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Azzera

426 album trovati

Cover di Honora
51°

Honora (2026)

Flea

Jazz

Da ragazzo, Flea voleva fare il trombettista jazz. Voleva essere Dizzy Gillespie. Poi è diventato il bassista dei Red Hot Chili Peppers, uno dei più iconici del rock, e il jazz è rimasto sullo sfondo per decenni. Honora, uscito a 63 anni, è il ritorno a quella prima passione: un disco jazz dove Flea suona soprattutto la tromba, affiancato da una band di tutto rispetto — il sassofonista e produttore Josh Johnson, il chitarrista Jeff Parker, il batterista Deantoni Parks — e da ospiti come Thom Yorke, Nick Cave e Mauro Refosco.

Il basso c'è, ed è riconoscibile fin da subito, ma non è il centro di gravità del disco: qui è la tromba a guidare, e Flea la usa con una sobrietà che sorprende. A Plea è il manifesto del progetto: una stratificazione crescente che tiene il basso come colonna portante, fino a un'esplosione finale con un discorso e un inno alla pace che sembra uscito da un programma televisivo degli anni '70 — nel senso migliore possibile.

Il disco si muove su un territorio volutamente vario. Frailed deriva verso una fusione trip-hop, percorsa da una corrente elettrica che non lascia mai stare. Willow Weep for Me lavora sull'oscurità — un sintetizzatore Moog che crea un'atmosfera tetra, squarciata a metà da una tromba. Maggot Brain, cover dei Funkadelic, mescola tromba, vibrafono e clarinetti in qualcosa che oscilla tra nostalgia e sogno: bellissima, anche senza sapere da dove viene. Le cover reggono il confronto con gli originali senza cedere nulla: la versione jazz di Thinkin Bout You di Frank Ocean rende onore all'originale pur camminando su un terreno completamente diverso.

Un disco atmosferico, da ascoltare con buone cuffie e senza fretta.

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misterioso spirituale rilassato

Miglior traccia: Frailed

Hits: Frailed, Maggot Brain, Willow Weep for Me

80
Tier 4° · Rank 236°
Cover di Tana
52°

Tana (2026)

Angelica Bove

Pop Soft Rock

Angelica Bove è classe 2003, romana. A diciannove anni perde entrambi i genitori in un incidente stradale e trova nella musica il modo per elaborare il dolore: prima con le cover su TikTok, poi con X Factor nel 2023, poi con una serie di partecipazioni a Sanremo Giovani che la vedono sempre vicina al traguardo senza mai toccarlo. Finché nel 2025 vince con Mattone e arriva alle Nuove Proposte, dove conquista i premi della critica pur uscendo dalla gara al secondo posto. Nel frattempo, quasi in sordina, esce Tana, il suo primo disco ufficiale.

Mattone è il centro emotivo di tutto: nasce dai due lutti, porta il peso di una perdita ingestibile e lo trasforma — un mattone serve a costruire, appunto. È il brano più esposto, quello che ha aperto le porte del festival, ma non esaurisce il disco. Tana è un lavoro autobiografico, scritto in gran parte da Angelica stessa insieme ai produttori Federico Nardelli e Matteo Alieno, e racconta relazioni, fragilità quotidiane, il desiderio di isolarsi per ritrovarsi — con una scrittura diretta, senza ornamenti.

Musicalmente è pop, ma con momenti soft rock ben integrati che non suonano come concessioni al genere: ci stanno, e ci stanno bene. La voce di Angelica si muove con naturalezza tra registro melodico e note più rauche e sporche, ed è proprio in quei passaggi che si sente quanto sia uno strumento versatile. Lui apre il disco raccontando la solitudine, e il ritornello esplode in una spinta rock dove quella voce graffiante trova il suo posto naturale. Antipatica lavora invece sulla melodia: una soluzione che colpisce subito, già al primo ascolto.

Un debutto che segue la tradizione del cantautorato pop italiano ma in chiave moderna, senza nostalgie forzate. Pochissimi ne parlano, ed è un peccato.

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riflessivo trionfante

Miglior traccia: Lui

Hits: Lui, Antipatica, Mattone

70
Tier 5° · Rank 308°
Cover di TAREK DA COLORARE
53°

TAREK DA COLORARE (2026)

Rancore

Hip-Hop/Rap Alternative Rap

TAREK DA COLORARE — come quella copertina che sembra presa da un libro per bambini — è un disco che nasce da un gesto preciso: azzerare tutto. Dopo Xenoverso, progetto concettuale labirintico e densissimo, Rancore sceglie l'amnesia come punto di partenza, e torna al suo nome di battesimo, Tarek, per ricominciare a colorarsi da capo.

Rancore non si posiziona nel solito rap game italiano: non è il rapper degli eccessi e della saturazione digitale descritta in Basta!, gridato come liberazione, non è il rapper da Nuovo Single pompato nelle classifiche, non è l'Eminem italiano — al massimo la sua negazione. È più come uno Stuntman: conosce la tecnica, sa eseguire le performance più ostiche, ma il suo nome non è quasi mai in prima linea. Eppure il suo rap è da prima linea.

E il disco lo dimostra senza sosta. Rancore rappa in maniera serrata, iper-tecnica, con un flow scorrevole dall'inizio alla fine, con metriche e incastri da liricismo colto che nei rapper "commerciali" non trovi. In Neminem — costruita su un beat che cita spudoratamente The Real Slim Shady — scrive "Non so chi è il ministro della cultura / Non so se era minestra quella nella puntura / Cambia nome all'Illuminismo, fai la voltura": tre righe che smontano il vuoto culturale del presente con l'ironia affilata di chi quel presente lo conosce bene. In L'Italia è l'unico paese che, una barra come "Bestemmiare è una cosa che ha poco tatto / Ma traspare la voglia di un tuo contatto che sta traballando" ribalta la lettura comune: la bestemmia non come gesto di forza o provocazione, ma come segnale di insicurezza, la maschera di chi cerca un contatto che non riesce a chiedere diversamente.

Musicalmente il disco è vario ma sempre coerente: si passa da sonorità elettroniche ed elettro-pop a momenti che sfociano nella trap e nella drill, con produzioni che non si limitano ad accompagnare le parole ma le sostengono davvero.

Rimarrà una delle uscite rap più interessanti dell'anno.

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aggressivo trionfante riflessivo

Miglior traccia: L’Italia è l’unico paese che

78
Tier 4° · Rank 245°
Cover di Human
54°

Human (1991) ✰

Death

Metal Death Metal Technical Death Metal

Agli inizi degli anni '90 il death metal americano era esploso, con band che facevano dell'aggressività pura e di un'estetica satanica il loro marchio di fabbrica. In questo contesto, i Death prendono una direzione diversa: la tecnica come ossessione, la complessità come estetica. Human, quarto disco della band, uscito nell'ottobre del 1991, è il punto di arrivo di questa svolta — e nasce da una storia personale: dopo che due membri storici avevano abbandonato Chuck Schuldiner per partire in tour senza di lui, lui aveva risposto assemblando una lineup di musicisti eccezionali e registrando quello che avrebbe definito "a statement. It's revenge." Al suo fianco, Paul Masvidal e Sean Reinert dei Cynic e il bassista Steve Di Giorgio: una formazione che non si sarebbe più ripetuta, e che si sente.

Il disco è aggressivo, sì — la batteria di Reinert colpisce come sassate fin dalle prime note di Flattening of Emotions, con i BPM sparati e una produzione più nitida rispetto ai lavori precedenti, dove ogni strumento trova il suo spazio. Ma quello che distingue Human è ciò che ci mette dentro oltre alla ferocia: variazioni ritmiche continue, riff melodici di una tecnica spietata, aperture quasi jazz nelle sezioni soliste di Masvidal. E poi c'è la voce di Schuldiner, difficile da classificare: non è lo scream del black metal, non è il growl basso dei Deicide, ma qualcosa nel mezzo — uno shout rauco e controllato che trasmette tensione più che violenza, come se stesse urlando qualcosa di urgente piuttosto che di brutale.

Il momento più sorprendente del disco è Cosmic Sea, traccia strumentale che arriva a spezzare il ritmo delle chitarre distorte con synth spaziali, cambi di tempo disorientanti e un'atmosfera sospesa che sembra uscire da un altro disco. È lì che si capisce dove stavano andando i Death — e dove sarebbero arrivati con Symbolic e The Sound of Perseverance.

Anche i testi segnano una rottura netta con i primi album: niente più gore, ma temi esistenziali, riflessioni sul potere e sulla condizione umana. Human è una pietra miliare, un ascolto imprescindibile per chi vuole capire come il metal estremo possa essere, allo stesso tempo, brutale e cerebrale.

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aggressivo misterioso

Miglior traccia: Flattening of Emotions

Hits: Cosmic Sea, Flattening of Emotions

100
Tier 1° · Rank 35°
Cover di Hvis Lyset Tar Oss
55°

Hvis Lyset Tar Oss (1994) ✰

Burzum

Metal Black Metal Dark Ambient

Assurdo pensare che questo disco, registrato nel settembre del 1992, sia uscito nell'aprile del 1994 — quando Varg era già in carcere in attesa di processo per l'omicidio di Euronymous dei Mayhem. Una coincidenza che ha finito per colorare la percezione del disco stesso, rendendolo ancora più oscuro di quello che è.

Hvis lyset tar oss ha tutto quello che ti aspetti da un classico black metal della prima ora: distorsione continua, suono che sembra uscire da un apparecchio rotto, batterie incalzanti, produzione murata. Ma quello che lo fa risaltare davvero rispetto ad altri dischi dell'epoca è la voce di Varg — uno scream acutissimo, quasi un gemito, un lamento continuo che trasmette disperazione e angoscia in modo fisico. Non è una performance, è qualcosa che sembra sfuggire di mano.

Il disco conta quattro tracce. Le prime tre sono black metal puro, con i synth che non fanno da contorno ma entrano direttamente nel tessuto del suono, fondendosi con le chitarre in modo che atmosfera e aggressività diventino la stessa cosa. Poi arriva Tomhet, e cambia tutto: dopo trenta e passa minuti di distorsione, una tastiera sola ti porta altrove, in un paesaggio ipnotico e desolato che non ti aspettavi. È il momento più sorprendente del disco, e forse il più riuscito.

Non è un ascolto facile né "piacevole" nel senso convenzionale — per quello c'è Filosofem, che stupisce di più al primo impatto. Hvis lyset tar oss è più canonico, più diretto, ma non meno necessario. Per chi vuole capire fino a dove può spingersi la musica estrema, vale uno o più ascolti.

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angosciante misterioso

Miglior traccia: Tomhet

Hits: Tomhet

97
Tier 1° · Rank 73°
Cover di Anime Storte
56°

Anime Storte (2026)

Santamarea

Pop Indie Pop Alternative

Anime Storte è il disco d'esordio dei Santamarea, band palermitana formata da tre fratelli di sangue — Stella, Francesco e Michele Gelardi — e Noemi Orlando, sorella d'elezione. Un esordio molto interessante, che arriva dopo una serie di singoli che avevano già fatto capire che c'era qualcosa di solido dietro.

La centralità del disco è la voce di Stella: leggera, angelica, con sfumature che in certi momenti ricordano Carmen Consoli — riferimento che la band stessa riconosce, e non è un caso che entrambe vengano dalla Sicilia. Quella voce è accompagnata da una produzione che sa essere pop, melodica e immediata, ma stratificata: synth, cori che si fondono con la strumentale, elementi che aggiungono profondità.

Il titolo viene dalla parola siciliana tortu — "non dritto". Ed è il filo che attraversa tutto il disco: la scrittura affronta il tema di essere un'anima storta, di chi sceglie o si trova a percorrere strade non lineari, non convenzionali. Lo fa in maniera evocativa, carica di immagini piuttosto che di spiegazioni dirette — al punto che a volte diventa quasi indecifrabile, e non è necessariamente un difetto.

Diverse tracce meritano menzione, ma tra queste sicuramente Capodanno, con quella discrepanza interessante tra il testo malinconico e l'arrangiamento electropop, e Piacere catastrofico, dove le tastiere costruiscono qualcosa di particolarmente riuscito.

Per un esordio, è un disco che pone aspettative molto alte su quello che questa band potrà fare.

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malinconico riflessivo

Miglior traccia: Capodanno

71
Tier 5° · Rank 298°
Cover di An Undying Love for a Burning World
57°

An Undying Love for a Burning World (2026) ✰

Neurosis

Metal Sludge Metal Post-Metal Post-hardcore

Possiamo dire che abbiamo uno dei grandi dischi metal del 2026 — e non arriva da una band alle prime armi, ma da dei colossi dello sludge metal, uno dei sottogeneri del metal estremo più affascinanti. Il suono è quello che si ottiene mescolando doom metal con lo spirito di ribellione musicale e vocale del punk hardcore: riff pesanti come macigni, dinamiche che oscillano tra esplosioni brutali e momenti di quiete carica di tensione.

I Neurosis hanno già saputo regalare capolavori del genere — Through Silver in Blood del 1996 su tutti — ma qui fanno qualcosa di altrettanto interessante, anche grazie a una novità importante: Aaron Turner, fondatore degli ISIS e una delle figure più influenti del post-metal, entra nella band come chitarrista e vocalist. È una scelta che ha qualcosa di circolare, perché gli ISIS erano stati tra i gruppi più chiaramente debitori ai Neurosis stessi. Il risultato è un'iniezione di energia che si sente.

An Undying Love for a Burning World descrive, come da titolo, un mondo alla rovina — l'uomo accecato da se stesso, dalla sua incapacità di porsi limiti, che ha preso possesso della terra e l'ha portata all'autodistruzione. Una realtà distopica che tanto lontana dalla realtà non è, resa perfettamente dalle sonorità: non solo riff di chitarra spessi e pesanti, ma anche un uso importante di synth e suoni elettronici che creano atmosfere post-apocalittiche dal valore cinematografico.

Diverse tracce meritano menzione, ma tra queste sicuramente Blind, una progressione continua che passa con soluzione di continuità da puro metal a sezioni di synth con una struttura quasi scenica. Seething and Scattered ha una sezione centrale ansiogena e tesa che ti tiene sulle spine. Last Light chiude il disco con distorsioni che sembrano sirene prima di un'apocalisse — diciasette minuti che non perdono un grammo di tensione.

Un ottimo disco, che merita una chance anche da chi il metal non lo mastica.

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angosciante

Miglior traccia: Blind

Hits: Blind, Seething and Scattered

95
Tier 1° · Rank 85°
Cover di The Smiths
58°

The Smiths (1984) ✰

The Smiths

Pop Indie Pop Alternative Rock

Quello che colpisce fin da subito di The Smiths — disco d'esordio della band mancuniana, 1984 — è la voce di Morrissey. Una voce che muta continuamente: calda e avvolgente in un momento, malinconica quello dopo, capace di stupirti con falsetti che ai primi ascolti lasciano quasi perplessi. What Difference Does It Make è il brano che più lo dimostra, con quei cambi di registro che sembrano quasi sfidare chi ascolta. È il tratto più distintivo del disco — ma non è tutto.

Bisogna nominare anche Johnny Marr, l'altra metà del duo che scrive e compone tutto: le chitarre "sospese" che attraversano il disco, quegli arpeggi jangly che sembrano aleggiare senza mai appoggiarsi del tutto, sono una sua firma precisa. Un suono che diventerà un segno distintivo della produzione britannica di quegli anni e troverà la sua massima espressione in lavori successivi — Disintegration dei Cure è il punto d'arrivo naturale di quell'estetica, per menzionarne uno.

Il contesto d'uscita è importante: 1984, pieno dominio del synth-pop — Duran Duran, Eurythmics, elettronica ovunque. I Smiths arrivano con chitarre, basso e batteria, senza sintetizzatori, come un rifiuto deliberato di tutto quello che dominava le classifiche. Il disco suona spesso leggero, quasi pop, ma dietro ci sono testi che parlano di tossicità amorosa, molestie, e prendono spunto da fatti di cronaca — sempre con una scrittura volutamente rarefatta, ambigua, che lascia più di uno spiraglio all'interpretazione.

Diverse tracce finiscono inevitabilmente per entrarti in testa: You've Got Everything Now con la sua apertura quasi da inno, This Charming Man travolgente e immediata, I Don't Owe You Anything con una malinconia che culla invece di pesare. Quel senso malinconico e rassegnato pervade tutto il disco ed è il vero collante tra la voce di Morrissey e le chitarre di Marr.

Un disco d'esordio che vale assolutamente la pena ascoltare.

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malinconico riflessivo misterioso

Miglior traccia: This Charming Man

Hits: This Charming Man, You’ve Got Everything Now, I Don’t Owe You Anything

92
Tier 2° · Rank 123°
Cover di Vangelo
59°

Vangelo (2026)

Shiva

Hip-Hop/Rap Trap

Vangelo è un disco divisivo, e lo si capisce già dalla premessa. Mesi di post su Instagram con versetti dei Vangeli, una promozione che lasciava presagire un concept album vero e proprio. La verità è che quel concept rimane a galla, in superficie — e se questo disco doveva rappresentare una redenzione per Shiva dopo tribunali e carcere, il risultato è solo parzialmente riuscito. Forse non è ancora pronto, forse il personaggio fa troppo comodo. I riferimenti religiosi sembrano spesso più un espediente per chiudere una rima che una riflessione genuina.

Paradossalmente, funzionano meglio sul piano musicale: i cori che danno un tocco gospel al suono, o i contrasti più espliciti — la voce che intona l'Ave Maria in Peccati sopra una base trap crea qualcosa di realmente interessante. Meno riuscita Obsessed, che campiona Promiscuous di Nelly Furtado in modo fin troppo fedele all'originale — un campione che poteva risparmiarsi.

Il punto più alto arriva esattamente al centro, con Dio esiste: sette minuti in un lungo flusso di coscienza, senza ritornello, senza beat switch che avrebbe rovinato tutto. Shiva oscilla tra il credere che Dio esiste e lui ne è la prova, o che non esiste — "forse son la prova che Dio, no, non esiste" — per quello che ha visto e vissuto. Lo fa con un liricismo che non aveva mai raggiunto prima. Coscienza, che chiude il disco, ha la stessa intensità: traspare un vissuto pesante, reale.

Il problema è che tra questi momenti, Shiva si smentisce e si contraddisce di continuo. Sa che i fan cercano altro, e glielo dà — salvo poi tornare su toni più consapevoli, come se stesse combattendo con sé stesso su cosa vuole essere questo disco. I brani che lo riportano sui binari battuti — Polvere rosa, Peccati, Take 6, Spie — funzionano e funzioneranno commercialmente, per le produzioni e il flow. Sono la sua zona di comfort. Ma in un progetto che partiva con queste premesse, annacquano tutto e ne riducono la forza.

Peccato, perché i momenti riusciti dimostrano che Shiva sa essere molto più di come si vende.

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riflessivo euforico trionfante

Miglior traccia: Dio Esiste

Hits: Dio Esiste, Coscienza

63
Tier 6° · Rank 346°
Cover di Merce Funebre
60°

Merce Funebre (2020)

Tutti Fenomeni

Alternative Alternative Rap Indie Pop

Merce Funebre è forse la celebrazione di una musica italiana morta, culturalmente perduta? Dalle barre e dal mood che si respira lungo il disco, sembra che Tutti Fenomeni — al secolo Giorgio Quarzo Guarascio — voglia proprio dirci questo. E la risposta che dà non è un lamento, è qualcosa di più sottile: un rito funebre ironico, distaccato, quasi compiaciuto.

Il disco è prodotto da Niccolò Contessa de I Cani, e si sente — c'è quella stessa capacità di far convivere riferimenti colti e pop senza che nessuno dei due sembri fuori posto. Il concept funebre è reso benissimo dalle produzioni: Marcia Funebre apre con il sample di Chopin per antonomasia del funerale, poi l'artista parte in Valori Aggiunti con un flow che ricorda Palle Piene del primo Fibra, sebbene su un territorio musicale completamente diverso — arricchito da un flauto che si prende tutto il suo spazio.

Il disco ha diversi momenti che fanno capire l'estro. Hikmet combina nel ritornello elementi di indie pop e cantautorato nostrano avvolti da una produzione molto più elettronica. Trauermarsch, la traccia finale, dimostra che sa muoversi anche in scenari più spoken-word, quasi battiateschi. La scrittura è a metà tra il vago e il criptico, spesso ossessivamente ripetitiva, ma sa anche essere spietatamente diretta: Io, io quando mi impicco / penso positivo.

Con Lunedì si è confermato che non era una promessa a vuoto. Merce Funebre era già la prova che qualcosa di nuovo stava succedendo.

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giocoso misterioso riflessivo

Miglior traccia: Hikmet

71
Tier 5° · Rank 301°
Cover di Ma’
61°

Ma’ (2026)

Blanco

Pop

Ma' è il terzo disco di Blanco, uno dei cantanti pop mainstream più interessanti degli ultimi anni — uno di quelli capaci, nel corso della carriera, di mettere insieme pop e sonorità urban in modo convincente, come aveva già dimostrato con le soluzioni melodiche riuscite nel suo primo disco Blu Celeste. Dopo tre anni di assenza arriva un disco molto personale, anzi personalissimo: nasce da una lite vera con la madre, un processo di riconciliazione che Blanco ha vissuto prima ancora di metterci le parole sopra — tanto che il giorno dell'uscita ha percorso 43 chilometri a piedi per consegnarle il disco di persona.

Questo sfondo si sente nei testi, ed è il punto più riuscito del disco. Sono sensibile stasera / Che non ho voglia di parlare / Ma se tornassi indietro / Darei l'anima / Per poterti abbracciare — c'è una sincerità diretta, emotiva, che non cerca effetti. I testi funzionano.

Il problema è che quella sincerità non trova riscontro nella produzione. Il disco si muove in un limbo tra pop e rock senza prendere mai una direzione precisa, e il suono che ne risulta è spesso anonimo, a tratti palesemente finto — le chitarre troppo patinate ne sono l'esempio più evidente. Il brano con Gianluca Grignani è l'emblema di questo scivolamento: quel soft rock italiano sa di poco, e stride con la tensione emotiva che i testi cercano di costruire. Anche la voce di Blanco viene a volte filtrata in modo che non convince — in Los Angeles in particolare, verso il finale, lo stile si avvicina a certi territori di ThaSup, e non è una direzione che gli appartiene.

Ci sono momenti riusciti: i singoli Piangere a 90, Maledetta Rabbia, e soprattutto Fuochi per aria (la fortuna), dove la strumentale grezza e l'approccio acustico sembrano finalmente in linea con quello che Blanco vuole dire. Ma sono isole in un disco che non riesce a tenere fede alle premesse.

Da un artista di questo livello, e con un progetto così personale alle spalle, ci si aspettava di più.

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malinconico

Miglior traccia: Piangere a 90

46
Tier 8° · Rank 404°
Cover di Palo
62°

Palo (2023)

Brucherò nei pascoli

Rock Electronic Alternative Rap

Palo è il disco d'esordio dei Brucherò nei pascoli, band milanese di Via Padova, uscito nel 2023. Il titolo ha una logica diretta: il palo, un semplice pezzo di ferro, riportato in copertina anticipa le sonorità fredde e spesso industriali del disco.

Palo infatti mescola rap, rock elettronico e attitudine punk in modo volutamente sghembo, lontano da qualsiasi suono mainstream. Il rap è più forma mentis che genere: il flow oscilla tra il narrativo e l'aggressivo, reso ancora più affilato da una voce profonda che a tratti passa attraverso un filtro che la distorce leggermente, come se arrivasse da un altro canale. Palle Piene, che apre il disco, è l'esempio più diretto di questo approccio. Sulla stessa lunghezza d'onda c'è Giorni, costruita attorno a un basso martellante e ripetuto che sembra quasi rubato all'hardcore. Poi arriva Montreal, che suona quasi come un coro da stadio, meno angosciante, più aperta: è il momento in cui il disco respira.

Il problema è che la produzione non è ancora del tutto a fuoco. Alcune idee rimangono abbozzate, i brani sembrano a volte mancare di quel tocco che li farebbe decollare del tutto. Ma è un difetto da primo disco, e in certi casi funziona: quella ruvidezza fa parte del carattere.

Quello che resta è un progetto con una voce propria e una curiosità genuina verso la musica. Abbastanza per voler sentire cos'hanno da dire dopo.

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aggressivo giocoso

Miglior traccia: Palle Piene

61
Tier 6° · Rank 355°
Cover di Fancy That
63°

Fancy That (2025)

PinkPantheress

Pop Dance UK Garage

Fancy That di PinkPantheress convince e si distingue per una riuscita intersezione tra british pop, dance ed elettronica. Negli ultimi tempi l'artista ha raggiunto una popolarità sempre maggiore, anche grazie a Stateside insieme a Zara Larsson, diventato virale per il video legato alla pattinatrice olimpica Alysa Liu.

Ciò che rende questo disco una piccola perla è soprattutto il suo stile sonoro: PinkPantheress mescola influenze UK garage anni '90 e 2000 con elementi di elettronica e drum and bass, creando un sound fresco ma allo stesso tempo nostalgico. È proprio questo equilibrio a permetterle di costruire un'identità riconoscibile e originale, distinguendosi nettamente dagli altri artisti del genere.

L'album conta soli 9 brani, ma la scelta funziona perfettamente: non risulta mai pesante e il replay value è alto. Il mood oscilla tra euforia e allegria, trasmettendo un'energia leggera ma coinvolgente che accompagna l'ascoltatore lungo tutto il disco.

Tra i pezzi più riusciti spicca il singolo Illegal, che apre l'album con grande impatto, e Stars, che richiama il riff di Starz in Their Eyes di Just Jack — brano del 2007, dettaglio interessante anche perché entrambi gli artisti sono britannici e lo stesso Just Jack ha contribuito alla realizzazione del pezzo.

Per essere il suo secondo album, PinkPantheress dimostra una crescita evidente, proponendo un progetto coerente e capace di lasciare il segno. Fancy That è uno di quegli album che non ti aspetti, ma che finisce per conquistarti ascolto dopo ascolto.

Per gli amanti dei fumetti, le sue vibes si sposano bene con il manga Initial D: pagine piene di macchine che sfrecciano in gare clandestine, energia costante, adrenalina e slancio continuo.

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euforico sognante malinconico

Miglior traccia: Illegal

88
Tier 3° · Rank 184°
Cover di BULLY
64°

BULLY (2026)

Kanye West

Hip-Hop/Rap

Kanye West è tornato il genio di una volta? È un nuovo Kanye — come canta in FATHER, Wake up to the new me — che cerca di ripulirsi dopo un periodo di deliri, uscite sui social antisemite e scandali continui? Sono domande a cui ha poco senso rispondere, perché alla fine deve parlare la musica. E BULLY sa dire qualcosa di nuovo su Kanye, ma anche qualcosa di molto familiare.

Il disco sintetizza in parte molti lavori precedenti, ma sa andare oltre. Il lavoro sui sample è come sempre magistrale — e a volte addirittura estremizzato. PREACHER MAN vive quasi interamente su un sample di To You With Love dei The Moments, velocizzato e rifinito fino a diventare qualcosa di nuovo. In I CAN'T WAIT è il ritornello stesso a farsi sample: il celeberrimo You Can't Hurry Love nella cover di Phil Collins. All'estremo opposto c'è un minimalismo lirico spinto, come in DAMN, che vive di una strofa ripetuta tre volte — una scelta che o funziona o stanca, a seconda di quanto si è disposti a fidarsi di Kanye.

Non mancano momenti liricamente toccanti: MAMA'S FAVORITE, dedicata alla madre Donda — figura da sempre centrale nella sua carriera — si chiude con la voce della madre stessa, creando uno dei momenti emotivamente più intensi del disco. Un legame con la famiglia che Kanye non ha mai abbandonato e che vive anche nella copertina: il figlio ritratto con l'Ohaguro, l'antica tradizione giapponese di dipingersi i denti di nero come canone estetico di bellezza — un'altra delle connessioni culturali che Kanye porta avanti da anni.

Non tutto funziona: LAST BREATH con Peso Pluma è il momento in cui la connessione non regge. Ma BULLY resta un disco con abbastanza momenti riusciti da ricordare perché Kanye, quando è Kanye, non somiglia a nessun altro.

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malinconico riflessivo

Miglior traccia: PREACHER MAN

Hits: HIGHS AND LOWS, PREACHER MAN, MAMA’S FAVORITE, ALL THE LOVE

88
Tier 3° · Rank 173°
Cover di MORENDO AD OCCHI APERTI
65°

MORENDO AD OCCHI APERTI (2026)

Promessa

Hip-Hop/Rap Trap

In una scena rap spesso annebbiata dall'esaltazione gratuita della violenza e dall'ego-trip gonfiato per sembrare più gangsta di quanto si è, questo primo disco ufficiale di Promessa — rapper milanese classe 2003 — è una deviazione decisamente più interessante.

MORENDO AD OCCHI APERTI è un disco in cui il rapper riesce a sintetizzare con equilibrio il rap più giocoso e da banger — ma con una tecnica in fatto di rime, metriche e flow superiore alla media — con una introspezione genuina e racconti di vita del quartiere da cui emerge un legame sincero e radicato. Chi è di Milano Nord e di Zona Bicocca riesce letteralmente a vedere le immagini che racconta. La scrittura è uno dei punti di forza: per i giochi di parole — Ho la faccia d'angelo ma non sono felice / le buone maniere le lascio a chi ama far finta — ma anche per le immagini che porta — Fumo un'altra siga / Dicono che accorci la vita / In zona mia sembra vogliano morire tutti. Il tutto accompagnato da produzioni che, pur muovendosi nei suoni del genere, risaltano e sostengono bene la sua voce, graffiante, con un misto di incazzatura e rassegnazione.

Il disco si completa di alcune reference — forse volute, forse no — come in PAROLA PAROLA, che richiama sia per suono che per spirito di rivalsa BRNBQ di Sfera Ebbasta, o MEZZO BIANCO, dove la ripetizione ossessiva nelle chiusure delle strofe echeggia la celebre strofa di Caneda in Il Ragazzo d'oro con Guè.

MORENDO AD OCCHI APERTI è uno dei dischi della nuova scena rap italiana più riusciti degli ultimi anni e conferma le capacità del rapper di Bicocca: promessa di nome e di fatto.

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malinconico euforico

Miglior traccia: LA VITA CHE VIVO

Hits: LA VITA CHE VIVO, GRANDE SALTO, IN MEZZO ALLA POLVERE

88
Tier 3° · Rank 182°
Cover di Reign in Blood
66°

Reign in Blood (1986) ✰

Slayer

Metal Thrash Metal

Nel metal esistono capolavori che hanno segnato epoche. Ma di Reign in Blood ce n'è solo uno.

1986: gli Slayer non inventano il death metal, ma di fatto lo partoriscono senza volerlo. Reign in Blood dura ventinove minuti, non un secondo di più, e in quei ventinove minuti il thrash metal smette di essere quello che era. I ritmi accelerano fino quasi a diventare rumore, gli assoli bruciano, le batterie di Dave Lombardo martellano come se il tempo stesse per finire. Il risultato è un disco che le band death metal successive studieranno come un testo sacro — paradossale, per una band che quel genere non voleva fondare.

La forza del disco sta spesso nelle sue introduzioni e nei cambi di ritmo: Criminally Insane scala da secchi colpi di batteria a un'escalation thrash/death che travolge, mentre Raining Blood — probabilmente il brano metal più riconoscibile di sempre — costruisce la sua leggenda su pochi secondi di temporale, suoni striduli e poi quel riff, inevitabile come una sentenza.

Il disco non è rimasto esente da polemiche: Angel of Death, traccia di apertura, si apre con un grido acutissimo di Tom Araya e versi che evocano Auschwitz — Auschwitz, the meaning of pain / The way that I want you to die. Le accuse di nazismo furono rispedite al mittente dalla band, che rivendicò la scelta come esplorazione tematica — una distinzione sottile, che ancora oggi divide.

Critiche a parte: questo disco non si ascolta soltanto, si subisce.

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aggressivo

Miglior traccia: Raining Blood

Hits: Raining Blood, Crimanlly Insane, Angel of Death, Reborn

100
Tier 1° · Rank 10°
Cover di Chasing Windows
67°

Chasing Windows (2026)

Nubiyan Twist

Jazz Contemporary Jazz Fusion Afrobeat

I Nubiyan Twist sono un collettivo fondato dal chitarrista Tom Excell attorno a un'idea semplice: la condivisione musicale come motore creativo. Chasing Windows, il loro quinto disco, ne fa la sua forza: è jazz che si apre e si contamina in modo naturale all'afrobeat, al reggae, all'hip-hop e all'elettronica — e lo fa senza che sembri mai una operazione forzata.

Il risultato è un disco eclettico e sempre coinvolgente, che funziona in contesti diversi: dall'accompagnamento strumentale di Threads, traccia intensamente jazzata, al groove più hip-hop di Red Herring con il rapper Bootie Brown — con un'intro arpeggiata che richiama lo spiritual jazz di Alice Coltrane — fino al reggae di Rhythm of You. A rafforzare ulteriormente la dimensione vocale del progetto arriva anche la new entry Eniola Idowu, cantante che porta una componente soul ben integrata nel suono del collettivo.

Se si cerca un disco che sappia essere insieme sofisticato e fisico, questo è il posto giusto.

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spirituale rilassato giocoso

Miglior traccia: Threads

Hits: Red Herring, Rhythim of You, Threads

84
Tier 3° · Rank 213°
Cover di PIU’ CHE SOLIDO
68°

PIU’ CHE SOLIDO (2026)

Heartman

Hip-Hop/Rap Trap

PIU’ CHE SOLIDO è il primo disco ufficiale di Heartman, artista classe '98 di origini bresciane. Il primo singolo con cui si era fatto notare nel 2023, Esperienze Nuove, aveva acceso un certo interesse ed era diventato virale, anche grazie a una scrittura molto immediata.

Questo disco prende però sonorità abbastanza diverse: molto più trap, con produzioni dall'impronta americana — simili a quelle sentite anche in progetti molto recenti come quello di Baby Keem — che sembrano però stonare un po' con la vocalità molto melodica di Heartman.

C'è qualche traccia più riuscita delle altre, come KILIMANGIARO o BADDIE, ma nel complesso è un disco abbastanza monotono, poco ispirato — alcune melodie sembrano richiamare Lazza — e ripetitivo.

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rilassato trionfante

Miglior traccia: KILIMANJARO

46
Tier 8° · Rank 405°
Cover di Epicus Doomicus Metallicus
69°

Epicus Doomicus Metallicus (1986) ✰

Candlemass

Metal Doom Metal

Epicus Doomicus Metallicus è il disco d'esordio della band metal svedese Candlemass. Uscito in un momento in cui a dominare la scena metal era il suono thrash e death — lo stesso anno videro la luce Reign in Blood degli Slayer e Under the Sign of the Black Mark dei Bathory, per citare due colossi — i Candlemass vanno controcorrente e puntano su sonorità doom, firmando uno dei dischi capisaldi del genere.

Il disco ha un suono epico che si regge in larga parte sulla voce del frontman Johan Längqvist: pulita, quasi operistica, in grado di trascinare atmosfere distese e lente con una teatralità naturale e mai forzata. E’ un disco che evoca nebbia, freddo, non solo climatico ma anche esistenziale, dove la voce sembra provenire da un posto lontano e solitario. Non mancano però momenti più accesi, soprattutto nei riff di chitarra duri e scanditi che spezzano il passo e tengono viva la tensione.

Tra i brani che restano impressi c'è sicuramente l'opener Solitude, che affronta di petto il tema della depressione — un pezzo che, da solo, vale l'ascolto dell'intero disco.

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malinconico trionfante

Miglior traccia: Solitude

Hits: Solitude

91
Tier 2° · Rank 136°
Cover di Under the Sign of the Black Mark
70°

Under the Sign of the Black Mark (1987) ✰

Bathory

Metal Black Metal Death Metal

Under the Sign of the Black Mark è il terzo disco della band metal svedese Bathory ed è considerato uno dei primi dischi black metal della storia, fondamentale per l'influenza esercitata nella nascita e nello sviluppo della prima vera scena black metal, ovvero quella norvegese.

Il disco ti porta davvero all'inferno: alla voce, Quorthon sfoggia uno scream demoniaco e più rapido rispetto a quello tipico di altri dischi del genere, contribuendo a imprimere al tutto un ritmo più serrato rispetto agli standard del black metal norvegese. Il suono è ovviamente grezzo e aggressivo, e i testi sono violenti, con numerosi riferimenti alla morte e agli inferi, spesso attinti dalla mitologia norrena — Lend me the eight legged black stallion of Odin and I'll have my vengeance / Oh I'll with desire.

Tra le tracce più dirompenti e forti del disco non si possono non citare Woman of Dark Desires — un omaggio alla contessa Erzsébet Báthory che ha ispirato il nome della band — Call from the Grave e Equimanthorn. Fun fact: la scelta di ispirarsi a questa contessa non è causale: era una nobildonna ungherese del XVI secolo considerata una sadica e una serial killer spietata, spesso rinominata “Contessa Dracula”.

È un disco fondamentale, forse meno citato di altri lavori proto-black e proto-death coevi — su tutti Reign in Blood degli Slayer, uscito lo stesso anno — ma che negli anni è stato ampiamente rivalutato per l'impatto decisivo che ha avuto sulla generazione successiva del metal estremo.

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aggressivo

Miglior traccia: Equimanthorn

Hits: Woman of Dark Desires, Call from the Grave, Equimanthorn

96
Tier 1° · Rank 77°
Cover di Death in the Business of Whaling
71°

Death in the Business of Whaling (2026)

Searows

Rock Alternative Rock Indie Rock Folk Rock

Ascoltando Death in the Business of Whaling si ha la sensazione di trovarsi davanti a un disco cantato da una voce femminile che riprende una certa tradizione folk americana, sulla scia di Ethel Cain per citare un peso massimo del genere. In realtà, dietro al progetto — il suo secondo album in studio — si cela la voce di Alec Duckart, un venticinquenne originario del Kentucky.

È un disco disteso, dai BPM bassi, con un'atmosfera lenta e densa spesso costruita da una semplice chitarra e dalla voce androgina di Alec, quasi sussurrata, che ti accompagna per tutta la durata.

Non mancano tuttavia momenti più esplosivi, con progressioni più rock in cui i riverberi si fanno più intensi — come in Dearly Missed, uno dei brani più carichi del progetto.

Un bel disco, dalle soluzioni melodiche efficaci e dall'ascolto immersivo. Non è un lavoro particolarmente originale, ma è costruito con cura e con qualche ascolto ci si finisce per affezionare molto facilmente.

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riflessivo sognante

Miglior traccia: Dearly Missed

Hits: Dearly Missed

76
Tier 4° · Rank 261°
Cover di Om
72°

Om (2006) ✰

Negura Bunget

Metal Black Metal Progressive Metal Folk Metal

Om è il quarto disco in studio della band romena Negură Bunget. Siamo di fronte a uno dei dischi metal più incredibili degli anni 2000, e lo si capisce fin dalla prima traccia: un'intro che svela immediatamente la teatralità con cui è stato concepito l'intero lavoro.

Om è uno di quei dischi accostabili a opere come The Mantle degli Agalloch o Écailles de Lune degli Alcest — non perché sia semplicemente un disco black metal, ma perché è uno di quei lavori che prende il genere e cerca di espanderlo, portandolo verso territori altri.

I Negură Bunget lo fanno introducendo una componente folk profondamente legata alla loro tradizione: i muri di suono del black lasciano quindi spazio a strumenti come il flauto di pan, il nai — una sua variante romena — o il toacă, uno strumento di origini antichissime utilizzato nella tradizione ortodossa dell'Est europeo.
Questi elementi, insieme a tamburi, batteria e chitarre, contribuiscono a costruire un'atmosfera quasi teatrale e incredibilmente evocativa, in cui il suono più violento del black metal passa in secondo piano, senza essere messo al centro.

Questa alternanza tra forza black metal e folk si ripropone non solo a livello di tracklist, ma all'interno di ogni singolo brano: un pezzo come Dedesuptul, ad esempio, inizia in pieno territorio metal — blast beat e muri di suono — per poi virare in maniera del tutto naturale verso sonorità totalmente diverse, dissolvendo le distorsioni e trasportando l'ascoltatore in un'altra dimensione.

Nonostante la sua complessità, è un disco da provare ad avvicinarcisi con curiosità, ideale per chi voglia esplorare quel filone del black metal che punta sull'atmosfera e sulla stratificazione del suono, senza doversi confrontare con alcuni degli eccessi del genere che possono risultare respingenti.

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misterioso spirituale

Miglior traccia: Norilor

Hits: Dedeseptul, Norilor

100
Tier 1° · Rank 43°
Cover di Agonia
73°

Agonia (2026)

chiello

Rock Alternative Rock Indie Rock Grunge

Dopo appena un anno dall'ultimo lavoro, Scarabocchi, chiello torna con un nuovo progetto, fresco anche della partecipazione alla 75ª edizione del Festival di Sanremo con Ti penso sempre — forse il brano meno sanremese dell'edizione, viste le sonorità decisamente alternative rock. Se con Scarabocchi l'ex trapper ci portava in una dimensione in cui emergeva il suo lato più fanciullesco, questo disco ha un'atmosfera e una concezione molto diverse.

Già il titolo e la copertina facevano presagire la volontà di comunicare qualcosa d'altro: una semplice casa in un contesto che evoca desolazione, freddezza, assenza di calore. Ed è come se, nel disco, entrassimo in quella casa — che probabilmente rappresenta chiello stesso — e ci trovassimo a fare i conti con i suoi pensieri, i suoi turbamenti, la volontà di liberarsi — come nell'urlo finale di Vulcano — e le sue fragilità più estreme: spero almeno di perdonare / me stesso per tutto il male che mi sono fatto.

Il disco è cantato con estrema malinconia, a tratti rassegnazione, ed è sorretto da una produzione profondamente alternative rock, spesso volutamente lo-fi, per restituire quella sfumatura di grezzo e di consumato. Dietro gli arrangiamenti c'è sempre la mano di Tommaso Ottomano. È un disco in cui la voce di chiello si amalgama perfettamente al suono, e gli strumenti respirano — Polynesian Village ne è un esempio lampante — lasciandosi lo spazio necessario per costruire un'atmosfera riflessiva, intima e malinconica.

Non c'è una scrittura colta o estremamente rifinita: è un disco che suona tremendamente sincero, quasi cantato per se stesso — Non so perché voglio di più / di ciò che merito, lo so. Non mancano poi soluzioni melodiche interessanti, come in Desaturarsi, forse il pezzo più pop del disco, o in Scarlatta, un brano che suona come una canzone d'altri tempi.

In conclusione, con questo disco chiello ha fatto un passo in avanti deciso.

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malinconico

Miglior traccia: Scarlatta

Hits: Scarlatta, Desaturarsi, Ti penso sempre

89
Tier 2° · Rank 156°
Cover di The Suicide Box
74°

The Suicide Box (2019)

DubZenStep

Hip-Hop/Rap Hardcore Hip-Hop Trap Metal Horrorcore

The Suicide Box è il disco d'esordio del rapper sardo DubZenStep. Il lavoro dimostra ancora una volta che fondere due generi distanti come il rap e il metal non è un'operazione banale, ed è facile scadere in prodotti poco coesi. E questo disco, purtroppo, non fa eccezione.

I problemi sono molteplici. La produzione, quando rimane in territorio rap — con chiari riferimenti all'hardcore e all'horrorcore — funziona anche discretamente, ma perde ogni logica nel momento in cui il disco scivola verso momenti "metal" dalla dubbia realizzazione, senza che la transizione segua un percorso convincente. Fa storcere il naso anche la scelta di intitolare una traccia Mayhem — riferimento esplicito alla più celebre band black metal di sempre — salvo poi costruirla su riff di heavy metal che con quel mondo hanno ben poco a che fare.

A tutto ciò si aggiunge un flow, una vocalità e un immaginario — 666 e affini — che sembrano attingere un po' troppo a piene mani da un suo collega sardo, della non lontana Olbia, decisamente più affermato. E come se non bastasse anche il dissing, velato ma non troppo, a Fabri Fibra trova poco senso — fottetevi voi e i vostri tori / a Pamplona.

In conclusione, un disco confuso, che cerca una direzione artistica precisa senza tuttavia trovare la strada per realizzarla con convinzione.

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aggressivo

Miglior traccia: Don Vito (The 666th Sense)

40
Tier 8° · Rank 412°
Cover di CALCINACCI
75°

CALCINACCI (2026)

Fulminacci

Pop Indie Pop

Calcinacci è il quarto disco in studio di Fulminacci, uscito sulla scia della sua partecipazione alla 75° edizione del Festival di Sanremo con il brano Stupida Sfortuna, che gli è valso un ottimo settimo posto e il premio della critica "Mia Martini".

Un buon disco pop che arriva senza troppe pretese ma fa il suo dovere: regala ritornelli efficaci e strofe che non si prendono troppo sul serio — raccontando, ad esempio, amori leggeri e passeggeri come in Niente di particolare: Sara non disperarti mai / Perché / tra noi / Non c'è / niente di particolare.

Melodicamente, Fulminacci confeziona un lavoro che si fa ascoltare con piacere e scorre liscio dall'inizio alla fine — alla produzione troviamo Golden Years per quasi tutte le tracce — percorrendo l'ormai consolidata strada dell'indie pop italiano, ma con qualche apertura verso il pop di tradizione più romana, come in Meno di zero.

Forse si poteva osare qualcosa di più sul fronte delle produzioni, e non mancano quegli scivoloni nella scrittura che affliggono certo indie pop italiano — mi hai lasciato come il pane senza Nutella — ma sono dettagli che, tutto sommato, si perdonano volentieri.

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giocoso rilassato

Miglior traccia: Casomai

Hits: Stupida sfortuna, Casomai

69
Tier 5° · Rank 315°
Cover di Nothing’s About to Happen to Me
76°

Nothing’s About to Happen to Me (2026)

Mitski

Pop Americana Indie Rock

Nothing's About to Happen to Me è l'ottavo album della cantautrice americana Mitski, all'anagrafe Mitsuki Laycock. La narrazione di questo disco è quanto mai peculiare: la cantante impersona una donna che trova la propria libertà tra le mura domestiche, ma scivola nel delirio nel momento in cui ne varca la soglia. La casa — intesa anche come metafora dell'intimità e della dimensione più personale — diventa quindi il suo rifugio sicuro, il luogo in cui può essere pienamente se stessa.

Il modo in cui questa narrazione si traduce in musica è sorprendente e riuscito sotto ogni punto di vista. Ci sono momenti in cui si ha la sensazione di trovarsi davvero in quella casa, con i musicisti di fronte a te che suonano, grazie a una produzione pulita e ravvicinata, capace di mettere l'ascoltatore al centro della scena — come accade in If I Leave. Momenti in cui i deliri vengono resi con efficacia attraverso esplosioni di chitarre distorte, dove la musica devia dal pop più morbido verso sonorità più rock, come nella cupa atmosfera di Where's My Phone — il cui titolo è già di per sé sufficientemente evocativo. Non mancano poi brani dall'anima più americana, in cui la produzione si fa decisamente più sofisticata, come Dead Women o I'll Change for You, forse il pezzo più riuscito dell'intero disco.

Nothing's About to Happen to Me è un album che cresce a ogni ascolto e si rivela, ascolto dopo ascolto, sempre più ricco e stratificato. Senza dubbio una delle uscite più interessanti del 2026.

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malinconico

Miglior traccia: If I Leave

Hits: I’ll Change for You, If I Leave

92
Tier 2° · Rank 122°
Cover di VT3SOR
77°

VT3SOR (2026)

Vaz Tè

Hip-Hop/Rap

VT3SOR è il terzo disco di Vaz Tè, uno dei membri della scena ligure forse rimasto più in ombra rispetto ai più noti Tedua e Izi.

Non è un disco che insegue la hit radiofonica né che si piega troppo ai trend del momento. C'è molta varietà nelle produzioni — dall'old school del brano con Tormento al beat sincopato di Il Vero Slim — ma le tracce che rendono meglio sono quelle più "Liguria" style, come Palese con Bresh, Youtube Youporn o Drilliguria dalla costa, quest'ultima insieme a Sayf che lascia una delle strofe migliori del disco per flow e delivery. Vaz Tè è sempre sul pezzo, con belle metriche e un flow piuttosto serrato.

I limiti che frenano un po' il progetto sono due: alcuni brani suonano più come esercizi di stile che come pezzi con qualcosa da dire, e le produzioni avrebbero potuto osare qualcosa in più. A volte emergono elementi interessanti — come un accenno di flauti in Trendsetter — ma sembrano poco sviluppati e abbandonati troppo presto.

Nel complesso è un disco per chi già ascolta rap e può apprezzare il flow di Vaz Tè, ma non è un progetto che prova a spingersi oltre.

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euforico trionfante

Miglior traccia: Drilliguria dalla costa (feat. Sayf & Nader Shah)

66
Tier 6° · Rank 333°
Cover di Altars of Madness
78°

Altars of Madness (1989) ✰

Morbid Angel

Metal Death Metal

Altars of Madness è il disco di debutto dei Morbid Angel ed è considerato una delle pietre miliari del death metal. Un album dirompente, spesso citato tra i primi a spingersi verso sonorità davvero estreme: con questo disco i Morbid Angel hanno alzato drasticamente l'asticella dell'aggressività, tanto sul piano lirico quanto su quello strumentale.

Testi blasfemi e provocatori affidati alla voce di David Vincent, un growl non eccessivamente marcato, accompagnato da continue variazioni di ritmo, con la batteria che accelera e decelera in modo forsennato e i riff di chitarra che irrompono con violenza. Tra le tracce da menzionare, Chapel of Ghouls, che ricrea atmosfere demoniache e si chiude con una combo finale batteria+riff devastante.

Insieme ad altri dischi dell'epoca e del genere, è un ascolto imprescindibile per chiunque voglia capire l'evoluzione del metal più estremo.

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angosciante aggressivo

Miglior traccia: Chapel of Ghouls

Hits: Chapel of Ghouls, Maze of Torment

96
Tier 1° · Rank 83°
Cover di GRANDI SUCCESSI
79°

GRANDI SUCCESSI (2026)

Mazzariello

Pop Indie Pop

GRANDI SUCCESSI è il terzo EP del giovane cantautore napoletano Mazzariello, pseudonimo di Antonio Mazzariello.

Un disco pop di impianto piuttosto canonico, con un paio di tracce dai ritornelli immediati e cantabili — che in certi passaggi richiamano le atmosfere di Achille Lauro — e una scrittura diretta, di chiara matrice indie.

La traccia più riuscita è senza dubbio MANIFESTAZIONE D'AMORE, con cui ha partecipato a Sanremo Giovani 2025, conquistandosi un posto tra i finalisti.

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giocoso rilassato

Miglior traccia: MANIFESTAZIONE D’AMORE

55
Tier 7° · Rank 388°
Cover di la ragazza che suonava il piano
80°

la ragazza che suonava il piano (2026)

Prima stanza a destra

Pop Dream Pop Elettropop

Un artista elusivo, di cui si sa pochissimo: giovanissimo, appena 22 anni, origini napoletane. Con La Ragazza Che Suonava il Piano — più un EP che un disco vero e proprio, data la lunghezza ridotta — Prima Stanza a Destra trascina dentro un mondo sonoro davvero particolare. Minimal nella sostanza, con produzioni scarne ma ricche di riferimenti, che si muovono tra elettronica, sonorità urban e acustica, con il pianoforte quasi onnipresente a fare da filo conduttore.

La voce, in falsetto continuo, si muove in un territorio ambiguo tra maschile e femminile — ricorda a tratti ThaSup, ma ripulita dagli eccessi di filtro — e contribuisce ad alimentare l'aura di mistero che circonda l'artista.

Sul piano dei testi, il disco esplora insicurezze, fragilità e relazioni con una scrittura volutamente semplice ma emotivamente efficace. Temi che sulla carta potrebbero sembrare territorio adolescenziale, ma che l’artista riesce a trattare con una sincerità tali da poter toccare chiunque, indipendentemente dall'età: “non so chi mi salverà dalle inquietudini che ho, non so chi mi salverà dalla paura.”

Un EP breve ma riuscitissimo, che lascia molta curiosità su quello che Prima Stanza a Destra potrà fare dopo.

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sognante

Miglior traccia: accanto a me

Hits: ho paura del futuro, 2 am, accanto a me

88
Tier 3° · Rank 183°
Cover di Trying Times
81°

Trying Times (2026)

James Blake

R&B Neo soul Alternative Rock Electronic Pop

La traccia di apertura — Walk Out Music — racchiude perfettamente l’essenza sonora del disco, sia in senso metaforico — un invito a uscire fuori dalla musica — sia in senso più concreto. Con questo settimo progetto, il polistrumentista londinese James Blake ci riporta alla sua multidimensionalità musicale, che attraversa e supera diversi confini.

È un lavoro che si muove tra R&B e un soul elettronico, arioso, in cui i synth si intrecciano a bassi di ispirazione club, talvolta vicini a certe produzioni rap contemporanee. Trying Times riesce a essere allo stesso tempo sensuale e oscuro — come nel singolo Death of Love, che richiama per certi versi le sonorità di The Weeknd — ma anche estremamente emotivo e delicato, come in I Had a Dream She Took My Hand, che sembra quasi un sussurro di vita.

Non mancano poi momenti “pop — come Make Something Up — o più spiccatamente sperimentali, di elettronica pura, come in Rest of Your Life. Sullo sfondo — ma non per questo meno centrale — si sviluppa una scrittura distesa, priva di inutili sovrastrutture, che affronta con naturalezza temi come la vita coniugale e il dolore: “You’re the life force, I would die for, be terrified for, simplify for, and stay alive for as we go through trying times.”

Un disco da ascoltare, profondo e ricercato, che difficilmente si lascia rinchiudere in un solo genere. Senza dubbio, uno di quelli che ricorderemo tra i più significativi del 2026.

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sognante riflessivo

Miglior traccia: Death of Love

Hits: Walk Out of Music, Death of Love, Doesn’t Just Happen, Through the High Wire

96
Tier 1° · Rank 79°
Cover di Gommapiuma
82°

Gommapiuma (2021)

Giorgio Poi

Pop Indie Pop Chamber Pop

Gommapiuma è il terzo disco ufficiale di Giorgio Poi. È un disco pienamente inserito nel solco dell’indie-pop classico, sia per sonorità sia per scrittura. Non c’è nulla di particolarmente sperimentale o fuori dall’ordinario, ma il progetto risulta comunque molto curato dal punto di vista del suono — interamente autoprodotto dallo stesso Poi, che si conferma anche un polistrumentista — e presenta alcune soluzioni melodiche davvero riuscite.

Tra tutte spiccano Rococò e Giorni Felici, che entrano senza dubbio nella lista delle migliori tracce dell’artista e, probabilmente, anche tra le più riuscite del genere indie-pop in generale.

I punti che potrebbero far storcere maggiormente il naso emergono invece quando la scrittura “scade” nell’uso di immagini troppo quotidiane, che rischiano un po’ di cringiare — come accade, ad esempio, in Supermercato.

Nel complesso, resta comunque un buon disco. Nota aggiuntiva: la copertina, minimal ma molto bella, è davvero top.

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rilassato sognante

Miglior traccia: Giorni Felici

Hits: Giorni Felici, Rococò

72
Tier 5° · Rank 286°
Cover di To Whom This May Concern
83°

To Whom This May Concern (2026)

Jill Scott

R&B Neo soul Funk

Dopo ben dieci anni dall’ultimo disco, Woman, Jill Scott torna con un lavoro estremamente riuscito, apprezzabile fin dai primi ascolti.

La forza del progetto risiede nella grande capacità dell’artista di spaziare tra sonorità diverse: dal funk al blues, fino a territori più propriamente R&B/soul, come in Offadaback, senza rinunciare a incursioni hip-hop che richiamano le sonorità d’oro del genere. È il caso di Norf Side e Ode to Nikki, brano in cui, in meno di tre minuti, troviamo una delle sue caratteristiche intro in spoken word accompagnata da un’ottima strofa di Ab-Soul.

Molto interessante anche la versione dance di Right Here Right Now, che riprende il sample di Strange Days, già utilizzato dai Fatboy Slim nel 1999. Funziona e convince anche il connubio con un rapper della “nuova generazione” come JID in To B Honest, capace di inserirsi con naturalezza nel sound del disco.

Tra i brani più riusciti da citare sicuramente Be Great, insieme al trombettista Trombone Shorty, sia per l’apprezzabile funk che per il ritornello catchy.

Nel complesso, questa grande varietà musicale — sempre però coerente e identitaria — unita alla voce “black”, sensuale e calda di Jill Scott, rende questo lavoro uno dei migliori del 2026.

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sensuale giocoso

Miglior traccia: Be Great

Hits: Be Great

88
Tier 3° · Rank 176°
Cover di Lunedì
84°

Lunedì (2026)

Tutti Fenomeni

Pop Indie Pop

Lunedì è il terzo disco di Tutti Fenomeni — all'anagrafe Giorgio Guarascio — cantautore romano classe 1996. Rispetto a lavori precedenti come il primo Merce Tenebre, è un disco più pop nelle sonorità, merito anche di una produzione affidata a Giorgio Poi — eccelsa, ovviamente. La scrittura, però, non perde un grammo della sua densità.

Giorgio sembra rivolgersi all'uomo comune, quello incastrato nella routine — lavoro, relazioni ripetitive, un lunedì che ne precede inevitabilmente un altro. E lo fa con un linguaggio che abita uno spazio preciso, a metà tra il retorico e il metaforico, a volte volutamente spiccio — “non ho paura dell'amore, ho paura dell'inflazione” — a volte sorprendentemente lirico — “il mio pensiero va, veloce come un elettrone in cerca di stabilità”. Un equilibrio non scontato, che funziona.
A tratti si avverte l'eco del Battiato di Arca di Noè e La Voce del Padrone — non solo nei testi, ma anche musicalmente, come nel brano Love Is Not Enough, che di quell'eredità porta qualcosa di riconoscibile senza mai scadere nell'imitazione.

Nel complesso, Lunedì è un gran bel disco, capace di catturare l'attenzione e di non mollare la presa.

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riflessivo giocoso

Miglior traccia: Morire vista mare

Hits: Morire vista mare, Mao, Love is Not Enough

85
Tier 3° · Rank 201°
Cover di The Romantic
85°

The Romantic (2026)

Bruno Mars

Pop Latin Contemporary R&B

Bruno Mars torna dopo dieci anni di assenza con The Romantic, e l'attesa rende il giudizio ancora più difficile da ammorbidire. Le premesse sonore erano ottime: il disco riprende le atmosfere Motown degli anni '60, a tratti mixate con sonorità latine che Mars non aveva fino ad ora esplorato. Sulla carta, un territorio fertile. Nella pratica, però, il disco fatica a mantenere la promessa - i momenti che lasciano davvero il segno sono pochi, e il resto scivola via senza imprimersi.
Le eccezioni ci sono e vanno riconosciute: “I Risk It All” è un classicone romantico la cui produzione - sospesa tra pop e musica portoricana - è magistrale. “Why You Wanna Fight” è un'altra ballad di rara pulizia. Ma due picchi non bastano a sostenere un disco intero, e The Romantic finisce per essere un ritorno contraddittorio: tecnicamente inappuntabile, emotivamente incompiuto.

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sensuale

Miglior traccia: Risk it All

Hits: Risk It All, Why You Wanna Fight

59
Tier 6° · Rank 370°
Cover di Agricolture
86°

Agricolture (2023) ✰

Agricolture

Metal Black Metal Blackgaze

Per qualcuno potrebbe sembrare rumore dall'inizio alla fine. La verità è che gli Agricolture - band post-black/blackgaze di Los Angeles - hanno saputo trasformare il rumore in estrema bellezza. Concettualmente si inseriscono in quel filone del black metal aperto dai francesi Alcest e reso popolare da quel gioiello dalla copertina rosa shocking che i Deafheaven pubblicarono nel 2013. Ma con questo disco d'esordio, gli Agricolture dimostrano di poter dire la loro in grande stile - e con una forza che lascia senza fiato.

Il disco si apre con The Glory of the Ocean, e il titolo è già tutto un programma: atmosfera rilassata, distesa, quasi un locus amoenus sonoro in cui ci si adagia senza resistenza. Ma quella pace viene demolita senza preavviso da un muro sonoro estremo, super distorto, con blast beat poderosi che travolgono come uno tsunami - esattamente come quella massa d'acqua che campeggia in copertina. E da lì non emergi più. Il disco è un susseguirsi di momenti estremi, catartici, estatici, che si abbattono uno dopo l'altro senza mai perdere in intensità.

Gran parte del disco è occupata da Look, brano diviso in tre parti, e anche qui gli Agricolture sanno sorprendere: dal giro di violino che piomba nella scena nel mezzo della Pt. 1 - un momento di bellezza quasi irreale - all'incipit devastante della Pt. 3, che riapre tutto con forza brutale. Chiude Relier, forse il brano più vicino al black metal classico dell'intero disco, un finale che riporta alle radici senza nulla togliere a quanto costruito prima.

Se con questo disco volevano presentarsi al mondo, beh - ci sono riusciti benissimo.

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aggressivo spirituale

Miglior traccia: Look, Pt. 2

Hits: The Glory of the Ocean, Look Pt.2, Look Pt. 3

100
Tier 1° · Rank 18°
Cover di COLD 2 THE TOUCH
87°

COLD 2 THE TOUCH (2026)

Angel Du$t

Punk Hardcore Punk Alternative Rock

Cold 2 The Touch - sesto disco della band di Baltimora Angel Du$t - è uno schiaffo in faccia: saltellante, energico, in continua evoluzione tra sonorità hardcore punk e momenti più rockeggianti. Un disco compatto che scorre veloce, complici i soli 27 minuti di durata e un ritmo costantemente incalzante.

Eppure non manca di respiro: momenti più distesi e melodici come Jesus Head sanno quando prendersi il loro spazio, esplodendo solo sull'assolo finale con il tempismo giusto. Tra le chicche del disco, il finale di The Knife e la martellata conclusiva di The Beat, che chiude tutto con la forza che ci si aspetta.

Per certi versi, le sonorità potrebbero evocare i giapponesi Maximum The Hormone - ma ripuliti dalle parti metalcore e dagli extrabeat.

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trionfante aggressivo

Miglior traccia: Cold 2 The Touch

Hits: Cold 2 The Touch, The Beat

87
Tier 3° · Rank 185°
Cover di Ca$ino
88°

Ca$ino (2026)

Baby Keem

Hip-Hop/Rap Trap

Ca$ino è il secondo progetto di Baby Keem, figlioccio artistico di Kendrick Lamar. Il talento di questo ragazzo è innegabile: il disco è autoprodotto e Keem dimostra una notevole capacità di muoversi su registri diversi — dai banger trap, costruiti sugli 808 ma arricchiti da sample e suoni insoliti, a pezzi più introspettivi e riflessivi. A tenere insieme il tutto c'è un filo conduttore sonoro preciso: i suoni da casinò, le slot machine, tornano ricorrenti lungo il disco, creando coesione e rimandando ai temi del denaro e del gioco d'azzardo che affiorano in diverse tracce.

Il flow e la delivery di Keem sono solidi in entrambi i mondi che abita, senza che nulla suoni fuori posto. Eppure Ca$ino non compie del tutto il salto che potrebbe. Il problema è duplice: da un lato una certa mancanza di originalità, dall'altro un'alternanza troppo brusca tra tracce frivole — “I just spent five million on a condo and don't be at home” — e momenti di vulnerabilità genuina — “too many alcoholics around when Grandma went to jail". Il contrasto potrebbe essere una forza, ma qui finisce per rendere il disco meno coeso di quanto il suo impianto prometta.

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riflessivo trionfante

Miglior traccia: Good Flirts

69
Tier 5° · Rank 314°
Cover di Desolation’s Flower
89°

Desolation’s Flower (2023)

Ragana

Metal Black Metal Doom Metal

Dopo diversi progetti autoprodotti, Desolation's Flower segna il primo disco sotto The Flenser per il duo black metal composto da Maria Stocke e Nicole Kurmina Gilson. In un genere storicamente a dominanza maschile, la presenza di due donne agli strumenti è già di per sé una rottura — e il disco lo conferma fin dai primi minuti. Quello che si avverte ascoltando Desolation's Flower è la sensazione di trovarsi davanti a un progetto che usa sì alcune componenti del black metal — i muri di chitarre fortemente distorte, le batterie incessanti — ma con l'obiettivo dichiarato di portarti altrove.

Le atmosfere sono cupe, i ritmi generalmente lenti, di ispirazione più doom che black, e lo scream trasuda disperazione pura. I riverberi e le distorsioni sono spinti all'estremo, al punto che certi passaggi sembrano provenire da una radio rotta — un effetto straniante e perfettamente coerente con lo spirito del disco. I momenti di grande impatto non mancano: dall'attacco della title track, che esplode dopo un inizio quasi post-rock, al crescendo della batteria nel finale di Woe, ogni picco emotivo è guadagnato.

Non è troppo azzardato il paragone con Sunbather dei Deafheaven — ma se lì dominava la luce, qui è l'ombra a fare da protagonista. Desolation's Flower è un disco magistrale.

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angosciante spirituale

Miglior traccia: Woe

Hits: Desolation’s Flower, Woe

95
Tier 1° · Rank 92°
Cover di Sealed into None
90°

Sealed into None (2026)

Exxul

Metal Doom Metal Epic Metal Power Metal

Direttamente dall’undeground metal canadese, Sealed into None è il disco di esordio degli Exxul. E’ sicuramente un disco che avrà fatto saltare dalla sedia gli appassionati di un certo epic/doom metal in quanto riporta in vita una sonorità che forse andava di più a fine anni ‘80, primi anni ‘90 - stile Candlemass- e oggi si fatica a sentire.

Loro dimostrano che ancora oggi si può fare un disco (bello) di questo genere, avendo bene in mente i riferimenti cardine. Il disco è composto da sole 5 tracce, che si presentano come lunghe suite, con alternanza tra sonorità doom - più tetre e gelide - a momenti dove gli assoli di chitarra esplodono in vero epic metal.

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sognante misterioso

Miglior traccia: Blighted Deity

79
Tier 4° · Rank 240°
Cover di Do You Still Love Me?
91°

Do You Still Love Me? (2026)

Ella Mai

R&B Contemporary R&B

Do You Still Love Me? è il terzo disco della cantante londinese Ella Mai. Nonostante l’origine, suona come un disco R&B puramente americano. E’ un progetto concepito dopo una maternità e può essere considerato come una collezione di riflessioni intime personali.

Scrittura a parte, è un disco abbastanza discontinuo: ci sono dei momenti molti emotivi e intensi, dove la produzione si fa profonda e si miscela bene con la voce di Ella - come in 100, Might Just o la più “hip-hop” Bonus - ma anche tanti brani più “anonimi” e ripetitivi che possono rendere l’ascolto complessivamente noioso.

Forse con qualche traccia in meno e una durata più contenuta avrebbe reso di più. E’ un buon disco se si vuole ascoltare qualcosa di pacato, soft e tipicamente R&B.

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sensuale

Miglior traccia: 100

64
Tier 6° · Rank 345°
Cover di Gospel Music
92°

Gospel Music (2026)

Joel Ross

Jazz

Gospel Music è il quinto progetto ufficiale del vibrafonista americano Joel Ross. Il disco è una rappresentazione sonora della storia biblica e dell’esplorazione della fede.

Si possono identificare due anime ben distinte: una prima parte completamente strumentale, dove il vibrafono di Joel Ross è accompagnato “unicamente” dagli strumenti dei suoi compagni; una seconda parte dove subentrano anche voci e cori, non a dare origine ad una vera composizione “gospel” ma più per rafforzare la narrazione.

E’ un disco piuttosto lungo ma funziona molto bene come accompagnamento e sottofondo, mantenendo sempre un mood abbastanza disteso - specialmente nella seconda parte - senza eccessi.

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rilassato spirituale

Miglior traccia: Protoevangelium

70
Tier 5° · Rank 310°
Cover di A World Ablaze
93°

A World Ablaze (2026)

Nazghor

Metal Black Metal Melodic Black Metal

A World Ablaze è l’ottavo disco della band svedese Nazghor. E’ il lavoro di una band di nicchia, che celebra le proprie origini con un disco dedicato alla città di Uppsala.

Dal punto di vista musicale, ottimo lavoro: tutte i brani sono trainati da una batteria importante per esplodere verso la fine in riff di chitarra magistralmente eseguiti, rubati più al metal melodico che di vera ispirazione black. C’è infatti una trama melodica, creata propria dalle chitarre, che accompagna l’ascoltatore lungo tutto il disco, facendo a volte quasi dimenticare il ritmo martellante della batteria sottostante.

Non è un progetto che sperimenta troppo e non c’è spazio a grosse contaminazioni, ma per come è suonato e prodotto risulta un disco godibile.

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misterioso trionfante

Miglior traccia: Baptized in Blood

80
Tier 4° · Rank 234°
Cover di a short history of decay
94°

a short history of decay (2026)

Nothing

Rock Alternative Rock Shoegaze Dream Pop

a short history of decay è il quinto disco ufficiale della band shoegaze americana Nothing. When I was young, life was easy: il disco si apre con questa semplice frase ma dal carattere universale, in cui molti di noi si possono rispecchiare. E questa idea di nostalgia, di rimpianto verso tempi in cui la vita scorreva diversamente e senza intoppi, si percepisce lungo tutto il disco.

E’ un progetto intimo, autobiografico, in cui il chitarrista e compositore principale Dominic Palermo racconta il suo “decadimento” emotivo, come dichiarato fin dal titolo. Musicalmente è un disco principalmente lento, con un rock soft e una voce quasi sussurrata, di rassegnazione, che però esplode in alcuni momenti più energici e prettamente shoegaze, come cannibal world o toothless coal per raggiungere il climax nelle ultime note di essential tremors.

E’ un buon progetto che richiede però diversi ascolti per essere compreso e assimilato.

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malinconico riflessivo

Miglior traccia: cannibal world

81
Tier 4° · Rank 232°
Cover di Carving the Causeway to the Otherworld
95°

Carving the Causeway to the Otherworld (2026)

Coscradh

Metal Death Metal Blackened Death Metal

La sensazione che si prova ascoltando questo secondo disco ufficiale dei Coscradh è quella di essere trascinati in un turbinio di malignità, con brani che nascono subito martellanti, con blast beat ripetuti, per poi esplodere i riff di chitarra “spiralici”. Il death metal da spazio a momenti e sonorità più propriamente “black”, che possono ricordare i Mayhem o in generale il black metal norvegese. La band narra di mitologia e spiritualità ispirata al mondo dell’Irlanda antica, e guida l’ascoltare verso il passaggio ad una realtà ultraterrena. Un buon disco blackened death metal che forse però si muove in un territorio già battuto, senza osare troppo nella sperimentazione.

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aggressivo spirituale

Miglior traccia: Adhradh De Ghoac

72
Tier 5° · Rank 283°
Cover di 154
96°

154 (1979)

Wire

Punk Post-Punk

Nella lista dei dischi “post-punk” da ascoltare almeno una volta nella vita, non può mancare 154 degli Wire. Pubblicato nel 1979, è il terzo capitolo della loro prima fase creativa e mostra una band che amplia il proprio linguaggio: chitarre sempre taglienti ma più atmosferiche, ritmiche dinamiche e arrangiamenti ricchi. Brani come “Map Ref. 41°N 93°W” hanno una spinta quasi propulsiva, mentre altri episodi giocano su tensione e stratificazione più prettamente punk. Rispetto ad altri dischi del genere può essere apprezzato da chi ricerca sonorità più vicine al rock tradizionale. E’ un disco che ha però bisogno di qualche ascolto aggiuntivo per poter cogliere tutti i dettagli e le sue sfumature.

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Miglior traccia: Map Ref 41 Degress

87
Tier 3° · Rank 186°
Cover di Entertainment!
97°

Entertainment! (1979)

Gang of Four

Punk Post-Punk

Siamo di fronte ad uno dei dischi fondamentali della scena post-punk britannica di fine anni ‘70. Pubblicato nel 1979, in piena ondata post-punk post-Sex Pistols, Entertainment! nasce in un’Inghilterra attraversata da tensioni sociali e all’inizio dell’era Thatcher.

La band di Leeds inserisce nel linguaggio punk un impianto teorico esplicitamente marxista, trasformando brani come Damaged Goods e At Home He’s a Tourist in piccole dissezioni del capitalismo e delle dinamiche di consumo. Lo spirito di ribellione si percepisce chiaramente, soprattutto nella parte vocale.

A livello sonoro può risultare però meno dirompente rispetto ad altri dischi coevi o affini - pensare ad esempio a Deceit dei This Heat, dove è più facile essere scossi da una sorta di “tensione sonora”. In Entertainment! tutto è più asciutto, più controllato. Se piace il post-punk puro, ribelle, con meno contaminazioni dal rock dell’epoca, è un disco che può piacere.

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angosciante aggressivo

Miglior traccia: Ether

90
Tier 2° · Rank 152°
Cover di Love Is Not Enough
98°

Love Is Not Enough (2026)

Converge

Punk Hardcore Punk Metalcore Sludge Metal

Love Is Not Enough è l’undicesimo album della band metalcore americana Converge.

Il disco ruota attorno alla complessità delle relazioni umane e al dolore che spesso si intreccia con l’amore, come suggerisce già il titolo. Anche dal punto di vista musicale si può leggere una divisione abbastanza netta: nella prima parte dominano tracce più aggressive, radicate nello spirito hardcore punk e metalcore; mentre nelle ultime tre o quattro canzoni il disco cambia leggermente registro, diventando più intenso ed emotivo, con brani più dilatati pur mantenendo un impatto sonoro sempre molto duro.

È interessante vedere come tematiche così intime e fragili vengano affrontate attraverso sonorità tanto abrasive. Nel complesso, non si tratta di un lavoro che rivoluziona il genere — soprattutto nei momenti più strettamente metalcore, dove risulta forse meno originale — ma è un disco che lascia intuire un certo potenziale di crescita, capace di rivelarsi sempre di più con gli ascolti.

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euforico angosciante

Miglior traccia: Force Meets Presence

Hits: Make Me Forget You, Force Meets Presence

73
Tier 5° · Rank 277°
Cover di Alter Bridge
99°

Alter Bridge (2026)

Alter Bridge

Rock Hard Rock Heavy Metal

Alter Bridge è l’ottavo disco della band hard-rock Americana Alter Bridge. E’ un disco hard-rock/heavy metal “da manuale”: ottima tecnica, riff di chitarra potenti e una voce pulita che in alcuni casi non sfigurerebbe nemmeno in tracce power/epic metal.

E’ un buon disco, con diverse tracce melodicamente piacevoli - sentire Trust In Me per capire il mood - e diversi momenti riusciti, come l’assolo finale incredibile di Slave to Master.

Nel complesso non spicca troppo per originalità, proponendo una formula molto nota nel genere, ma rimane comunque un bell’uscita metal del 2026 che dimostra che questo genere è ancora vivo anche nelle sue accezioni più mainstream.

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trionfante

Miglior traccia: Trust In Me

Hits: Trust in Me, Slave to Master

71
Tier 5° · Rank 290°
Cover di 2014 Forest Hills Drive
100°

2014 Forest Hills Drive (2014)

J. Cole

Hip-Hop/Rap Conscious Rap

Il titolo dice già tutto: 2014 Forest Hills Drive è l'indirizzo della casa dove J. Cole è cresciuto a Fayetteville, nella Carolina del Nord — quella in cui ha vissuto con la madre, il fratello e il patrigno, e che ha ricomprato nel 2014, lo stesso anno in cui ha pubblicato questo disco. Non è un dettaglio decorativo: è il punto di partenza di un album che guarda indietro per capire chi si è diventati.

Terzo disco in studio, generalmente considerato il suo più riuscito — anche se, ascoltandolo dopo The Fall Off, la sensazione è che Cole abbia continuato a crescere fino all'ultimo: più conscious, flow ancora più serrato, produzioni più ambiziose. Forest Hills Drive resta comunque un disco solido, forse il momento in cui l'equilibrio tra banger e riflessione funziona meglio.

Cole ha flow, tecnica e una delle penne più precise dell'hip-hop americano contemporaneo. Il suo modo di rappare ricorda Kendrick non per il suono — i due sono artisti distinti — ma per quell'approccio che sembra una riflessione continua, un flusso di coscienza che non si ferma mai. Le produzioni sono curate, con bassi spinti e qualche accenno trap che però non scivola nel plasticoso. E la scelta di non includere nessun featuring — una mossa dichiarata — dà al disco un'unità narrativa che molti album di quel periodo non hanno.

No Role Modelz e A Tale of 2 Citiez sono i pezzi dove quella tensione tra energia fisica e profondità lirica raggiunge il punto più alto. Due brani che da soli giustificano l'ascolto.

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malinconico riflessivo

Miglior traccia: No Role Modelz

Hits: G.O.M.D., A Tale of 2 Citiez, No Role Modelz

88
Tier 3° · Rank 177°