unlikely, maybe (2026)
Bruno Pernadas
C'è una soglia, in certi dischi, oltre la quale smetti di cercare di capire cosa stai ascoltando e ti lasci semplicemente trascinare. unlikely, maybe la raggiunge abbastanza in fretta.
Bruno Pernadas è un compositore e polistrumentalista portoghese che da anni mescola jazz, pop ed elettronica senza che nessuno dei tre prenda davvero il comando. Qui più che mai, l'architettura regge perché c'è una voce — spesso letteralmente — a tenere tutto insieme: le voci angeliche che percorrono il disco come un filo, intonando canti sospesi da qualche parte tra il sacro e lo spaziale, sono quello che impedisce alla musica di disperdersi. Margarida Campelo, con cui Pernadas ha già lavorato, è la presenza più riconoscibile, ma l'effetto è collettivo e pervade ogni angolo del disco.
Il bello è che sotto quella superficie eterea, i pezzi fanno cose molto diverse tra loro. Campus on Fire parte con una semplicità quasi disarmante — batteria pulita, ritornello melodico, niente che non ti aspetti — e poi nella seconda metà esplode in un climax elettronico stratificato che sposta tutto. Juro que vi tulipas non si prende nemmeno la briga di avvertirti: attacca jazzata, poi arriva un flauto, poi una voce che sembra uscita da un anime, poi una strofa rappata. Potresti aspettarti che suoni caotico. Non suona caotico. La chiusura di His World è forse il momento più sorprendente: un urlo che ha la forma di A Great Gig in the Sky ma svuotato dall'angoscia, restituito con un'atmosfera e una spazialità che rimandano a una certa estetica giapponese — e non è un riferimento casuale, visto che Pernadas ha prodotto Masana Temples dei Kikagaku Moyo.
Si finisce il disco con la sensazione di essersi persi qualcosa. Poi si ricomincia.
Miglior traccia: Juro que vi tùlipas (feat. Maya Blandy)
Hits: Juro que vi tùlipas (feat. Maya Blandy), Campus on Fire, His World (feat. Margarida Campelo)