Mr. Morale & The Big Steppers (2022)
Kendrick Lamar
Cinque anni di silenzio dopo Damn, e Kendrick non si presenta con un disco facile. Mr. Morale & the Big Steppers è un doppio album che funziona come una seduta di terapia resa pubblica: trauma generazionale, rapporti di coppia, identità, cancel culture — tutto finisce dentro, senza filtri e senza soluzioni preconfezionate. Non è un disco che ti accarezza, ma è un disco che non perde mai la bussola, e questo è già tutto.
La produzione è volutamente minimale, spesso rarefatta, con incursioni nel jazz, nel soul e nella trap che non stonano mai. Father Time è forse il momento più alto: la base sembra rovinata, c'è quel fruscio da vinile consumato che dà l'impressione di dissotterrare qualcosa di sepolto da tempo, e il testo va dritto al punto — “Lookin' for "I love you", rarely emphathizin' for my relief” — sul rapporto col padre, sulla mascolinità tossica che si tramanda senza che nessuno se ne accorga. Tra i brani che meritano menzione, sicuramente Die Hard, con una base e un ritornello che ti restano in testa, e Silent Hill con Kodak Black, uno dei momenti più fisici del disco, dove il flow e una produzione più trap si incastrano benissimo. In generale non ci sono tracce deboli, e in un doppio album non è una cosa scontata.
Quello che sorprende è che nonostante la lunghezza e la densità dei temi, il disco regge compatto dall'inizio alla fine. Non perde energia, non si disperde. Kendrick riesce a tenere tutto insieme — i momenti emotivi, i banger, gli intermezzi — con una coerenza che pochi si possono permettere. Un altro capitolo impeccabile di una discografia che continua a non sbagliare un colpo.
Miglior traccia: Father Time (feat. Sampha)
Hits: Father Time, Die Hard, N95