Magic, Alive! è il quarto disco in studio del rapper e cantante americano McKinley Dixon, uno dei nomi più forti del jazz rap del momento. Il disco è un concept album incentrato sulla “magia” e sulle esperienze personali: racconta la storia di tre amici che cercano di riportare in vita un loro amico defunto attraverso un rituale, toccando quindi temi legati alla vita e alla morte.
Dal punto di vista lirico è sicuramente un progetto fortissimo. Musicalmente si muove su produzioni classiche del jazz rap.
È un disco pensato soprattutto per gli amanti del genere e del conoscious hip-hop americano, o comunque di quel tipo di rap che non punta tanto sulla melodia o sul tecnicismo estremo del flow — anche se qui il livello resta comunque alto.
Miglior traccia: Recitatif
Ghali
Nella prima ondata trap italiana, Album di Ghali è uno di quei dischi che non si possono non menzionare. Si sorregge su due pilastri fondamentali che si tengono a vicenda: le produzioni di Charlie Charles e il flow di Ghali.
Charlie Charles costruisce attorno a lui un sound immediatamente riconoscibile — trap, ma con elementi arabeggianti che richiamano le sue origini tunisine, capace di cedere il passo a sonorità più pop quando serve senza mai perdere coerenza. Non è un equilibrio scontato, e il produttore lo gestisce con una scioltezza che si sente.
Ghali dal canto suo aveva già dimostrato con una serie di singoli di avere qualcosa che in Italia non si era ancora sentito: variazioni di tono continue, parole arabe usate a scopo metrico, un modo di stare sulla base che sembrava inventarsi le regole mentre le applicava. Ninna Nanna, Habibi, Happy Days, Pizza Kebab sono diventate alcune delle sue hit più note e resistono all'usura.
Ma il disco vale anche nelle tracce rimaste più ancorate all'album, lontane dal mainstream. Liberté su tutte: una canzone per una ragazza — fidanzata, amica, forse nemmeno lui lo sa con precisione — che riesce a parlare d'amore senza nessuna delle patine retoriche della canzone d'amore italiana. Più giovane, più vera, più immediata: Quante stelle, quanti soli / Fuori sereno e dentro tu piovi / Ma quand'è che stiamo soli?
È ancora un disco acerbo in alcuni momenti, e si sente. Ma per un esordio, l'identità è già tutta lì — e quell'identità era qualcosa di nuovo.
Miglior traccia: Libertè
Hits: Libertè, Pizza Kebab, Habibi
Sfera Ebbasta
Sfera Ebbasta è diventato Famoso e la mancanza di fame che lo aveva portato a fare XDVR qui si sente tutta.
Il disco è piatto, costruito principalmente per la radio e per gli streaming, con melodie banali e testi che in certi momenti raggiungono livelli imbarazzanti. In Macarena — "vieni qui e baila morena / ho preso una scarpa di Margiela" — si ha la netta sensazione che non ci fosse nulla da dire e che le parole servissero solo a riempire lo spazio. In Abracadabra il trittico "nati con nada / vestiti Prada / abracadabra" è un campionario di immaginario già visto mille volte, senza una punchline che valga la pena ricordare. In Tik Tok si arriva addirittura al "fanno bu-bu-bu / tu fai bla-bla-bla / faccio skrrt-skrrt": mumble rap allo stato puro, che in un pezzo può anche funzionare come texture, ma qui è praticamente una costante. E il problema è che i beat non sono abbastanza potenti e travolgenti da giustificare testi così vuoti — quando la produzione non trascina, le parole restano lì, esposte.
L'unica novità sulla carta sono i featuring internazionali — Future, J Balvin, Offset, Diplo — ma nella pratica non aggiungono nulla. Servono per fare hype, esistono sulla locandina più che nel disco.
Famoso è un album che sa benissimo di essere famoso, e forse è proprio questo il problema.
Miglior traccia: 6 AM
Marracash & Guè
Santeria è l'album che setta lo standard di come andrebbero fatti i joint album nel rap italiano, almeno per chi vuole stare nel mainstream. Marracash e Guè dimostrano qui per la prima volta di saper rappare anche su strumentali nuove, che strizzano l'occhio alla trap — Charlie Charles firma alcune delle basi più efficaci del disco — pur venendo da una generazione che si è formata su tutt'altro. Non è un inseguimento delle mode: quando la tecnica è solida, il contesto cambia ma la sostanza regge.
Il disco è vario senza essere dispersivo: ogni traccia ha una sua identità precisa. C'è la trap secca di Salvador Dalì, il momento più conscious di Nulla Accade, la hit estiva di Insta Love. Tre pezzi che potrebbero stare su tre dischi diversi, e invece stanno tutti e tre qui, e funzionano.
Un album diventato culto, perfettamente nello stile di due big del rap italiano — e che ha dimostrato che due nomi grossi possono fare un disco insieme senza che nessuno dei due sembri ospite a casa dell'altro.
Miglior traccia: Salvador Dalì
Hits: Nulla Accade, Salvador Dalì
Guè
Con Guè ormai è quasi una costante: un disco all'anno, da anni. E viene naturale chiedersi se uno dei pesi massimi del rap italiano riesca a mantenere una qualità elevata con una produzione così prolifica. La risposta è ovviamente personale, ma ogni tanto un disco spicca sugli altri — e Mr. Fini è uno di quelli.
Dentro ci troviamo sempre Guè, le sue punchline, il suo rap, ma in alcune tracce con qualcosa di più. Il Tipo è l'esempio migliore: costruisce una figura misteriosa che richiama l'immaginario de Il Divo di Sorrentino, con una vena autobiografica appena celata che la rende più interessante di un semplice pezzo da boss. I momenti introspettivi non sono molti, ma quando arrivano pesano — Tardissimo con Mahmood e Marracash è il contrasto netto con il resto del disco: l'atmosfera si abbassa, si fa più intima, e la scelta di Mahmood in quel contesto è perfetta. I banger ci sono e funzionano — Cyborg con Geolier, Ti Levo le Collane con Paky — ma con un replay value destinato a calare dopo qualche ascolto. Niente di nuovo per questo tipo di pezzi, ma nel quadro generale reggono.
Mr. Fini non rivoluziona niente, però fa bene quello che si propone di fare — e in una discografia così densa, non è poco.
Miglior traccia: Il Tipo
Hits: Il Tipo
Rocco Hunt
Il disco si chiama Rivoluzione, ma di rivoluzionario non c'è granché. Rocco Hunt sa fare due cose molto bene: le hit estive e il rap con radici campane. Un bacio all'improvviso e A un passo dalla luna con Ana Mena sono esattamente quello che sembrano — due brani perfetti per la spiaggia, orecchiabili, costruiti per funzionare e che in effetti hanno funzionato benissimo. Il problema è il resto.
Il disco prova a tenere insieme due anime — la hit pop e il rap più duro — senza riuscire davvero in nessuna delle due direzioni. I featuring sono numerosi e di peso: Guè, Fabri Fibra, Geolier, Carl Brave, Emis Killa. Nomi che sulla carta promettono, ma che nella pratica scorrono via senza lasciare nulla. Vada come vada con Fibra è esattamente il tipo di collaborazione che in un altro contesto potrebbe essere un momento del disco — qui passa inosservata come le altre. La parte più rap, quella che dovrebbe dare sostanza e bilanciare le hit estive, non regge: i brani sono lì, ma non spiccano, non ti spingono a tornare.
Rimane la title track, con una produzione più corposa e un ritornello che funziona, e poco altro. Alla fine Rivoluzione è un disco che scorre piano, senza alti e bassi veri, adatto a chi è già nel giro di Rocco Hunt ma che difficilmente convince chiunque altro ad avvicinarsi.
Miglior traccia: Rivoluzione
FSK Satellite
PADRE FIGLIO E SPIRITO va preso per quello che vuole essere: un disco puramente trap, senza pretese liriche, tutto direzionato verso l'immaginario del gruppo. E su queste basi, funziona fino a un certo punto — meno del primo, che aveva dalla sua l'effetto novità e risultava più interessante proprio per quello.
Il punto di forza restano le produzioni di Greg Willen, fresche e tutt'altro che scontate: rispetto alla trap del momento, Willen si prende libertà inaspettate, con incursioni nell'elettronico che arrivano fino all'hardstyle e all'hardcore. Il momento più evidente è DUE E ZERO, con un drop che non avrebbe sfigurato in un evento del genere. Su queste basi Taxi B è il membro che ci sta meglio — lo scream, l'uso della voce come elemento quasi aggressivo, si sposa con certi picchi delle produzioni in modo che gli altri due non riescono a replicare. Il resto del gruppo convince meno, e senza la spinta delle basi di Willen il disco faticherebbe a stare in piedi.
Sufficiente, ma con la sensazione che il meglio degli FSK lo si fosse già sentito.
Miglior traccia: DUE E ZERO
Mac Miller
Questo è il secondo album postumo di Mac Miller, nonché il settimo della sua discografia. Era un progetto che Mac stava pianificando da tempo e a cui aveva dato un significato importante; anche per questo, e dopo la circolazione di materiale non ufficiale online, la famiglia ha deciso di pubblicarlo.
Ne esce un lavoro davvero molto bello, costruito su produzioni malinconiche e psichedeliche, in cui la voce di Mac sembra quasi sospesa, come in un flusso di coscienza continuo e personale.
La fusione tra cloud rap, jazz e psichedelia (con qualche richiamo rock) dà al disco un’identità precisa e molto coerente.
Nel complesso, un progetto che suona intimo e completo, perfettamente in linea con la direzione artistica che Mac Miller stava portando avanti.
Miglior traccia: Funny Papers
Hits: Funny Papers, Tomorrow Will Never Know
Kendrick Lamar
Considerato da molti il miglior disco hip-hop del ventunesimo secolo. Personalmente preferisco GKMC — più narrativo, più immediato — ma questo non toglie nulla a quello che To Pimp a Butterfly riesce a fare, che è qualcosa di difficilmente catalogabile.
Kendrick chiama intorno a sé una squadra di musicisti di primo livello — Thundercat, Kamasi Washington, Flying Lotus, Terrace Martin, tra gli altri — e costruisce un disco che trascende il rap senza mai abbandonarlo: jazz, soul, funk, suoni orchestrali, spoken word. Il tutto sorretto da un concept preciso: il rapporto con la fama, l'identità come uomo nero in America, la responsabilità dell'artista verso la propria comunità. Non è un disco che si ascolta distrattamente.
Alright suona come un inno — e lo è diventato letteralmente, adottato dal movimento Black Lives Matter come colonna sonora delle proteste. King Kunta ha un flow scattoso e sincopato che funziona perfettamente sull'ossatura funk della base.
Ma i momenti che colpiscono di più sono spesso quelli meno ovvi. These Walls è un pezzo di puro soul — Anna Wise nel ritornello, Bilal e Thundercat che costruiscono il tessuto sonoro — e il flow di Kendrick ci si adagia sopra con una naturalezza disarmante. I invece parte come una cavalcata di rime serrate e poi, a metà brano, si apre su Kendrick in mezzo a una folla che parla — quasi un sermone — e lì capisci cos'è il disco nel suo cuore.
E poi c'è Mortal Man, la chiusura: è qui che si rivela finalmente nella sua interezza la poesia che Kendrick ha abbozzato traccia dopo traccia lungo tutto il disco — “I remember you was conflicted, misusing your influence…” — un filo che attraversa l'album in silenzio e che solo alla fine si compone in qualcosa di compiuto. Dopo la poesia, un dialogo immaginario con Tupac, ricostruito da frammenti di interviste reali. È un finale che non ti aspetti, e che cambia retroattivamente il senso di tutto quello che hai ascoltato prima.
Uno dei migliori dischi rap del secondo millennio, senza discussioni.
Miglior traccia: These Walls
Hits: These Walls, Alright, Mortal Man
Clipse Pusha T & Malice
Il duo newyorkese torna dopo 16 anni con un progetto maestoso ed estremamente intenso sul piano emotivo. Il flow, le metriche e il mix sono perfetti. Le produzioni di Pharrell Williams curate e dettagliate, con campionamenti azzeccati. Sia banger che brani impegnati ed intensi.
Tra i brani più di impatto vanno citati l’apertura, The Birds Don’t Sing — sul tema della malattia e scomparsa dei propri cari,un brano da pelle d’oca — e la hit So Be It, con delle contaminazionei “medio-orientali” nella produzione che ne elevano il sound.
Let God Sort Em Out è uno dei progetti rap oltreoceano migliore degli ultimi anni.
Miglior traccia: The Birds Don’t Sing
Hits: The Birds Don’t Sing, So Be It
Fabri Fibra
È veramente difficile pensare che l'autore di Turbe Giovanili sia lo stesso che pochi anni dopo avrebbe sfondato il mainstream con Mr. Simpatia e poi Tradimento, portando il rap italiano a un pubblico enorme usando l'arma della provocazione. Il Fibra di prima del successo era tutta un'altra storia: liricismo raffinato, produzione curata, un approccio quasi privato alla scrittura.
Il disco è prodotto quasi interamente da Neffa, e quella produzione jazz-malinconica è metà del valore del progetto — basi che respirano, che lasciano spazio alle parole senza mai sovrastarle.
Fibra racconta la provincia, la sua vita, gli aspetti quotidiani di un ragazzo che vive in una realtà ripetitiva e poco stimolante. Ma non è rap conscious che vuole trasmetterti a tutti i costi le proprie vicissitudini. Suona come qualcosa di molto più sincero, quasi come se stesse parlando tra sé e sé — e quella distanza dall'effetto è forse la cosa più rara.
Il disco è costellato di alcune delle sue tracce migliori, tracce che fondamentalmente non replicherà più. Citare solo Dalla A alla Zeta sarebbe ingiusto. Scattano le Indagini è culto già solo per l'intro — spontaneo e grezzo — ma le strofe che seguono sono tutt'altro che grezze: il fatto che non vuoi / un rapporto stazionario / lento dentro e / fuori orario / Diario di bordo colgo / l'accordo con l'Erbolario, eh? / Non mi capisci / compra un vocabolario. Di Fretta riesce con il beat e il flow scorrevole a trasferirti esattamente quella sensazione di urgenza — colmare il vuoto, il tempo, dargli un significato. E il beat che si ferma e crea quel vuoto. Per Averti Qui ha una metrica e un flow trascinanti, sorretti da una produzione raffinatissima con quegli scratch che anticipano le strofe: dedico il tempo allo studio / allo studio di che / allo studio delle rime / che più piacciono a te.
Turbe Giovanili è un momento massimo per Fibra. Ne avrà anche successivamente, soprattutto a livello commerciale — ma forse quel successo è dovuto proprio all'aver abbandonato questo approccio. Non perché non fosse valido, ma perché era per pochi.
Miglior traccia: Per Averti Qui
Hits: Dalla A alla Zeta, Per Averti Qui, Luna Piena
Club Dogo
Mi Fist è il primo album ufficiale dei Club Dogo, uscito nel 2003, ed è una pietra miliare del rap italiano. In una scena che per molto tempo era rimasta ancorata al tecnicismo underground e con un occhio forse troppo attento a replicare certi suoni americani, i Club Dogo portano qualcosa di nuovo: la strada di Milano, raccontata senza filtri, con un suono che Don Joe costruisce su breakbeat e campionamenti internazionali che nessuno aveva ancora portato nel rap italiano di allora.
Il disco è costellato di alcune delle loro tracce migliori, che fondamentalmente non replicheranno più. Note Killer con un ritornello che fa esattamente quello che dice il titolo. Vida Loca che riesce a raccontare spietatamente bene cos'è la strada milanese, dominata dalla droga: la notte ha vittime e carnefici / sa dei traffici illeciti / dei tossici in deficit / e sa chi ne riscuote i debiti. E poi c'è Tana 2000, con l'extrabeat di Dargen D'Amico — quei secondi di pura follia rap che sono diventati culto.
Ma l'impronta distintiva del disco è fortemente trainata dalla performance di Jake. La pulizia tecnica, gli incastri, il flow che ha qui plasmano il suono del disco in un modo in cui, a questo livello, non ci tornerà più. Mi Fist va annoverato tra le gemme del genere in Italia — e buona parte del motivo è lui.
Miglior traccia: Kyobo ni tsuki
Hits: Kyobo ni tsuki, Vida Loca, Note Killer
Dj Shocca
Il 2004 non è un anno da ricordare solo per Mr. Simpatia. La scena rap italiana non era morta — e 60 Hz di DJ Shocca ne è la prova più lampante.
È un producer album nel senso più pieno del termine: Shocca costruisce ogni beat come un mondo a sé, e la carrellata di ospiti serve proprio a dimostrarlo. Boom-bap duro e preciso, ma con una personalità produttiva riconoscibile — non una generica fotocopia del suono americano.
Rendez Vous Col Delirio ne è l'esempio più clamoroso: una base trionfante, con quei fiati sul ritornello che trasformano il pezzo in qualcosa di cinematografico. Guè e Jake La Furia la sfruttano fino in fondo — flow, barre, timing — eclissando tutto il resto del disco. Notte Blu con Frank Siciliano è l'altra faccia: una melodia abbozzata, quasi filtrata, che rimane in sottofondo ma riesce ad essere emotiva e avvolgente quanto basta per reggere uno degli storytelling più riusciti del rap italiano di quegli anni. Ghettoblaster con Stokka e MadBuddy chiude il cerchio — ritornello che entra in testa al primo ascolto e non se ne va.
Se sei arrivato qui cercando un classico del rap italiano che non siano i soliti Mi Fist o Non Dormire, hai trovato quello che cercavi.
Miglior traccia: Rendez Vous Col Delirio
Hits: Ghettoblaster, Notte Blu, Rendez Vous Col Delirio, Bolo By Night
Izi
Pizzicato è il disco che ha definitivamente consacrato Izi come una delle voci più riconoscibili del rap italiano post-2016. Non per la tecnica in senso stretto, non per gli incastri — ma per qualcosa di più difficile da spiegare e da replicare: una tensione interna al flow che non si allenta mai, come se rappare fosse per lui un modo di non implodere. Izi non grida mai, eppure si ha sempre la sensazione che stia gridando. C'è un coinvolgimento emotivo nel suo flow che non lascia spazio alla distanza, e in un genere dove l'attitudine fredda è spesso la norma, questa è una qualità rara.
Le produzioni reggono il peso: sonorità hip-hop e trap moderne ma curate, con beat che sanno quando spingere e quando lasciar respirare. Distrutto è forse il punto più alto del disco — sound potente, ritornello di impatto immediato, il tipo di canzone che ti rimane addosso. Wild Bandana con Tedua e Vaz Tè è diventata nel tempo un pezzo fondamentale della scena genovese, un documento di un momento preciso in cui la drilliguria stava trovando la sua identità. E la title track tiene fede al titolo: Izi pizzicato, nel senso che lui stesso ha dato alla parola — infastidito, trafitto, con qualcosa da togliersi di dosso.
Non è un disco perfetto, ma è un disco vero. E nel rap, spesso, è la cosa che conta di più.
Miglior traccia: Distrutto
Hits: Wild Bandana, Distrutto
thasup
Se si dovesse fare una lista degli artisti più interessanti e innovativi della scena italiana dal 2010 in poi, thasup sarebbe sicuramente tra i primi nomi. E non è un'esagerazione.
Davide Mattei inizia a farsi notare prima di tutto come produttore, lavorando già giovanissimo su dischi di rilievo — il momento che lo fa conoscere è Perdonami di Salmo, grazie alla vicinanza con la Machete crew. Ma è con 23 6451 — titolo in leet speak che nasconde la scritta "LE BASI", un nome che è già un manifesto ironico — che dimostra di essere qualcosa di più di un beatmaker di talento.
L'identità di thasup è un sistema coerente e riconoscibile in ogni sua parte: la voce filtrata che lo rende quasi un personaggio animato, l'immaginario cartoon nelle grafiche, la scelta di non mostrarsi mai in pubblico al posto del suo avatar. Non è un vezzo estetico ma una dichiarazione precisa su cosa sia la sua musica — un universo chiuso, con le sue regole, il suo linguaggio, la sua grafica. E i suoni lo confermano: qualcosa che sembrava uscito da un videogame mixato con bassi e produzioni trap che in Italia — ma anche in Europa — non aveva fatto nessuno prima.
Su questo disco thasup non sfigura nemmeno di fianco ai grandi nomi che porta con sé: Marracash, Salmo, Fabri Fibra, Gemitaiz — una lineup che su un esordio pesa, e che arriva perché il talento era già evidente a chi contava. Tantissime le tracce che rimangono: blun7 a swishland con quel ritornello diventato viralissimo, la più densa e introspettiva occh1 purpl3, oh 9od con Nayt, la destrutturata 5olo. Già anticipato da singoli come scuol4, il disco arriva con un'identità già fortissima e non tradisce le aspettative.
È un disco che stupisce perché i suoni che ci trovi li ha solo lui. Nessun altro punto di riferimento, nessun precedente a cui agganciarlo facilmente — e questa è forse la cosa più rara che un esordio possa offrire.
Miglior traccia: scuol4
Hits: scuol4, blun7 a swishland, 5olo, occh1 purpl3
Baby Gang
Alcuni dischi entrano nel crate in silenzio. Il voto parla da sè.
Leggi di piùMiglior traccia: Restare (feat. Lazza)
Fabri Fibra
Bugiardo nasce all'ombra di Tradimento e non riesce del tutto a uscirne. Fibra prova a cavalcare la stessa ondata — scrittura scomoda, volgarità come strumento, quel cinismo giocoso che sembrava sempre sul punto di farsi sul serio — ma qui la formula funziona a corrente alternata.
Quando funziona, funziona bene: Bugiardo con la sua intro poliziesca è diventato un brano iconico, La Soluzione ha un ritornello tra i più riusciti del suo repertorio, e In Italia con Gianna Nannini rimane una collaborazione che ha fatto storia, per quanto arrivata nell'edizione espansa del disco. Ma ci sono anche momenti, come Cattiverie o La Posta di Fibra, dove il registro cupo e aggressivo gira a vuoto: le immagini volgari e scomode sembrano esibite più che sentite, e senza quella carica autentica che in Tradimento teneva tutto in piedi, il risultato è qualcosa che suona più come esercizio di stile.
Le produzioni sono curate, forse più rifinite del precedente. Quelle di Tradimento avevano però qualcosa di sporco e urgente che qui manca. Più lucido non vuol dire necessariamente più forte.
Rimane un disco solido, con i suoi momenti, ma chiaramente un figlioccio di quell'era: non il Fibra migliore.
Miglior traccia: Bugiardo
Hits: Bugiardo, La Soluzione, In Italia
Fabri Fibra
Con Guerra e Pace si inizia a intravedere un cambio di passo. È il disco in cui Fibra comincia a lavorare su una scrittura più essenziale, più "visiva" — meno densità metrica, un flow più raccontato, accenti forti sulle parole che diventano quasi martellate. Non è ancora la firma del Fibra post-Fenomeno, ma il germe è già qui.
Questo non significa che sia un disco semplice. Anzi, Guerra e Pace contiene alcuni dei suoi brani liricamente più alti. Bisogna Scrivere è uno di quei pezzi dove le parole sembrano scivolare sulla base con una naturalezza disarmante — “Esplode la testa come una camera d'aria / Araba Fenice / Mi domando: in Italia una ragazza araba è felice?” — immagini fulminee che si inseguono senza mai sembrare forzate. E poi c'è Panico, insieme a Neffa: uno dei brani più riusciti dell'intera sua carriera, con una scrittura criptica e densa di metafore — dove ad esempio la paura della cocaina e di ciò che può farti diventa la metafora perfetta del panico da pagina bianca, del vuoto che precede la scrittura — “Pagina senza testo e / punteggiatura / tu la chiami bianca, io la chiamo paura”. È il tipo di allegoria che funziona su più livelli contemporaneamente, e che richiede qualche ascolto per essere assimilata del tutto. Poi c'è A Me di Te, diventata iconica anche per ragioni extramusicali: la citazione infelice di Valerio Scanu nel testo è costata a Fibra una condanna per diffamazione e un risarcimento da diverse migliaia di euro.
Il problema del disco è che non mantiene questo livello dall'inizio alla fine. Brani come Nemico Pubblico o Raggi Laser suonano sottotono, con produzioni anonime che non aggiungono nulla — e con diciannove tracce il rischio di dispersione è alto. Il risultato finale assomiglia più a una playlist che a un progetto organico, e si sente.
Rimane comunque un disco che vale, soprattutto per i suoi vertici. E per chi segue Fibra nel tempo, è un documento interessante: il momento in cui il rapper di Senigallia comincia a capire che si può essere efficaci anche con meno.
Miglior traccia: Panico
Hits: Panico, Bisogna Scrivere, Dagli Sbagli Si Impara
Night Skinny
Con Mattoni Night Skinny aveva dimostrato di saper costruire un producer album che fosse davvero suo, riconoscibile, con una personalità precisa nonostante la folla di voci coinvolte. Botox alza ulteriormente la posta — 40 artisti, 21 tracce, un cast che copre praticamente ogni angolo del rap e del pop italiano — ma paradossalmente quella personalità si assottiglia proprio quando il progetto si gonfia.
Il problema non è la qualità dei singoli brani: è che quasi tutti potrebbero stare comodamente nel disco dell'ospite di turno, senza che si senta la mancanza di Night Skinny. Per qualcuno potrebbe essere persino un pregio — segno che il producer sa mettersi al servizio delle voci che chiama. Ma quando accade sistematicamente, finisce per dire qualcosa sull'assenza di un filo conduttore forte, di una regia che lasci un segno oltre le singole tracce.
Non mancano i momenti in cui quella regia si vede. Non Aprire con Salmo è uno di questi: delle percussioni secche e precise che puntellano la base la rendono una delle produzioni più riuscite del disco, con una tensione che le altre tracce faticano a raggiungere. E poi c'è Scale, che conferma qualcosa che Mattoni aveva già mostrato — quando Night lavora su certi registri emotivi, sa toccare corde che restano. Sono le tracce in cui si sente davvero chi ha fatto il disco.
Il picco assoluto, però, è Come Mi Guardi con Madame, Coez e Bresh: una produzione ovattata, quasi sospesa, che crea un'atmosfera sognante e malinconica difficile da trovare altrove nel disco. È il brano in cui tutto si allinea — la scelta degli ospiti, il suono, l'umore — e si capisce cosa avrebbe potuto essere Botox se quella coerenza fosse stata più costante.
Il risultato finale è un disco che contiene cose buone ma fatica a esistere come insieme. Rispetto a Mattoni, si sente la differenza.
Miglior traccia: Come Mi Guardi (feat. Bresh)
Hits: Come Mi Guardi (feat. Bresh)
Tony Effe
Alcuni dischi entrano nel crate in silenzio. Il voto parla da sè.
Leggi di piùMiglior traccia: Dopo Le 4
Hits: DOPO LE 4, SESSO E SAMBA
Salmo
Il titolo non mente: Playlist è esattamente questo, una sequenza di brani che funzionano singolarmente ma non costruiscono un percorso. E per uno come Salmo — uno dei pochi rapper italiani capaci di muoversi su chitarre, batteria e dubstep senza sembrare fuori posto — scegliere di fare un disco di hit radio-friendly è una scelta precisa, non una mancanza. Il problema è che si sente.
I featuring sono azzeccati, le produzioni catchy, e la varietà non manca: si passa dai brani trionfanti come 90MIN alle incursioni trap di Cabriolet con Sfera, fino ai momenti più intimi come Lunedì e Il Cielo nella Stanza. Ma è proprio quella varietà a tradire l'assenza di una visione unitaria — sembra un campionario di ciò che Salmo sa fare, non una dichiarazione.
Dal punto di vista prettamente rap, il momento più alto rimane Stai Zitto con Fabri Fibra, e non è un caso. C'è una costruzione narrativa sottile: 90MIN si chiude con Salmo che ripete "novanta minuti di applausi", citazione diretta ad Applausi per Fibra, quasi ad annunciare quello che sta per arrivare. Quando Fibra entra nel brano successivo, il cerchio si chiude — il ragazzo che citava il maestro nel suo primo disco ora ci rappa sopra. Il picco emotivo è raggiunto invece alla fine, con Lunedì, brano malinconico e autobiografico che guarda il successo dal lato che nessuno celebra — la solitudine che si porta dietro. È il momento in cui Salmo abbassa la guardia più di qualsiasi altra traccia del disco.
Il disco è piacevole, melodicamente riuscito, e commercialmente ha senso. Ma Salmo stupisce quando fa cose che quasi nessun altro rapper italiano può fare — e qui si accontenta di fare cose che funzionano.
Miglior traccia: STAI ZITTO (feat. Fabri Fibra)
Hits: STAI ZITTO ( feat. Fabri Fibra), IL CIELO NELLA STANZA (feat. NSTASIA), LUNEDI’
Tedua
Don't Panic nasce come una cosa sola con il suo cortometraggio: sette freestyle accompagnati da immagini di strade in fiamme, gironi urbani, una selva oscura che cita Dante senza nasconderlo. Tedua stesso l'ha definito un progetto ibrido, né EP né mixtape, ma “un mash-up di strofe troppo forti per restare nel computer e troppo freestyle per finire nell'album”. Quella definizione dice tutto: è musica che esiste in uno spazio intermedio, e funziona proprio per questo.
Sonoricamente si muove su territorio drill, e Tedua ci porta dentro flow che rimandano a Mowgli — non come regressione, ma come ritorno alla forma migliore, quella più sciolta e istintiva. Il corto amplifica tutto: quell'immaginario infernale, ardente, decadente diventa la cornice visiva perfetta per un suono che non cerca la costruzione dell'album ma la scarica diretta.
Per essere un progetto nato quasi per eccesso — roba troppo buona per restare nei file, troppo grezza per La Divina Commedia — scorre sorprendentemente bene, con picchi reali. Lo-Fi Drill su tutti: il beat affonda una chipmunk voice — il campione della sigla dell’anime Tokyo Ghoul — che impreziosisce la base e trasforma la traccia in qualcosa di più raffinato di quanto il contesto freestyle lascerebbe aspettare.
E qui sta il punto più scomodo: con il senno di poi, buona parte di Don't Panic regge — e in certi momenti supera — diversi brani del progetto ufficiale, sia per qualità del rap che per la tenuta dei beat. Non è una provocazione, è quello che si sente.
Miglior traccia: Lo-Fi Drill
Hits: Lo-Fi Drill
Lazza
J di Lazza è un mixtape trap senza troppe pretese: dieci brani, una sfilata di ospiti e tante punchline. Nulla di sconvolgente, nulla di memorabile — ma i pezzi da club fanno il loro lavoro egregiamente, e in certi contesti tirano giù il soffitto.
La lista degli featuring è lunga e impressionante sulla carta — Capo Plaza, tha Supreme, Guè, Tony Effe, Geolier, Gemitaiz — eppure alla fine non è quella a lasciare il segno. La sorpresa arriva da Rondodasosa, che all'epoca doveva ancora farsi un nome e se la cava meglio di molti nomi più blasonati presenti nel progetto.
La title track è l'highlight assoluto: Low Kidd costruisce una produzione dall'atmosfera quasi apocalittica, ampia, che occupa tutto lo spazio disponibile. Non potevano scegliere una apertura più azzeccata.
Per il resto, J è esattamente quello che sembra: un prodotto funzionale ma con poca voglia di stupire.
Miglior traccia: J
Fabri Fibra
È il 2006 e il rap italiano è discograficamente quasi morto. Ha avuto il suo momento a cavallo del millennio, ma nei primi anni 2000 è sparito dalla radio e dalle major. In questo contesto, Fabri Fibra — già noto nell'underground, autore due anni prima di Mr. Simpatia — firma il suo primo progetto con una major e intitola il disco esattamente come l'accusa che gli arriva dalla scena: Tradimento.
Il paradosso è tutto qui: il disco più scorretto, più difficile da difendere davanti a un etichetta discografica, è quello che apre le porte del mainstream. Mr. Simpatia era nato senza aspettarsi nessuno dall'altra parte — e quella libertà si sentiva. Tradimento è costruito sulla stessa scia, lo stesso Fibra che vomita frustrazione e se la prende con tutto e tutti, ma con la consapevolezza di avere adesso un pubblico molto più ampio. L'addolcimento rispetto al predecessore c'è, ma è relativo.
Le produzioni di Big Fish — ex Sottotono, qui produttore di riferimento del disco — si discostano completamente dalle sonorità hip hop dominanti dell'epoca: groove ipnotici, ritmi martellanti, un suono che contribuisce a definire un'estetica nuova per il rap italiano. La formula di Applausi Per Fibra è semplicissima e chirurgica: ripetere ossessivamente il proprio nome finché non ti entra in testa. Quel ritornello lo conosce ancora oggi chiunque abbia vissuto quegli anni. Mal di Stomaco disegna con le rime fatti e situazioni scomode con una precisione da fare venire il vomito — letteralmente, per citarlo. Rap in Guerra e Su Le Mani portano una certa violenza lirica che ricorda da dove veniva Fibra.
Il momento più alto è Idee Stupide con Diego Mancino: riprende il filo di Momenti No da Mr. Simpatia e per la prima volta si intravedono gli spettri del personaggio privato, il rapporto difficile con i genitori, una vulnerabilità che Fibra spiegherà meglio nei dischi degli anni successivi. È il momento in cui il personaggio si incrina e si vede l'uomo dietro.
Tradimento è uno dei dischi più importanti del rap italiano — non nonostante le sue contraddizioni, ma grazie a esse. Ha ancora tutta la forza che aveva all'epoca.
Miglior traccia: Idee Stupide
Hits: Idee Stupide, Applausi Per Fibra, Mal di Stomaco, Rap in Guerra
Sick Luke
Parlare di producer album in Italia significa fare i conti con l'ombra di Mace. Può sembrare ingeneroso, ma lo standard che OBE ha fissato è lì, e ignorarlo sarebbe disonesto. Sick Lucke è un nome che quel confronto se lo merita — ha definito il suono della Dark Polo Gang in un'epoca precisa, ha saputo poi ritagliarsi spazio altrove, e il suo tag è tra i più riconoscibili in circolazione: quando lo senti, sai che la base che arriva sarà interessante. Le premesse per un producer album solido c'erano tutte.
X2 le mantiene solo in parte. Il problema non è che manchi un'identità sonora — quella c'è, e nei momenti migliori si sente con chiarezza. Brani come Falena, Sogni Matti e Dream Team incarnano quello che ci si aspettava dall'intero disco: produzioni aperte, luminose, con una texture ricca che potremmo chiamare fantasy-trap — un immaginario visivo e sonoro preciso, quasi cinematografico. Quando il disco sta lì, funziona.
Il problema è che quei momenti sono troppo pochi rispetto al totale, e il resto fatica a reggere il confronto. La Strega del Frutteto è l'esempio più frustrante: Madame e Chiello sulla carta sono una coppia che promette molto, ma il risultato complessivo non arriva dove dovrebbe — rimane qualcosa di incompiuto, come se la somma fosse inferiore alle sue parti. Temporale ha lo stesso problema, un brano che scivola via senza lasciare niente.
Il disco si ascolta, salvi qualche traccia, e poi svanisce. Rispetto a quello che Sick Lucke sa fare, è un'occasione mancata a metà.
Miglior traccia: FALENA
Disme
Malverde è un disco passato abbastanza in sordina nel rap mainstream, ma che meriterebbe ben altra attenzione. Il mood è cupo e rabbioso, con una rassegnazione che non è mai vera pace — è rabbia compressa, il tipo di malcontento che non si sfoga ma si accumula. Disme è incazzato con se stesso e con tutti, e lo si sente in ogni barra: flow serrato, voce graffiante e quasi rauca, perfettamente a proprio agio su produzioni — quasi interamente firmate Shune — che mantengono un suono omogeneo lungo tutto il progetto senza mai scivolare nella monotonia. Un'atmosfera coerente e densa.
Quella tensione tra rassegnazione e rabbia emerge con chiarezza in Cosa Non Va, il feat. con Tedua e uno dei momenti più alti del disco — "Sai che non cerco la felicità / Ma ti chiamavo e tu non c'eri, fra'". Entrambi i rapper sfoggiano flow calibrati sulla produzione minimal, e il risultato è una delle tracce più efficaci perché non ha bisogno di alzare la voce per pesare.
Anche nei momenti più pop, come Freddo o Errori, Disme non perde mai la propria identità: i ritornelli funzionano senza fare concessioni che stridano col resto. Forse tra i meno noti della scena drill ligure, ma Malverde dimostra che Disme è un nome da tenere d'occhio — e chi l'ha ignorato finora non ha più scuse.
Miglior traccia: Freddo
Hits: Cosa Non Va, Invece No
Playboi Carti
Playboi Carti è uno degli artisti più attesi negli Stati Uniti: assente con un progetto proprio dall'ultimo Whole Lotta Red del 2020, ma presente in diverse collaborazioni di successo — su tutte FEIN con Travis Scott. MUSIC si presenta come una lunghissima playlist di trenta brani per settantasette minuti totali, quasi a voler ripagare i fan dall'assenza — il che porta inevitabilmente con sé tanti potenziali skip.
Il sound è definito: dalla trap alla rage — quel filone di beat ipnotici e distorti che derivano dalla trap ma spingono verso sonorità hardcore — con produzioni che non lasciano spazio a compromessi. La forza del disco, però, si concentra in quattro o cinque tracce al massimo: quelle con i beat più acidi e particolari, dove Carti fa una delle cose per cui è diventato famoso, ovvero manipolare continuamente la voce fino a sembrare artisti diversi da sé stesso — un approccio che o si ama o si odia, ma che quando funziona è immediatamente riconoscibile.
Tra le tracce da citare: MOJO JOJO per il beat e l'intro di Kendrick, RATHER LIE con The Weeknd — accoppiata ormai collaudata — e COCAINE NOSE per il riff di chitarra loopato.
Con la metà dei brani rimossi, sarebbe stato un disco ben più valido.
Miglior traccia: COCAINE NOSE
Hits: MOJO JOJO, COCAINE NOSE, RATHER LIE
Sfera Ebbasta
Rockstar è il disco della consacrazione definitiva di Sfera Ebbasta, e il motivo è semplice: per arrivarci, Sfera abbandona la trap cupa e viscerale dei lavori precedenti e vira verso sonorità più pop, più colorate, costruendo l'immaginario della nuova star italiana — un titolo conquistato sul campo. La scelta funziona perché arriva nel momento giusto: la celebrazione del successo ha senso quando il successo è ancora fresco, quando si sente che quei testi vengono da qualcuno che sta ancora realizzando dove è arrivato.
Il disco è pieno di hit che reggono: la title track, Ricchi x Sempre, e soprattutto Cupido con Quavo — una delle prime collaborazioni davvero riuscite tra un rapper italiano e un nome americano di quel peso nel mondo trap. Un momento che all'epoca valeva qualcosa. Per chi invece segue Sfera dagli albori, i momenti più identitari rimangono quelli ancorati alla trap delle origini — XNX e 20 Collane, dove si sente ancora il Sfera dei primi lavori prima che il pop prendesse il sopravvento.
C'è già qui un principio di quella formula che nei dischi successivi diventerà il problema principale: Famoso arriverà a replicare lo stesso schema senza averne più le ragioni, scimmiottando un'estetica che su Rockstar aveva ancora una sua logica. Ma questo disco, preso per quello che è, ha ancora abbastanza brani che reggono il peso del suo successo.
Miglior traccia: Uber
Hits: Cupido (feat. Quavo), Ricchi x Sempre, Uber, Tran Tran
Emis Killa & Jake La Furia
17 è uno di quei dischi che riesce a sorprendere proprio chi non è un fan sfegatato né di Emis né di Jake — e parlando da quella posizione, l'effetto è stato inaspettato. Sono riusciti a mettere insieme qualcosa che funziona davvero: ottimo rap, flow solidi, produzioni che non reinventano niente ma che stanno esattamente dove devono stare. Niente di innovativo, ma tutto coerente con il tipo di approccio che i due hanno scelto — e alla fine è proprio questa coerenza a tenere il disco in piedi dall'inizio alla fine.
Si alternano momenti più leggeri e scazzati, come Malandrino o No Insta, a episodi più seri e personali come La mia prigione e Quello che non ho, e il cambio di registro funziona senza che il disco perda mai il filo. Probabilmente qui dentro ci sono le migliori strofe di entrambi — e per chi come me li aveva sempre tenuti a distanza, è una constatazione che pesa.
Miglior traccia: La mia prigione
Hits: La mia prigione, Quello che non ho
Dj Shocca
Dopo circa vent'anni dal primo 60 Hz — uno dei dischi culto dell'hip-hop italiano — Dj Shocca propone un nuovo capitolo. Intitolare un disco 60 Hz II porta con sé un significato ben preciso: la volontà di ricollegarsi esplicitamente a quel progetto. E come tutti i sequel di dischi riuscitissimi, questo si carica inevitabilmente di un peso in più: il confronto con il suo "padre".
Un confronto che il disco stesso alimenta fino alla fine, riproponendo le versioni II di pezzi fondamentali del primo lavoro — Rendez Vous Col Delirio, Notte Blu, Ghettoblaster — senza stravolgere le strumentali originali. Con questa operazione, Shocca dimostra di essere stato un visionario: quei pezzi funzionavano benissimo in un'epoca dell'hip-hop dominata dal boom bap, e funzionano ancora oggi. Ma la domanda sorge spontanea: ne avevamo davvero bisogno, o è più un'operazione nostalgia?
Dai brani nuovi emerge proprio la risposta, e non è del tutto incoraggiante. Le liriche sono fondamentalmente incentrate sul ricordo dei tempi d'oro del rap, con testi che faticano a reggere il confronto col primo disco — fatta eccezione per i contributi di Ghemon e Mistaman.
In conclusione, è sicuramente un disco che riporta al centro del genere il suono old-school, ma senza aggiungere nulla di nuovo. Forse, però, era proprio questo l'intento.
Miglior traccia: Notte Blu II
Taxi B
Quando FSK Satellite si è sciolto nel 2021, ognuno dei tre si è portato dietro un'identità ben definita. Taxi B era già quello con lo screamo, i beat acidi, il suono più duro. Zolfo, il suo primo album solista, non tradisce niente di tutto questo — anzi, lo porta a compimento. Cross-over puro: hardcore, trap e momenti emo che convivono senza che nessuno dei tre sembri fuori posto.
Lo screamo è il cavallo di battaglia, e qui funziona perché non è mai grezzo o fine a se stesso — è controllato, integrato nei beat, parte della costruzione del pezzo piuttosto che una sovrapposizione. I testi non sono il punto di forza del disco, ma non è quello che Zolfo vuole essere, e Taxi lo sa: quando il suono è così caratterizzato, i testi possono permettersi di stare un passo indietro.
Tra i pezzi da nominare, Sex Pistols sorprende con un ritornello quasi punk che non ti aspetti; Pyppare è la hit più trap e più cupa del disco; Inutilmente è il momento emo più riuscito, quello che dimostra che anche sul versante melodico Taxi B sa il fatto suo. Il problema sono le tracce che non girano allo stesso regime: Cosa faresti per un like e Come NY hanno beat che spingono meno, e Taxi in quel contesto non rende — il suo approccio ha bisogno di una base che lo sostenga, altrimenti perde mordente.
Rimane comunque un disco identitario, difficile da inquadrare nella scena rap italiana mainstream. E questo, nel 2023, non è poco.
Miglior traccia: Sex Pistols
Hits: PYPPARE, Sex Pistols
Sfera Ebbasta
XDVR nasce dal niente: due ventenni di periferia, un computer, nessuna etichetta. Sfera Ebbasta e Charlie Charles, dopo essersi conosciuti in un McDonald’s dopo una serata, pubblicano il disco in free download nel giugno 2015, e nel giro di poco viene intercettato dall’etichetta Roccia Music che lo ripubblica a novembre. Da quel momento cambia qualcosa nel rap italiano.
Non è che la trap non esistesse prima in Italia — c'era già qualcuno che ci lavorava — ma XDVR porta quel suono a un livello successivo. Il mood cupo, compresso e ipnotico della trap americana arriva qui con una coerenza e una forza che mancava. Charlie Charles costruisce un universo sonoro omogeneo dall'inizio alla fine: bassi spinti, beat elettronici, e quel giro di piano che diventa la sua firma stilistica — ipnotico, riconoscibile, presente in modo diverso su ogni traccia. L'Auto-Tune su Sfera non è un effetto decorativo: è parte della voce, del suono, dell'identità del disco.
Liricamente non c'è liricismo colto, né vuole esserci. C'è la voglia di rivalsa di un ragazzo cresciuto a Cinisello Balsamo, il racconto del quartiere, dei palazzi, di una gioventù bruciata — raccontata senza filtri e senza ipocrisie. Ciny è diventata una delle sue hit più riconoscibili proprio per questo. Mercedes Nero, con Tedua e Izi, ha quel giro di piano ipnotico che non esce dalla testa. Ma i brani meno noti tengono il disco insieme altrettanto bene — Brutti Sogni, Zero, Trap Kings sono il lato più grezzo e urgente del progetto.
Uno spartiacque vero. Non perché fosse perfetto, ma perché era necessario.
Miglior traccia: Mercedes Nero
Hits: Mercedes Nero, Brutti sogni
Madame
Madame è il disco di debutto ufficiale dell'artista vicentina, e conferma quello che i singoli anticipatori avevano già lasciato intuire: c'è un talento palese, una capacità di scrittura non comune nel rap italiano, emersa prepotentemente fin da giovanissima con pezzi come 17 o Sentimi.
Il disco però è una montagna russa. Ci sono momenti molto riusciti — vuoi per le melodie catchy del pop rap moderno, come Tu Mi Hai Capito con Sfera Ebbasta o Luna con Gaia, vuoi per la profondità di temi e scrittura, come in Clito o Vergogna — e momenti in cui il progetto perde un po' di fuoco, specialmente sul fronte delle produzioni.
Tra i picchi assoluti c'è Voce, brano autobiografico in cui Madame si rivolge alla propria voce come metafora dell'identità: presentato a Sanremo 2021, gli è valso la Targa Tenco.
Nel complesso un buon disco, acerbo in certi punti ma con lampi che confermano una delle voci più interessanti emerse dal rap italiano negli ultimi anni.
Miglior traccia: Voce
Hits: Baby, Voce
Kendrick Lamar
Cinque anni di silenzio dopo Damn, e Kendrick non si presenta con un disco facile. Mr. Morale & the Big Steppers è un doppio album che funziona come una seduta di terapia resa pubblica: trauma generazionale, rapporti di coppia, identità, cancel culture — tutto finisce dentro, senza filtri e senza soluzioni preconfezionate. Non è un disco che ti accarezza, ma è un disco che non perde mai la bussola, e questo è già tutto.
La produzione è volutamente minimale, spesso rarefatta, con incursioni nel jazz, nel soul e nella trap che non stonano mai. Father Time è forse il momento più alto: la base sembra rovinata, c'è quel fruscio da vinile consumato che dà l'impressione di dissotterrare qualcosa di sepolto da tempo, e il testo va dritto al punto — “Lookin' for "I love you", rarely emphathizin' for my relief” — sul rapporto col padre, sulla mascolinità tossica che si tramanda senza che nessuno se ne accorga. Tra i brani che meritano menzione, sicuramente Die Hard, con una base e un ritornello che ti restano in testa, e Silent Hill con Kodak Black, uno dei momenti più fisici del disco, dove il flow e una produzione più trap si incastrano benissimo. In generale non ci sono tracce deboli, e in un doppio album non è una cosa scontata.
Quello che sorprende è che nonostante la lunghezza e la densità dei temi, il disco regge compatto dall'inizio alla fine. Non perde energia, non si disperde. Kendrick riesce a tenere tutto insieme — i momenti emotivi, i banger, gli intermezzi — con una coerenza che pochi si possono permettere. Un altro capitolo impeccabile di una discografia che continua a non sbagliare un colpo.
Miglior traccia: Father Time (feat. Sampha)
Hits: Father Time, Die Hard, N95
Ghali
Ghali torna dopo un po' di assenza e lo fa guardando indietro — il titolo rimanda al pezzo più iconico del suo esordio, e l'intenzione è chiara fin da subito: tornare alle radici, riappropriarsi della trap. La produzione è affidata ai suoi pupilli KIID e Sadturs, che cavalcano le sonorità della nuova scena "trap aliena" — beat sghembi, atmosfere claustrofobiche, un'estetica che strizza l'occhio a Playboi Carti più che alla vecchia Milano. In teoria, una mossa interessante. In pratica, i risultati sono altalenanti.
Quando funziona, funziona davvero. Il punto più alto è Coco — morbida, arabeggiante, introspettiva — un pezzo che in Italia sa fare solo lui, quella miscela di malinconia e identità culturale che è sempre stata la sua firma più riconoscibile. Subito dietro, Machiavelli con Simba La Rue: beat cupissimo, angosciante, un'atmosfera claustrofobica che tiene dall'inizio alla fine.
Il problema è tutto il resto. Ci sono brani che riprendono le sonorità di Album e DNA senza aggiungere nulla — Zuppa Di Succo Di Mucca potrebbe essere una traccia scartata da quei dischi, e non è necessariamente un insulto: il pezzo non è brutto, è solo inutile, non sposta niente. Poi ci sono i momenti proprio usciti male, su tutti Paura e Delirio a Milano, dove la reunion con pezzi della Dark Polo Gang non produce la scintilla sperata. Il ritorno alle origini, insomma, funziona a sprazzi — qualche traccia si salva, ma non rimane molto.
Il problema di fondo è che Ghali è un artista che quando è ispirato produce cose che altri non sanno fare. Pizza Kebab Vol. 1 non è un disco ispirato.
Miglior traccia: Coco
Hits: Coco
Tedua
Teniamo a mente una cosa: Tedua arriva da Mowgli, progetto del 2018, solidissimo, coerente nelle sonorità e nell'attitudine, uno dei dischi rap più riusciti della sua generazione. Su La Divina Commedia l'hype accumulato era enorme — cinque anni di annunci, rimandi e attese che avevano caricato le aspettative oltre ogni limite ragionevole. E già chiamarlo La Divina Commedia è una dichiarazione d'intenti che non lascia spazio all'ambiguità.
Il problema è che il concept, al di là del titolo e di qualche citazione dantesca sparsa, non si sente davvero. Non c'è una struttura narrativa che tenga insieme il disco, non c'è un percorso riconoscibile dall'Inferno al Paradiso — c'è solo un'etichetta sopra a qualcosa che avrebbe potuto stare in piedi anche senza. E quello che sta sotto, purtroppo, è per larga parte quel pop-rap melodico costruito per durare qualche giorno. Mancanze affettive con Geolier, Volgare con Lazza, Hoe con Sfera Ebbasta: tre featuring che sembrano scelti per garantire numeri più che per necessità artistica, e i brani lo riflettono — entrano facilmente, escono ancora più facilmente.
I momenti in cui Tedua si ritrova davvero sono tre, e si riconoscono subito: l'Intro, Bagagli e l'outro. Lì la narrazione si fa personale, il flow cambia pelle, le strutture si aprono e si prende il tempo che serve. È il Tedua che valeva la pena aspettare. Il guaio è che tre momenti isolati non bastano a sostenere un disco intero, e anzi rendono ancora più evidente il contrasto con il resto.
Forse senza cinque anni di attesa sulle spalle il giudizio sarebbe stato meno severo. Ma un disco che si chiama La Divina Commedia si porta dietro le sue ambizioni — e queste ambizioni, qui, restano in gran parte disattese. Un'occasione sprecata.
Miglior traccia: Intro La Divina Commedia
Hits: Intro La Divina Commedia, Bagagli (Improvvisazione), Outro Purgatorio
Geolier
Alcuni dischi entrano nel crate in silenzio. Il voto parla da sè.
Leggi di piùMiglior traccia: Monday
Hits: Monday
Simba La Rue
Mettiamo un attimo da parte il personaggio e valutiamo il disco per quello che è: gangsta rap con un'identità sonora precisa e difficile da trovare altrove nel rap italiano.
Il suono di Simba pesca chiaramente dal rap francofono — quella roba da banlieue parigina che si sente nel flow spezzato, nel lessico, nell'attitudine — e lo porta dentro un contesto italiano in maniera credibile. Beat acidi, cupi, a tratti ipnotici, che si muovono tra trap e hood senza mai perdere coesione. Non ci si può aspettare testi impegnati e non è quello il punto: il genere ha le sue regole, e Tunnel le rispetta fino in fondo. Qualche pezzo regge meno per produzione, ma sono eccezioni in un disco che complessivamente è ben costruito e raramente cala.
Se vuoi capire cosa hai di fronte, parti da Tunnel, No Mix No Master e Bâtiment: tre pezzi che rappresentano bene l'arco del disco e bucano le casse come pochi altri in circolazione nel rap italiano del 2024.
Miglior traccia: NO MIX NO MASTER
Hits: NO MIX NO MASTER, BATIMENT, SOLDI A CASA
Kanye West
The College Dropout esce nel 2004 ed è un debutto clamoroso — non solo perché dimostra che Kanye sa rappare oltre che produrre, ma perché lo fa portando temi che nel rap dell'epoca non esistevano. Il gangsta rap dominava, e Kanye arriva con tutt'altro: la fede religiosa, la critica al sistema educativo, le ambizioni e le frustrazioni di chi viene dalla classe media nera. Una rottura netta, portata avanti con una sicurezza disarmante.
Il suono è la sua firma: campionamenti soul e gospel manipolati, voci accelerate fino a sembrare cartooneschi — il così detto chipmunk soul — drums che scattano come molle. Produzioni calde, immediate, difficili da dimenticare. Ed è proprio quella qualità produttiva a reggere il disco nel tempo. Suona bene oggi come allora.
Diverse tracce meritano menzione, ma tra queste sicuramente Jesus Walks, con il suo ritmo incalzante che sembra una marcia trionfale; New Workout Plan ti fa muovere per forza, un groove che non chiede permesso. E poi c'è Through the Wire, una delle migliori canzoni di Kanye di sempre: quella vocina del sample ti entra in testa, e quando parte il flow di Kanye sopra — registrato con la mascella fratturata, letteralmente — capisci che stai ascoltando qualcosa di speciale.
Considerando quello che farà dopo, si può dire che Kanye era già partito da un livello altissimo.
Miglior traccia: Through The Wire
Hits: Through The Wire, Jesus Walks, Family Business
A Tribe Called Quest
The Low End Theory è il secondo album degli A Tribe Called Quest, uscito nel 1991, ed è uno dei dischi fondamentali della golden age dell'hip-hop americano. Il titolo non è una metafora: il basso è letteralmente il protagonista sonoro del disco, e su Verses from the Abstract suona addirittura Ron Carter, il leggendario contrabbassista jazz. È quel tipo di dettaglio che dice tutto sull'approccio di Q-Tip alla produzione — campionamenti jazz usati non come ornamento ma come ossatura.
Il suono è minimale, diretto, quasi austero: niente stratificazioni eccessive, niente effetti in primo piano. È jazz rap nella sua forma più pura, e proprio per questo può sembrare datato a un ascolto contemporaneo — non perché abbia perso qualità, ma perché l'hip-hop di oggi è andato in direzioni molto diverse, e quella essenzialità può suonare lontana.
Ma quando funziona, funziona benissimo. Jazz (We've Got) ha un mood e una raffinatezza che si sentono dai primi secondi — quegli scratch iniziali sopra una base jazzata sono un momento di produzione quasi perfetto. E poi c'è Scenario, con Busta Rhymes — energia pura, uno di quegli hip-hop che ti fa muovere il collo.
Un classico da ascoltare almeno una volta, soprattutto per capire da dove viene gran parte di quello che è venuto dopo.
Miglior traccia: Scenario
Hits: Scenario, Jazz (We’ve Got), Check the Rhime
Fabri Fibra
Mentre Los Angeles Brucia è l’undicesimo album in studio di Fabri Fibra e, a detta sua già dalla traccia di apertura, potrebbe essere anche l’ultimo pubblicato sotto major. Come spesso accade nella sua discografia, è un lavoro destinato a dividere. La scrittura, ormai da tempo più essenziale, potrà far storcere il naso a chi cerca il tecnicismo puro, ma non per questo risulta svuotata di contenuti. Anzi, rispetto a Caos, che dava l’impressione di una raccolta disomogenea di brani, qui emerge una coerenza molto più solida.
Il disco si sviluppa in due blocchi distinti, quasi ricalcando la struttura di Fenomeno. La prima parte è più leggera: c’è il singolo Milano Baby con Joan Thiele, qualche incursione in flow più moderni per lui come in Tossico, e un momento che richiama il vecchio spirito di Mr. Simpatia in Karma Ok.
È però nella seconda metà che il progetto trova la sua vera forza, virando verso toni più intensi e introspettivi, con un focus particolare sul tema della famiglia. Qui le tracce dialogano tra loro in modo molto più evidente: Tutto Andrà Bene tocca temi come bullismo e revenge porn, ma sembra soprattutto puntare il dito sull’incapacità dei genitori di riconoscere il disagio dei figli. Figlio è probabilmente il vertice emotivo del disco: una lettera immaginaria a un figlio che non esisterà mai, scritta senza filtri e proprio per questo profondamente sincera — “al figlio che mai avrò, tratta bene le ragazze… ricorda il karma è importante, non dare mai false speranze”.
Con Mio Padre la prospettiva si ribalta: Fibra si rivolge direttamente al padre scomparso, lasciando emergere frustrazione e rancore con una sincerità quasi adolescenziale, nel senso più autentico del termine. Anche Vivo, impreziosita da un campione straordinario di Andrea Laszlo De Simone, è tra i momenti migliori: un rap fatto di immagini semplici ma efficaci — “Tu restami vicino, ho già toccato il fondo / mentre abbasso il finestrino e sento l’aria sul mio volto / non ci sta nessuno in giro, come se fosse un sogno / tu sei Trinity, io Neo e tutto ci esplode intorno”.
Il disco si completa con alcune tracce bonus, escluse dalla tracklist principale ma comunque volute da Fibra. Tra queste spicca Invidia, in cui compie un gesto quasi anti-rap: ammettere apertamente di provare invidia per alcuni colleghi, il tutto su un beat che richiama l’epoca di Mr. Simpatia — Tradimento.
A fare da collante c’è una produzione sempre solida, curata in gran parte insieme ai 2nd Roof, ormai una garanzia nel suo percorso.
Il vero punto di forza di Mentre Los Angeles Brucia resta però la sincerità: Fibra ha ancora qualcosa da dire, e soprattutto sente il bisogno di dirlo.
Miglior traccia: Figlio
Hits: Figlio, Invidia
Tedua
Mowgli è quello che succede quando un rapper e un producer si muovono come un'unica testa: stessa visione, stessa direzione, zero compromessi. Era già successo con XDVR, il disco di Sfera con Charlie Charles, e risuccede qui con Tedua e Chris Nolan — due ragazzi che costruiscono un mondo sonoro preciso e ci abitano dentro per tutta la durata del disco.
Il concept non viene dichiarato esplicitamente, ma è lì: un ragazzo che sgomita tra Cogoleto e Milano, sospeso tra due realtà diverse con problemi poi non così diversi, che impara le regole di una giungla urbana navigandola a modo suo. Chris Nolan costruisce le basi su misura per quel racconto — trap, certo, ma con innesti che richiamano quella scena ligure nascente che in quegli anni stava trovando la sua identità sonora insieme a Izi e Vaz Tè, più elementi naturali, quasi ambientali, che tengono vivo il filo della metafora. E sopra ci metti il flow di Tedua, volutamente sghembo, che spezza la ritmica invece di assecondarlo — una scelta che o capisci subito o ti spiazza, ma che qui ha perfettamente senso.
Coraggiosissima poi la scelta di uscire senza un solo featuring: nessuno ospite, nessun appiglio commerciale. Solo Tedua a raccontare il suo mondo, dall'inizio alla fine.
I brani cult sono arrivati di conseguenza: La Legge del Più Forte che sintetizza l'essenza del disco meglio di qualsiasi descrizione, Vertigini che è il momento più pop senza tradire nulla, Burnout e Fashion Week che mettono in mostra le peculiarità ritmiche di Tedua nella loro forma più immediata. Ma anche i brani meno esposti sanno dire la loro — Cucciolo d'Uomo, Natura, Dune sono costruite con una cura sonora che non ti aspetti da un disco trap del 2018. Uno dei lavori più riusciti di quella prima scena, e non per caso.
Miglior traccia: La legge del più forte
Hits: La legge del più forte, Vertigini, Rital, Fashion Week
Shiva
Milano Demons era un disco a due facce: pezzi street da una parte, incursioni melodiche verso il mainstream dall'altra, con il risultato che nessuna delle due anime convinceva del tutto. Santana Season sceglie invece una direzione sola — più street, più aggressivo, meno compromessi — e per questo suona molto più come Shiva. Non è un disco che cerca di piacere a tutti, ed è esattamente quello il punto.
Il suono è trap, ma ci sono scelte che lo tirano fuori dalla media del genere. Elicotteri con Geolier attacca senza preavviso, quasi come se il pezzo partisse già da metà: niente introduzione, niente rampa di avvicinamento, flow immediato. Funziona. La chiusura Champagne + Tiffany è il pezzo più interessante del disco: un lungo flusso di coscienza che non cerca la hit, e quei colpi di pistola prima del beat switch che, ascoltati sapendo quello che è successo dopo, suonano come una profezia infelice.
Shiva è un personaggio che arriva con tutte le sue contraddizioni — e sono contraddizioni reali, non costruite per il marketing. Ma tenere separate la persona dal rapper è possibile, e su questo disco vale la pena farlo: il rapper è molto forte, e il disco suona bene dall'inizio alla fine.
Miglior traccia: Champagne + Tiffany
Hits: Charts Global, Elicotteri (feat. Geolier), Un Milione di Volte (feat. Sfera Ebbasta), Champagne + Tiffany
Fabri Fibra
Controcultura è probabilmente il disco di Fibra più ricordato per le sue hit e meno per quello che c'è intorno. Un peccato, perché intorno c'è parecchio.
Arriva nel 2010, sesto album ufficiale, dopo Chi Vuole Essere Fabri Fibra? — un progetto può aver deluso qualcuno. Il rilancio funziona benissimo sul piano commerciale: Tranne Te è forse la prima vera hit pop-rap italiana nel senso contemporaneo del termine, con una produzione elettropop costruita per durare; Vip in Trip è una critica alla politica italiana nel suo stile più affilato; E poi c'è Le Donne — brano che fa un po' strano dopo dischi in cui le donne venivano dipinte nel modo peggiore possibile, e qui invece Fibra ribalta la prospettiva. Che sia una presa di coscienza o una mossa calcolata, resta un momento che si nota.
Ma ridurre Controcultura alle sue hit sarebbe un errore. Dentro ci sono brani dove Fibra torna a un tecnicismo lirico che aveva messo da parte, su produzioni meno aggressive e dal sound più elettronico: +-, la title track, e In Alto — una riflessione sul proprio successo, lucida e senza autocompiacimento. È il disco più politicizzato che abbia fatto: corruzione, scandali, massoneria, Nuovo Ordine Mondiale, un ritratto dell'Italia berlusconiana raccontato con il cinismo che gli è proprio.
Anche i featuring sono pochi e scelti bene. Marracash in Qualcuno Normale e Dargen D'Amico in Insensibile — il brano più leggero e giocoso del disco, che riprende il mood di Bugiardo senza scimmiottarlo. Niente riempitivi.
Fibra stesso ha ammesso che questo disco non lo ha impegnato quanto Tradimento o Bugiardo sul piano della scrittura. Eppure è quello che ha venduto di più. C'è qualcosa di paradossale in questo — e forse è proprio quello il punto: Controcultura è il disco in cui Fibra impara a fare tutto e due le cose, le hit e la sostanza, senza che una cancelli l'altra.
Miglior traccia: Vip in Trip
Hits: Vip In Trip, Tranne Te
Sayf
Sayf è forse uno degli artisti/rapper emergenti meno scontati del momento, e questo EP — seppur breve — lo conferma. Tra racconti di vita personale e brani più leggeri, SE DIO VUOLE si presenta come un progetto rap lontano dal cliché del trapper contemporaneo, pur senza rinunciare a quella dose di spavalderia ed ego-trip che da sempre caratterizza il genere.
Nel suono si percepisce l’influenza della scena ligure — Sayf è di Rapallo — ma si tratta più di riferimenti che di vere e proprie imitazioni: l’originalità resta intatta. Il fatto, inoltre, che sia un trombettista aggiunge un ulteriore livello di spessore musicale al progetto. È un artista interessante da seguire nei prossimi sviluppi.
Miglior traccia: MARINÈ (feat. Kuremino & Sethu)
Hits: MARINÈ (feat. Kuremino & Sethu), FORTUNA (feat. 22simba)
Paky
Quando ascolti Paky c'è uno scoglio da superare: la voce graffiata, quel tono nasale che o passa o non passa. Se passa, però, diventa difficile non riconoscere che sa fare il gangsta rap — e ha la credibilità per farlo. Questo disco d'esordio lo dimostra senza margini di dubbio.
Salvatore è un disco diviso in due, e la divisione non è casuale: è la struttura stessa del racconto. La prima metà è una sequenza di banger trap dove Paky si mangia i beat. Non è solo questione di produzioni forti — è che lui ci sta sopra in un modo che non lascia scampo. Auto tedesca è una hit riconoscibile dalle prime note: quel beat e quel ritornello iconico ti entrano in testa subito. No Wallet e Blauer arrivano con la stessa energia, beat supremi e Paky che non spreca un secondo. Già in questa prima metà, però, c'è qualcosa che anticipa quello che verrà: 100 Uomini porta con sé una rabbia diversa, più interna, già mischiata a rassegnazione. È la cerniera tra le due anime del disco.
La title track arriva come interludio e cambia tutto. Paky racconta un fatto personale pesantissimo — la morte dello zio in un incidente stradale, a causa di una telefonata — e da quel momento il disco non è più lo stesso. La seconda metà è più conscious, più personale, e quella rassegnazione che affiorava in 100 Uomini diventa manifesta. In Vivi o muori, Vita sbagliata, Comandamento, il racconto si fa intimo senza perdere concretezza: ricordo quando stavo in strada e le prendevo in giro / poi tornavo a casa / pà mi dava il resto. Poche righe, nessuna retorica, e la strada è lì — reale, riconoscibile, senza filtri.
Difficile trovare note stonata in questo disco. Paky ha fatto un esordio con il botto, il tipo di esordio che non si dimentica facilmente.
Miglior traccia: 100 Uomini
Hits: 100 Uomini, Vita sbagliata, Comandamento
thasup
Thasup non si smentisce. Tre anni dopo l'esordio fulminante di 23 6451, torna con un disco che spinge ancora più in là la sperimentazione e affina ulteriormente la sua capacità di costruire melodie che non suonano come nient'altro in circolazione. La sua musica è un marchio di fabbrica — e in Italia nessuno può imitarla. Forse meno memorabile del progetto precedente, ma altrettanto valido. La differenza è che qui thasup si prende qualche rischio in più, e quasi sempre vince.
C'è una distinzione netta tra i brani con featuring del mondo pop e quelli più tipicamente thasupiani, ma sarebbe sbagliato leggerla come una concessione commerciale. In r()t()nda con Tiziano Ferro non è thasup ad adattarsi allo stile del featuring: è Ferro che entra nel mondo di thasup, al punto da riprenderne il flow nel ritornello. Stesso discorso per sci@ll@ con Tananai. Thasup non apre una porta sul pop — è il pop che viene a bussare a casa sua, e lui decide come farlo entrare.
Poi ci sono i brani in cui non ci sono mediazioni di nessun tipo. M%n, mi @mi o é f@ke, s!r!: quel rap che non capisci sempre bene nelle parole, e va bene così, perché è il flow e la musicalità a tenerti agganciato. Non stai ascoltando testi — stai ascoltando una voce che diventa strumento, che plasma il suono tanto quanto il beat sotto.
E poi c'è come t! vorre!, che è un caso a parte. Sembra una canzone rivolta a se stessi: io so che non sarò mai come mi vorrei è una frase potentissima, quasi fuori posto in un disco così energico. Ma forse non è fuori posto — forse è il centro di tutto. Quel disagio, quella distanza da sé, potrebbe essere la stessa ragione per cui thasup si nasconde dietro un avatar, dietro una scrittura che deforma le parole fino a renderle sue e di nessun altro.
S!r! ha dominato le classifiche del 2022 ed è uno di quei rari casi in cui non si può che essere contenti. 23 6451 ha l'aura dell'esordio e rimane una gemma, ma questo disco è più completo: non tradisce la sua identità, e non ci si adagia nemmeno sopra. Bravo.
Miglior traccia: mi @mi o è f@ke
Hits: mi @mi o è f@ke, come t! vorre!, s!r!
Massimo Pericolo
Si sente che in questo disco Massimo Pericolo ci ha messo dentro davvero se stesso — i testi riflettono sul successo, sul vissuto, su quello che è diventato senza smettere di ricordare da dove viene. Per certi versi è un ritorno all'approccio di Scialla Semper, ma con una consapevolezza in più: quella di chi ha già attraversato qualcosa.
Il disco alterna momenti più conscious e introspettivi a tracce più distese, su sonorità che strizzano l'occhio all'elettronica e alla dance più che alla trap dominante del momento — Moneylove è un mix interessante tra i due mondi, Come Aria va ancora più in quella direzione.
Il momento più alto arriva alla fine, con Non parlarmi (outro): uno sfogo contro chi si lamenta senza rendersi conto di quanto sia privilegiato rispetto a chi certe situazioni le vive davvero. Emerge il vissuto di chi viene dal basso e non ha pazienza per le lamentele di chi non sa cos'è una condizione difficile sul serio. Uno dei momenti lirici più riusciti della sua discografia.
È un ottimo disco per chi cerca un ascolto rap italiano moderno capace di essere emotivo e comunicativo senza rinunciare all'accessibilità musicale.
Miglior traccia: Totoro 2
Hits: Non parlarmi, Totoro 2
Vegas Jones
Se si dovesse stilare una lista dei dischi più sottovalutati del rap mainstream italiano, La Bella Musica non potrebbe mancare. A giocargli contro è stato il momento di uscita: novembre 2019, uno dei mesi più affollati della storia recente del genere, con l'esplosione di 23 6451 di tha Supreme e il ritorno monumentale di Marracash con Persona. In quel contesto, passarci sopra era fin troppo facile. Un peccato, perché non è un disco da meno.
In un momento dominato da progetti zeppi di featuring, Vegas Jones esce con qualcosa di compatto e coraggioso: un solo ospite in quattordici tracce, Fabri Fibra, e il peso del disco tutto sulle spalle. Le produzioni — affidate principalmente alla coppia Boston George e Joe Vain — pescano dall'immaginario trap con 808 presenti ma eleganti, spesso arricchiti da linee melodiche sottili — ad esempio il flauto sintetico in Presidenziale che alleggerisce senza togliere spessore. Il disco sa anche svuotarsi quando serve: l'intro al pianoforte della title track è uno dei momenti più disarmanti dell'intero progetto. Poi ci sono Supercar e Puertosol, che invece aprono le finestre e ti portano su una spiaggia californiana — ma è un sole filtrato, non l'euforia spensierata di certe sue uscite precedenti.
Anche la scrittura è cresciuta. Solido è una di quelle tracce che sa essere motivante senza risultare retorica — ti spinge a non farti abbattere con una naturalezza che in certi rapper suona forzata. La Bella Musica, la title track, è il cuore introspettivo del disco: nostalgia e malinconia che però non affondano — poi nell'ombra ho trovato un filo di luce, seguila / ora che hai una chance, usala. Chi alla fine ce l'ha fatta, lo sa riconoscere in quelle parole. Presidenziale con Fabri Fibra è invece la traccia più pomposa, nel senso migliore: due strofe metricamente eccellenti, un parallelismo tra la vita da artista e quella da presidente che funziona perché non si prende troppo sul serio.
È il miglior disco di Vegas Jones, e probabilmente uno dei più riusciti del rap italiano di quel periodo. Che sia rimasto nell'ombra dice più sul momento che su di lui.
Miglior traccia: Solido
Hits: Solido, La Bella Musica, Presidenziale
Sfera Ebbasta
I sequel dei dischi iconici si portano sempre dietro un peso doppio. Il confronto con il primo capitolo è inevitabile, e in questo caso l'aspettativa era alta anche per un'altra ragione: Sfera arrivava da Famoso, un disco debolissimo, e aveva bisogno di una risposta. X2VR è esattamente quello: uno switch netto. Fuori il pop, fuori la rincorsa ossessiva al feat internazionale, dentro i banger trap, i beat spinti, i nomi vicini al suo mondo.
Il paragone con XDVR però non si può evitare — e non sarebbe onesto farlo. Quel disco del 2015, distribuito gratis e diventato pietra miliare, è stato il momento in cui la trap è entrata in Italia per la prima volta con una voce credibile. Aveva una voglia di riscatto mista a rassegnazione che era quasi fisica. X2VR non ha quella tensione, ma sarebbe strano se ce l'avesse: in mezzo ci sono anni di sold out, platini, e lo status di rapper più ascoltato d'Italia nell'ultimo decennio. È normale che i testi scivolino sull'autocelebrazione — è difficile fare altrimenti quando sei diventato esattamente quello che sognavi di essere.
Tra i banger ci sono due pezzi che meritano menzione esplicita. VDLC campiona Vida Loca dei Club Dogo e funziona come omaggio dichiarato alla scena da cui Sfera viene — un ancoraggio identitario che dà senso al disco. Ciao Bella con Anna funziona proprio per come è costruita: il beat accelera nella seconda metà e prepara il terreno a un flow più tecnico, che Anna sfrutta regalando una delle strofe più imbarazzanti per almeno mezza scena rap italiana. Calcolatrici con Geolier, Simba La Rue e Baby Gang fa una cosa diversa — non accelera, cambia proprio registro, da trap a drill/hood, e il salto funziona. Il resto del disco tiene, anche se non stupisce.
L'unico momento davvero introspettivo è 15 Piani con Marracash, che chiude il disco tornando al quartiere, ai palazzoni, alle origini. È un finale che fa il suo lavoro e ricorda che Sfera, quando vuole, sa ancora dove mettere le mani.
X2VR non ha l'iconicità del primo disco — ma non era quello il punto. È un disco che fa il suo dovere, senza pretese eccessive, confezionato da chi ha la stoffa per farlo bene anche quando non è ispirato al massimo.
Miglior traccia: 15 Piani
Hits: 15 Piani, Calcolatrici
Izi
Senza troppi giri di parole, Aletheia è uno dei dischi rap italiani migliori degli anni Dieci. Izi arrivava da una lunga assenza dopo Pizzicato: nel periodo tra i due dischi aveva attraversato una crisi personale e depressiva profonda — crisi epilettiche, isolamento, la necessità di imparare a farsi attraversare dal dolore invece di fingere che non esistesse. Quel processo di rielaborazione si sente in ogni traccia.
Il titolo è già una dichiarazione di intenti: aletheia in greco antico significa "verità". È la verità che Izi stava cercando, ma non ha la pretesa di comunicarcela — forse perché non l'ha trovata del tutto. E questa tensione irrisolta è uno degli elementi più interessanti del disco. C'è persino un concept nascosto: undici tracce si chiudono ciascuna con una parola, e ricomposte nell'ordine giusto formano la frase "Ma possiamo comprendere quando un bambino ha paura del buio?". Non è un gioco fine a se stesso — è il modo in cui il disco ti chiede di essere ascoltato: con attenzione, più volte, cercando qualcosa.
Musicalmente, le produzioni richiamano la trap di quegli anni ma si sente che c'è cura a costruire un'atmosfera specifica, mistica e densa. Il merito è soprattutto di Davide Ice, produttore centrale del disco, affiancato da nomi come Tha Supreme, Charlie Charles, Mace e High Klassified, che tessono il suono giusto per accompagnare il flow scorrevole e dirompente di Izi. Molte tracce scorrono come un flusso di parole, concetti, pensieri a volte autobiografici — andavo in giro in bicicletta / sì da bambino mi piaceva l'aria fresca / perché respiravo e la sentivo in testa / come se avessi una finestra / e invece vivo in una cella — e a volte no, fino a momenti più confessionali come le tracce di chiusura Grande e Zorba. Fumo da solo è liricamente tra le più dense del disco; Uh, che peccato! dimostra che anche quando allenta il registro, l'approccio metrico e tecnico regge. E poi c'è la cover di Dolcenera di De André — un artista che secondo Izi è la voce di Dio — che un rapper genovese non poteva non omaggiare, e che riesce nell'impresa senza sembrare un sacrilegio.
È un disco a cui si torna, e ogni volta c'è qualcosa che non si era colto prima: un'immagine, una parola nascosta, un'inflessione del flow che cambia il senso di una strofa. Nel rap italiano degli anni Dieci, pochi dischi chiedono questo tipo di ascolto. Aletheia è uno di quelli.
Miglior traccia: Fumo da solo
Hits: Fumo da solo, Grande, Dolcenera, San Giorgio
Mace
Mace ha un dono raro: sa portare gli artisti in territori che non sono i loro senza farli sembrare pesci fuor d'acqua. Il risultato è un producer album intenso, che avvolge nel suono e riesce a fare più cose insieme — energico e spirituale, pop e sperimentale, immediato e profondo — senza che nulla stoni, senza che nessuna voce sembri fuori posto. È un disco vario che non si disperde mai, tenuto insieme da una visione che Mace non perde di vista neanche per un secondo.
I momenti forti sono tanti e arrivano da direzioni diverse. LA CANZONE NOSTRA costruisce tensione con un beat che si svuota fino al silenzio, poi lascia esplodere un Blanco allora praticamente esordiente in un ritornello dal sapore universale. NON VIVO PIU’ SULLA TERRA porta Rkomi in un territorio introspettivo e ispirato come raramente — "sei ricco quando te ne accorgi / la verità è che stare immobili serve con le api d'accordo" — mentre la produzione sul finale deflagra in qualcosa di alieno. Poi c'è AYAHUASCA, il cuore pulsante del disco: ti trascina in un deserto messicano, dentro qualcosa che assomiglia a un rito sciamanico, con la voce di Colapesce che ti culla in modo ipnotico fino a farti smettere di ascoltare e cominciare semplicemente a sentirti portare altrove.
Ma il segno di un grande disco è anche quello che fa con i brani apparentemente minori. Per citarne alcuni, RAGAZZI DELLA NEBBIA mette insieme Irama e FSK Satellite — un'accoppiata che sulla carta non dovrebbe funzionare, e invece funziona benissimo. ACQUA con Madame e Rkomi scorre esattamente come suggerisce il titolo, con due flow che seguono la base di Mace come un fiume che trova sempre la strada.
OBE è un capolavoro. Punto.
Miglior traccia: AYAHUASCA
Hits: AYAHUSCA, LA CANZONE NOSTRA, NON VIVO PIU’ SULLA TERRA
Lazza
Con Re Mida Lazza aveva dimostrato di saper costruire punchline come pochi. Sirio è l'album in cui dimostra che sa fare anche altro: melodia, ritornelli, pop rap — quello fatto bene, che non è un'involuzione ma una scelta. E lui ce la fa convincere fino in fondo.
L'equilibrio tra flow, tecnica e hook è tenuto con una precisione rara nel rap mainstream italiano: le linee melodiche di Lazza sono tra le più belle in circolazione, con un senso della misura che molti cantanti pop si sognano. Le sonorità restano ancorate alla trap — Piove e Uscito di Galera dominano le classifiche e fanno il loro mestiere benissimo, senza pretendere di essere altro. Ma sono Molotov e Panico, con Takagi & Ketra alla produzione, a indicare la direzione futura: un suono più morbido, più radiofonico, che pochi mesi dopo porterà Cenere a Sanremo e a diventare il brano sanremese più certificato della storia FIMI.
Il disco però si rivela davvero nella seconda metà, nelle tracce che non hanno dominato i feed. 3 Pali ha un beat di Low Kidd pieno e denso, con un flow cavalcante che Lazza cavalca senza mai perdere il filo. E poi il finale: Nulla di e Replay cambiano tutto — atmosfere più cupe, produzioni più pesanti, un modo di rappare più introspettivo che in qualsiasi altro punto del disco. Sono le tracce più belle di Sirio, e anche le meno ascoltate. Chi si è fermato alle hit si è perso la parte migliore.
Non è un album di concetti o grandi temi, e non deve esserlo. Quando produzione e performance vocale sono tenute insieme così, certe "mancanze" diventano irrilevanti. Il disco di diamante — record nel rap italiano — non è un caso: Sirio è semplicemente uno degli album più riusciti degli ultimi anni nella scena.
Miglior traccia: Replay
Hits: Replay, 3 Pali, Nulla Di
Lazza
Re Mida è il disco in cui Lazza dimostra di essere un fuoriclasse nel rap game, prima di traghettare verso sonorità più pop e mainstream. Un dettaglio che dice già tutto su chi sia Jacopo Lazzarini: ha studiato pianoforte al conservatorio, e si sente — non come orpello, ma nella cura con cui le produzioni di Low Kidd costruiscono ogni pezzo, più variegate e riuscite rispetto a Zzala.
Il disco è ricco di hit che sanno distinguersi per flow, ritornelli melodici e soprattutto punchline taglienti — il tipo di rime che rimangono in testa non per la melodia ma per la precisione chirurgica con cui sono costruite: per 'sti qua sono Dio / ma per me sono io / perché fra la D è muta / come Django. L'entrata di Guè in Gucci Ski Mask è diventata iconica nel giro di pochi ascolti, mentre Netflix e Porto Cervo sono le hit più catchy, costruite per essere ascoltate in loop. Il disco sa però anche abbassare la guardia: Catrame con Tedua e Morto Mai sono i momenti emotivamente più intensi, quelli in cui Lazza smette di esibire il flow e lascia che siano i contenuti a parlare.
Ma anche le tracce che hanno sfondato meno il mainstream sanno il fatto loro. Cazal con Izi mette insieme due flow e rime studiate su un beat trap potente, senza che nessuno dei due sembri fuori posto. 24H è forse la traccia più riuscita concettualmente: parla della fretta, del tempo che non basta mai, nelle relazioni. e nel lavoro, e lo fa con un flow che accelera insieme al testo — uno di quei casi in cui la forma e il contenuto si tengono davvero.
Re Mida è un disco rap riuscito, il punto più alto di Lazza prima che la rincorsa al grande pubblico prendesse il sopravvento. Per chi ama le punchline e le rime taglienti, è quasi un documento.
Miglior traccia: Morto Mai
Hits: Morto Mai, Gucci Ski Mask, Cazal (feat. Izi), 24H
Mos Def
Black on Both Sides è uno dei dischi più riusciti dell'hip-hop americano, e il fatto che sia uscito nel 1999 lo rende ancora più significativo. Era il momento in cui il rap commerciale dominava, tra No Limit e Cash Money, e Mos Def andò deliberatamente dall'altra parte — verso qualcosa di più essenziale, più radicato, più New York.
Il disco trasuda East Coast da ogni solco. Le produzioni sono curate con una precisione che nell'hip-hop di quegli anni non era affatto scontata: il sample di Aretha Franklin in Ms. Fat Booty — quella voce che entra e ti fa muovere la testa prima ancora che Mos apra bocca — è un esempio perfetto di come si costruisce un beat partendo da materiale nobile senza seppellirlo. Brooklyn va ancora oltre: tre movimenti, tre beat diversi, ciascuno con la sua atmosfera, tenuti insieme dal filo del flow. DJ Premier firma Mathematics con il suo boom bap riconoscibile tra mille. È un disco fatto da qualcuno che conosce la storia del genere e la rispetta senza restarne prigioniero.
Mos Def su questo disco non è solo il rapper: suona basso, batteria, tastiere, e in Umi Says abbandona del tutto il microfono per cantare. È questo controllo totale sul materiale che si sente — ogni scelta sembra consapevole, niente è lasciato al caso.
Il flow è disinvolto, pulito, diretto. Non cerca mai di impressionare per forza, e forse è proprio questo che lo rende così godibile ancora oggi. Un disco per chi ama l'hip-hop east coast nella sua forma più pura — e una delle prove migliori di cosa il genere sappia fare quando è nelle mani giuste.
Miglior traccia: Brooklyn
Hits: Brooklyn, Ms. Fat Booty , Fear Not of Man
Tredici Pietro
NON GUARDARE GIU’ è il secondo disco ufficiale del rapper Tredici Pietro. Rispetto alle uscite rap dell'ultimo periodo, è sicuramente un album che va in una direzione diversa: meno ricerca forzata del banger o del pezzo da club, a favore di una maggiore originalità nelle produzioni, che mescolano hip-hop a sonorità urban pop.
Il disco è però un po' un'altalena: ci sono brani molto originali per struttura, come Morire o LikethisLikeThat, alternati a pezzi che suonano più anonimi. Rimane comunque un artista interessante e promettente da seguire.
Miglior traccia: morire
Hits: morire
Kendrick Lamar
Il primo capolavoro di Kendrick Lamar. Uscito nell’ottobre del 2012 come major label debut — con Dr. Dre e Top Dawg in veste di executive producer — l’album porta il sottotitolo “A Short Film by Kendrick Lamar”: un dettaglio non casuale, che dice tutto sull’approccio cinematografico e narrativo con cui è costruito. Kendrick ci racconta cosa significa essere un “good kid” in una Compton pazza, dove le insidie si nascondono dietro ogni angolo, e lo fa con un lirismo straordinario su produzioni hip-hop che sanno richiamare la tradizione della West Coast senza mai sembrare datate.
La struttura è quella di un concept album vero e proprio: una serie di tracce interconnesse, arricchite da skits e dialoghi, che seguono Kendrick lungo una notte travagliata nella sua città natale. Tra i momenti più iconici, Money Trees spicca per il suo ritornello ipnotico e sospeso nel tempo; Swimming Pools (Drank) affronta il tema dell’alcolismo con una profondità emotiva sorprendente, mascherata da un beat accessibile e radiofonico; le due tracce good kid e m.A.A.d city formano un dittico capace di condensare l’essenza dell’intero disco. E poi c’è Sing About Me, I’m Dying of Thirst: oltre sette minuti di riflessione sulla morte, raccontata attraverso voci e prospettive diverse, un brano che da solo basterebbe a consacrare Kendrick tra i più grandi liricisti del nuovo secolo.
Alla sua uscita, l’album venne eletto miglior disco del 2012 da testate come Pitchfork, BBC, Complex e New York Magazine — e non è difficile capire perché. A distanza di oltre dieci anni, good kid, m.A.A.d city suona ancora benissimo e, soprattutto, suona attuale.
Miglior traccia: Swimming Pools
Hits: Swimming Pools, Money Trees, Sing About Me
Marracash
È Finita La Pace chiude la trilogia iniziata con Persona e proseguita con Noi, Loro, Gli Altri, e lo fa scartando di lato rispetto ai capitoli precedenti: meno introspezione, più sguardo verso fuori. Gli Sbandati Hanno Perso e Mi Sono Innamorato di un AI sono i pezzi che incarnano meglio questo cambio di prospettiva — il primo uno sguardo tagliente su chi si è perso per strada, il secondo una riflessione sull'isolamento emotivo nell'era digitale, affrontata senza ironia facile. È un disco che osserva il mondo con la lucidità di chi ha già fatto i conti con se stesso.
Alla produzione Marz e Zef fanno un lavoro magistrale: campionano la tradizione italiana con una precisione quasi filologica, senza mai perdere il taglio hip hop. La title track costruisce tutto intorno a Firenze (Canzone Triste) di Ivan Graziani — un innesto che funziona perché non cerca di nascondere l'originale ma lo trasforma. Gli Sbandati Hanno Perso recupera le atmosfere di Crazy di Gnarls Barkley e ci costruisce sopra qualcosa di completamente diverso.
I brani che restano di più sono Vittima e Lei. Vittima è probabilmente uno dei pezzi più belli dell'intera trilogia: affronta il tema del non trovare giustificazioni per i propri fallimenti con una scrittura volutamente sfumata, in cui non si capisce mai del tutto se Marra stia parlando a se stesso, a qualcun altro, o ad entrambi. Lei è l'altra faccia — un amore mancato raccontato con la maturità di un uomo di quarant'anni, senza nostalgia retorica.
Le critiche sul fatto che suoni troppo pop sono sterili. La tradizione italiana è pop — Marra la recupera, la porta nel suo mondo e la piega al suo linguaggio. È esattamente quello che fanno i grandi artisti.
Miglior traccia: Vittima
Hits: Vittima, Lei
Marracash
Marracash rilascia NOI, LORO, GLI ALTRI a sorpresa, a due anni di distanza dal ritorno trionfale di Persona. Superarsi non era affatto facile — Persona, tolti magari un paio di brani più mainstream e qualche traccia evitabile, resta un ottimo album. E invece Marra ci riesce, tirando fuori probabilmente il suo progetto migliore.
Il concept riprende il filo di Persona ma lo espande verso qualcosa di più grande: non più solo l'identità dell'individuo, ma quella collettiva. La società frammentata in fazioni, ognuna con la propria verità, ognuna convinta di essere dalla parte giusta. Questo framework — noi, loro, gli altri — non rimane un'etichetta astratta: si ritrova nei testi, nelle storie, nel modo in cui Marra si muove tra l'autobiografico e il sociale senza che i due piani si pestino mai i piedi.
Perché Marra si racconta ancora più a fondo di prima, mettendo in rima le sue fragilità, la depressione, il bipolarismo. DUBBI è la traccia più intensa del disco, quella che umanizza l'artista in modo quasi spiazzante: nonostante il successo, i soldi, la fama e il riconoscimento, si mostra afflitto dagli stessi dolori che possono colpire chiunque. È un momento di onestà rara, nel rap italiano e non solo. Accanto a questo c'è NOI, che funziona in modo completamente diverso: uno storytelling preciso e controllato, un frammento di vita e di amicizia che ricorda per approccio Il Nostro Tempo di Status, ma con una maturità di scrittura ulteriore.
Il resto del disco regge su produzioni impeccabili, sample mai banali — fatta eccezione forse per ∞ LOVE, che però in quanto traccia più commerciale ha la sua ragione di esistere — e featuring scelti con una cura che si sente. Nessuna traccia è davvero skip. In un album di questa lunghezza, non è poco.
Miglior traccia: DUBBI
Hits: DUBBI, INFINITY LOVE, NOI, IO
Marracash
Persona esce nel 2019 dopo quattro anni di assenza dall'ultimo album solista, Status, e il motivo di questa lunga sparizione lo spiega il disco stesso. Marracash aveva attraversato un periodo di crisi personale e depressiva profonda — una relazione tossica, il distacco dai social, l'isolamento — e Persona è il risultato di quel processo di rielaborazione. Il titolo non è casuale: richiama l'omonimo film di Ingmar Bergman e il tema del doppio, della distanza tra chi si è e chi si mostra al mondo. Qui Marra decide di abbattere quella distanza, lasciando un pezzo di sé in ogni traccia — letteralmente, dato che ogni brano porta il nome di una parte del corpo a cui è dedicato.
Il brano che spiega il concept meglio di tutti è Crudelia – I nervi: la descrizione di una relazione tossica e manipolatrice, uno dei motivi principali dell'allontanamento dalla scena, raccontata senza filtri e senza retorica. È uno dei momenti più crudi del disco, e proprio per questo uno dei più riusciti. Intorno a lui, Marra dimostra di essere uno dei migliori liricisti del rap italiano — se non il migliore. Ogni parola è scelta con cura, le citazioni sono onnivore e mai a caso, le figure retoriche costruite con una precisione chirurgica: perché il successo / fra è come se metti / una lente di ingrandimento su un insetto. Le produzioni di Marz, quasi tutte da lode, tessono il suono giusto per ogni "brandello" del concept — varie, calibrate, mai interscambiabili.
Se c'è una criticità, sono i featuring: nove sono tanti, e non tutti convincono allo stesso modo. Mahmood, Tha Supreme e Sfera Ebbasta hanno senso nel concept, ma è difficile non pensare che abbiano senso anche perché nel 2019 erano i nomi più caldi della scena — e si sente. Da buttare e Greta Thunberg sono i momenti più sottotono del disco, tracce che potevano tranquillamente restare fuori senza intaccare la solidità del concept.
Le gemme, però, valgono tutto il resto. G.O.A.T. è una delle canzoni più sincere e sentite dell'intero disco — una riflessione sull'ansia, sull'autostima, sulla voglia di rialzarsi che non suona mai come un proclama ma come qualcosa di vissuto davvero. Tutto Questo Niente è invece una meditazione matura e disincantata sul successo e sul materialismo, con un sax che accompagna Marra in uno dei suoi momenti più profondi.
Persona entra dritto nella classifica dei migliori album del rap italiano. Punto.
Miglior traccia: TUTTO QUESTO NIENTE - Gli occhi
Hits: TUTTO QUESTO NIENTE - Gli occhi, BODY PARTS - I denti, CRUDELIA - I nervi, G.O.A.T. - il cuore
Fabri Fibra
Con Squallor Fibra prova a capire quanto pesa il marketing sulle vendite — e in particolare sulle sue: pubblica il disco senza promozione, senza avviso, con un semplice tweet. Il titolo l'aveva nominato quasi di sfuggita in una delle barre del dissing con Vacca, concluso poco prima.
È forse uno dei suoi dischi meno ispirati, non perché manchi di contenuti, ma perché è sconnesso — suona più come una lunga playlist che come un progetto organico. E la forza che il marketing non gli dà, Fibra prova a cercarla nella presenza di quasi tutta la scena rap dei grandi dell'epoca: Salmo, Guè, Marracash, Gemitaiz, MadMan.
Come sempre nel suo catalogo, i momenti interessanti non mancano, ancora di più in un disco lunghissimo come questo. Il rap nel mio paese è una critica velata alla scena rap dell'epoca — diventata celebre soprattutto per il dissing a Fedez — che in un disco con così tanti ospiti stride quasi. Sento Le Sirene è introspezione e narrazione della Milano drogata e violenta, su una produzione tetra. In Trainspotting c’è una sorta di climax lirico nelle strofe, intervallate da stralci di interviste, con sempre al centro il tema della droga e della musica come sostanza parallela. Ma anche Alieno — su un campione di Niggas in Paris - e Come Vasco che sono delle vere hit rap, dove Fibra sfoggia un flow rinnovato e elegante.
Le produzioni, tra l'altro, valgono la pena: ci sono firme americane di primo piano — Hit-Boy, Dot Da Genius, Amadeus — che hanno lavorato con Kanye, Drake, Travis Scott.
Per approccio il disco richiama i suoi primi lavori, ma con un mood meno giocoso e più cupo e opprimente. Lo “squallore” lo si ritrova nelle strofe, nei temi, nel racconto di una società persa. Forse la debolezza sta proprio nei brani con gli ospiti: sono quelli più deboli lato produzioni e tolgono spazio a Fibra, che invece nello squallore ci ha sempre sguazzato bene.
Miglior traccia: Sento le sirene
Hits: Come Vasco, Alieno, Sento le sirene, Il rap nel mio paese
Uomini di Mare
Cinque tracce, brevissimo, ma clamoroso. Lato & Fabri Fibra — EP del 2004 ultimo progetto degli Uomini di Mare, il progetto con DJ Lato — è uno di quei dischi che sintetizza perfettamente il Fibra di mezzo, quello che sta tra Turbe Giovanili e Mr. Simpatia. Anticipa per certi versi l'approccio del secondo — che viene anche citato esplicitamente nell'EP, nel caso non fosse chiaro a chi stiamo alludendo — ma con un tono più giocoso, una scrittura più diretta e immediata, senza le estremizzazioni che caratterizzeranno quel disco.
Diverse tracce meritano menzione, ma tra queste sicuramente La cosa più facile, che tredici anni dopo tornerà sotto forma di Fenomeno — una delle hit più note di Fibra, costruita proprio sul ritornello di questo brano. E poi c'è La Mia Vita, probabilmente il momento più alto dell'EP e uno dei brani più belli dell'intera carriera di Fibra, almeno per chi lo segue da vicino: una riflessione personale su fatti di vita e fallimenti affrontata con una sottile autoironia, che lo porta a rivalutare affetti e situazioni con una maturità che sorprende per un progetto così compatto.
Un EP che vale tutto il tempo che ci vuole per trovarlo.
Miglior traccia: La Mia Vita
Hits: La Mia Vita
Fabri Fibra
Mr. Simpatia è l'album che ha completamente cambiato il destino dell'hip-hop in Italia. Fibra aveva già pubblicato Turbe Giovanili con l'idea di sfondare, ma il disco era rimasto confinato negli argini strettissimi della scena underground. A 28 anni, disilluso, non ci credeva più. Così si era trasferito a Brighton, dove lavorava in una fabbrica di penne Parker, e scriveva rime sui foglietti di carta che aveva sottomano durante i turni. Quelle penne sono servite a qualcosa.
Il disco va totalmente contro i canoni del rap dell'epoca, ma anche contro il suo stile precedente. Non ci sono virtuosismi, non c'è tecnica sopraffina o incastri raffinati. Ci sono rime spesso semplici, un linguaggio quotidiano riempito delle parole più atroci che potesse trovare, per demolire tutto ciò che viene tradizionalmente considerato sacro nella società e nella cultura italiana: la famiglia, le relazioni, il lavoro, la religione.
L'ego trip qui è capovolto. Se oggi siamo abituati al cliché del rapper figo, con mille ragazze, successo e soldi, qui troviamo l'esatto opposto: Fibra è lo sfigato, intrappolato in relazioni tossiche, con un lavoro che lo opprime, che odia la Chiesa e le sue prediche, che disprezza la propria famiglia. Tutte le canzoni ruotano attorno a questi temi attraverso uno storytelling continuo e portato all'estremo, dove si inscenano stupri, violenze, sesso e le peggiori situazioni che una mente malata possa partorire. Ma in mezzo a questo racconto disturbante si nascondono tantissimi elementi di critica sociale, con riferimenti a fatti di cronaca dell'epoca — e probabilmente un rapporto difficile e frustrante con l'altro sesso che viene mascherato da una misoginia volutamente esagerata.
Il disco è costellato di alcune delle canzoni più iconiche di Fibra. Rap in Vena con uno dei ritornelli più famosi del rap nostrano — io me ne sbatto il cazzo / di un lavoro in città / io spruzzo rap in vena. Non Crollo che racconta tutta la sua frustrazione riuscendo comunque a essere ottimista. Momenti No, il punto più profondo emotivamente, l'unica traccia dove a parlare sembra davvero Fibra e non la maschera di Mr. Simpatia che si è messo dall'inizio — io sto nell'acqua in / questa vasca in cui / ci butto acceso un phon. Ma anche le tracce meno note sanno dire qualcosa, come la title track stessa, costruita sulla ripetizione ossessiva di strofe in -zione e in -arci: un suono duro, acido, disturbante che comunica perfettamente il contenuto — Qualunque canzone italiana punta a rattristarci / qualunque regista in Italia punta ad annoiarci.
Fabri Fibra voleva attirare l'attenzione con questo album, diventare scomodo, mettere in rima il lato più oscuro dell'essere umano. Ci è riuscito perfettamente — e lo ha fatto nel momento in cui aveva meno da perdere, che è spesso il momento in cui si fa la roba migliore.
Miglior traccia: Venerdì 17
Hits: Non Crollo, Momenti No, Venerdì 17, Rap in Vena
Fabri Fibra
Caos è il decimo album in studio di Fabri Fibra, pubblicato cinque anni dopo Fenomeno. Con quelle aspettative sulle spalle il disco lascia un po' l'amaro in bocca. Il problema principale è strutturale: sembra un tentativo di rimettere in scena tutte le versioni di sé, finendo per creare un effetto playlist, con brani scollegati sia sul piano lirico che su quello musicale.
I momenti migliori ci sono e si sentono. Noia con Marracash è probabilmente il picco del disco: i due riflettono sulla noia dei ricchi e sul rovescio della medaglia della popolarità, su una base che campiona Blue in Green di Miles Davis con grande eleganza. Cocaine con Guè e Salmo funziona come pseudo-freestyle: ritornello memorabile, armonica bellissima.
Dall'altro lato, tracce come Stelle, Pronti Al Peggio e Fumo Erba faticano a lasciare il segno, sia per i testi che per le produzioni. Un disco che, nonostante i lampi di qualità, non entra nella top 5 della sua discografia.
Miglior traccia: Noia
Hits: Noia, Cocaine
Fabri Fibra
C'è un momento, verso la fine di Fenomeno, in cui Fabri Fibra smette di fare il rapper e diventa semplicemente un uomo che regola i conti con la propria famiglia. Tutto il disco esiste per renderti impreparato a quel momento.
Fenomeno è il miglior disco di Fibra dell'era post-Tradimento, e uno dei migliori album rap italiani degli anni Dieci. Non per nostalgia, non per tifo: perché è un disco costruito con una logica narrativa che pochi rapper italiani hanno mai avuto il coraggio — o la lucidità — di tentare.
Parte con una domanda scomoda, quella che probabilmente Fabrizio Tarducci si faceva da anni: “ha ancora senso rappare a quarant'anni? In Italia il rap è roba da ragazzini”, lo dice lui stesso nell'intro, senza filtri. E invece di schivare la domanda, decide di farne il fulcro di tutto. La risposta non arriva subito. Arriva per accumulo, brano dopo brano, come una confessione che si costruisce a rate.
La prima parte del disco è apparentemente leggera: l'ego-trip di Red Carpet, la title track ballabile e ironica, la produzione magistrale di Bassi Maestro su Money for Dope, gli affreschi sull'Italia dei social in Equilibrio. In mezzo c'è Stavo Pensando a Te — sulla carta una hit radiofonica, nella realtà una delle cose più malinconiche che Fibra abbia mai scritto. La solitudine, la mancanza di qualcosa che non si riesce nemmeno a nominare. Non è un tema da classifica. Eppure è diventata una canzone immortale.
Da Invece No in poi il disco cambia pelle. Il flow si fa più lento, scandito, come se ogni parola pesasse. Le produzioni diventano minimali, ovattate — synth sospesi, basi scarne, un'atmosfera quasi vaporosa che avvolge invece di aggredire. Le Vacanze usa il concetto di vacanza ad agosto come allegoria dell'adolescenza e di tutto quello che ti porti dietro: Con i grandi non mi ci vedevo, poi crescendo lo senti il veleno. Alle favole io non ci credo. Perché il male esiste davvero. Versi di una semplicità disarmante, messi esattamente al punto giusto — e che fanno più effetto di qualsiasi incastro tecnico.
Poi arrivano Nessun Aiuto e Ringrazio. Il fratello Nesli. La madre. Fibra si smonta pezzo per pezzo, senza rete, in pubblico. È il climax verso cui tutto il disco stava costruendo, la risposta alla domanda dell'intro: il senso di rappare a quarant'anni è arrivare abbastanza lontano da potersi permettere di dire la verità.
Non è un caso che sia il primo disco di Fibra senza il bollino "explicit content". Fibra non voleva scioccare nessuno. Voleva raccontarsi. E in questo senso è forse il disco più coraggioso della sua carriera — non perché urli, ma perché sussurra le cose che fanno più male.
Miglior traccia: Invece no
Hits: Stavo Pensando A Te, Invece No, Le Vacanze, Ringrazio
Salmo
Ranch è il settimo disco in studio di Salmo. L’artista sardo arrivava dal precedente Flop!, che effettivamente è stato un flop in termini di ascolti se confrontato con i numeri standard che un artista come lui riesce a muovere. Il motivo è che Flop! era un disco poco strutturato, senza una direzione precisa, nato in un momento creativo che Salmo stesso sapeva essere poco florido — da qui anche il nome, quasi anticipatorio.
Ranch ha tutt’altro sapore. La copertina e il tipo di marketing pre-release potevano far pensare a sonorità country, ma in realtà il disco raccoglie sostanzialmente tutte le sfaccettature che Salmo ha sperimentato nel corso della sua carriera. Una sorta di disco-sintesi, quasi a voler ristabilire cosa rappresenti oggi Salmo nel rap game.
Si passa infatti da tracce pop/rock come SINCERO, a brani più marcatamente rap come NEUROLOGIA — che riprende il filone “alla Fibra”, di cui Salmo è in qualche modo “figlioccio” artistico — fino a momenti electro/hardcore come FUORI CONTROLLO insieme ad Agnelli. Non mancano poi diversi episodi dal mood più introspettivo, come CRUDELE, in cui Salmo racconta retroscena non proprio piacevoli sulla sua famiglia, così come nelle tracce finali del disco.
Nel complesso, il disco non suona male e presenta diversi momenti interessanti, ma non mancano alcuni punti deboli: su tutti un concept poco sviluppato — con una connessione tra i brani piuttosto debole — e una produzione che si mantiene nella media dei dischi rap italiani contemporanei, almeno tra i big.
Miglior traccia: SINCERO
Eric.B & Rakim
Se stavi cercando una pietra miliare della Golden Age dell'hip-hop americano, hai trovato proprio quella che cercavi. Paid In Full è l'album che ha ridefinito cosa significa rappare: prima di Rakim, il rap viveva di energia, di hype, di presenza scenica — Run-DMC, LL Cool J, la forza bruta del microfono. Rakim porta qualcosa di diverso: rime interne, flow rilassato, ogni parola posata nel punto esatto in cui deve stare. Una scrittura più concettuale, che apre la strada a tutto quello che verrà dopo — da Nas a Jay-Z fino a Eminem.
La title track è semplicemente storia: Rakim rappa in maniera disinvolta, quasi annoiata, eppure dietro c'è una precisione chirurgica. Le produzioni di Eric B. sono crude e dirette, costruite su sample funk e soul che diventano qualcosa di nuovo senza perdere il peso dell'originale.
E poi c'è Chinese Arithmetic. Il titolo allude a qualcosa di complicato, di indecifrabile — e il beat lo è davvero, ma in modo viscerale: Eric B. costruisce un suono che sembra un riferimento fisico alla Cina, qualcosa di orientale nell'atmosfera, quasi cinematografico.
È una delle strumentali del disco, e il fatto che Paid In Full si conceda questi momenti senza voce — solo produzione, solo suono — dice molto su come Eric B. e Rakim concepivano il loro lavoro: non un veicolo per le rime, ma un'esperienza di ascolto completa.
Un disco che non ha solo cambiato la storia — l'ha scritta.
Miglior traccia: Paid In Full
Hits: I Ain’t No Joke, Paid in Full, Chinese Arithmetic, Eric B. Is President
Neffa
Dopo una lunga assenza dalla scena rap, almeno in veste di MC, Neffa torna con un progetto tutto suo e per l'occasione invita tantissimi artisti, quasi a costruire una sorta di producer album.
Il disco ha produzioni interessanti che conferiscono all'insieme un mood notturno, a tratti cupo, che si sposa bene con la voce e il flow di Neffa. Riesce inoltre a trascinare gli ospiti in quell'atmosfera con naturalezza, specialmente in tracce come Bufera con Franco126 o Perdersi & Ritorno con Frah Quintale, forse il brano più introspettivo del disco.
Interessante anche l'accoppiata Fabri Fibra e Miss Keta nel rifacimento di un classico del primo disco di Fibra, Hype (Nuove Indagini), riletto con un flow e una produzione rifinita e modernizzata.
Nel complesso è un buon disco rap, ma forse dopo tanta attesa ci si aspettava un progetto dall'anima più definita.
Miglior traccia: Perdersi&ritorno (feat. Frah Quintale)
Sfera Ebbasta & Shiva
Santana Money Gang è la solita minestra riscaldata. Produzioni solide per il genere, niente da dire, ma senza un guizzo che le distingua da mille altri progetti simili.
Flow, argomenti, stile: tutto già sentito, tutto già visto, e la sensazione è che messi insieme Sfera e Shiva avrebbero potuto osare qualcosa di più — o almeno provarci.
Miglior traccia: OVER (demo)
Dr. Dre
The Chronic è uno di quei dischi che bisogna conoscere per capire dove va l'hip-hop dopo il 1992. Dr. Dre, uscito da N.W.A. dopo una disputa finanziaria con Eazy-E, fonda la Death Row Records e pubblica il suo primo album solista — inventando di fatto il G-Funk: bassi profondi, synth melodici che scivolano lenti, campionamenti dal funk di Parliament-Funkadelic, e un'atmosfera rilassata che trasforma il gangsta rap in qualcosa di quasi ipnotico. È anche il disco che lancia Snoop Dogg, che qui è praticamente co-protagonista e ruba la scena ogni volta che apre bocca.
Il problema, ascoltandolo oggi e soprattutto da non madrelingua, è che il disco fatica a trascinarti davvero dentro. Il flow di Dre è monotono — non varia quasi mai il ritmo, resta su un registro piatto che funziona bene come texture sonora ma difficilmente aggancia emotivamente. E il G-Funk, per quanto innovativo, finisce per rendere il disco ripetitivo sia nel suono che nei temi: droga, soldi, donne, beef con gli ex soci di Ruthless. Senza la comprensione diretta del testo, gran parte dell'energia si disperde.
L'eccezione più divertente è Deez Nuts — demenziale, quasi comica, l'unica traccia in cui il disco sembra non prendersi sul serio e funziona proprio per questo.
The Chronic è un disco fondamentale da conoscere, meno da amare. La sua importanza storica è indiscutibile — senza di lui non esisterebbe buona parte dell'hip-hop West Coast degli anni '90 — ma l'esperienza d'ascolto, per chi viene da fuori quella cultura, può restare distante.
Miglior traccia: Deeez Nuts