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Azzera

426 album trovati

Cover di Fondazione Strada
101°

Fondazione Strada (2026)

Vacca & Inoki

Hip-Hop/Rap

Dopo il dissing ed essersi evitati per anni, Vacca e Inoki fanno pace e tornano con un joint album. Poteva “puzzare” di operazione commerciale e invece hanno realizzato un disco genuino, che sembra sentito e non costruito a tavolino. Ci sono anche delle idee abbastanza originali, come il pezzo sulla storia di Vacca cantato da Inoki e viceversa quello su Inoki cantato da Vacca. I punti di forza del disco sono sicuramente i testi, tutto sommato validi, che raccontano la loro storia nel contesto del rap. Ci sono però anche evidenti punti di debolezza che non fanno totalmente apprezzare il disco, a partire dalle produzioni che non osano e i flow un pò ripetitivi.

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trionfante riflessivo

Miglior traccia: Buste di Figu

66
Tier 6° · Rank 336°
Cover di Seychelles
102°

Seychelles (1976) ✰

Masayoshi Takanaka

Jazz Fusion City Pop Funk

Seychelles è il disco d'esordio di Masayoshi Takanaka, chitarrista giapponese che con questo lavoro ha contribuito a fondare la scena jazz fusion del suo paese. Un debutto che, rispetto al suo lavoro più celebrato — The Rainbow Goblins, considerato il suo capolavoro — ha un'anima più ibrida e disinvolta.

Il jazz c'è, ma non è sempre il fulcro. Alcune tracce virano decisamente verso il city pop, come Tokyo Reggie, che è a tutti gli effetti una hit del genere: ritmo, groove, immediatezza. Altre invece sorprendono per tutt'altra ragione: Oh! Tengo Suerte ha un'anima quasi sudamericana, qualcosa che non ti aspetti da un musicista giapponese degli anni Settanta, eppure funziona in modo del tutto naturale. È proprio questa leggerezza nell'attraversare i generi senza forzature una delle qualità principali del disco.

A tenere tutto insieme è la chitarra di Takanaka: melodica, pulita, mai eccessivamente virtuosistica. Non cerca di mettersi in mostra — si incastra nella produzione e diventa la linea melodica attorno a cui ruota tutto il resto. È un approccio meno concettuale rispetto a The Rainbow Goblins, pensato più per essere ascoltato liberamente che dall'inizio alla fine.

Il risultato è un disco dal mood rilassato ed estivo, perfetto per ascolti casuali. Accoppiata ideale? Le stradine interne di Asakusa in una giornata soleggiata di primavera, o una spiaggia di Okinawa. Difficile trovare colonna sonora più adatta.

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euforico rilassato

Miglior traccia: Tokyo Reggie

Hits: Tokyo Reggie

94
Tier 2° · Rank 103°
Cover di Violator
103°

Violator (1990) ✰

Depeche Mode

Pop Synth Pop Elettropop New Wave

Violator è il settimo album dei Depeche Mode, uscito nel 1990, e il disco che li consacra definitivamente come band di caratura mondiale. Ma è soprattutto il disco in cui fanno un salto qualitativo netto rispetto a tutto quello che avevano fatto prima — e il merito è in parte del produttore Flood, che li spinse esplicitamente a usare le chitarre. Personal Jesus nasce da un giro blues di chitarra, non da un sintetizzatore, e quella scelta dice già tutto sul cambio di direzione.

L'architettura del suono è stratificata e maniacale. Tutte le canzoni sono scritte da Martin Gore — Gahan è l'interprete, Gore è l'autore e l'architetto — e la produzione, curata da Flood insieme ad Alan Wilder, costruisce ogni brano su livelli sovrapposti: il basso fa da trama costante, quasi ipnotica, e sopra si stratificano texture elettroniche, chitarre, atmosfere che si muovono tra il sensuale e la tensione senza mai esplodere davvero.

World in My Eyes è forse l'esempio più sottile di questo approccio: il ritmo cambia, sembra preparare un ritornello che sta per arrivare — e invece non arriva mai, o meglio arriva solo strumentale, senza che la voce lo risolva. È una tensione lasciata appesa, e funziona benissimo.

Oltre alle hit immortali — Personal Jesus, Enjoy the Silence — quello che rende Violator un disco davvero grande è proprio questa capacità di tenere l'ascoltatore in sospeso senza mai cedere al facile. Un capolavoro che non invecchia.

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sensuale angosciante malinconico

Miglior traccia: World in My Eyes

Hits: World in My Eyes, Enjoy The Silence, Dangerous

98
Tier 1° · Rank 59°
Cover di Disintegration
104°

Disintegration (1989) ✰

The Cure

Rock Gothic Rock Dream Pop Alternative Rock Post-Punk

Disintegration è uno di quei dischi che non ti può lasciare indifferente. Ottavo album dei Cure, 1989, e il punto in cui Robert Smith decide deliberatamente di voltare le spalle al periodo pop della band — Kiss Me Kiss Me Kiss Me aveva portato successo commerciale, hit, videoclip allegri — e tornare a qualcosa di più oscuro e personale. Smith si avvicina ai trent'anni, attraversa una fase di depressione, e tutta quella pressione finisce dentro le canzoni.

Il risultato è un disco che mantiene una tensione perenne, quasi sospesa, senza mai esplodere davvero. Non ci sono assoli, non ci sono momenti che deflagrano. C'è invece una melodia di chitarra che attraversa tutto — abbozzata, quasi trattenuta, mai eccessiva — che non fa da protagonista ma tiene tutto insieme come un filo sottile. È quel tipo di melodia che non ti accorgi di seguire finché non ti rendi conto che sei completamente dentro il disco.

La seconda parte è dove questa formula tocca i suoi vertici. Fascination Street ha un groove basso e ipnotico che trascina senza fretta. The Same Deep Water as You e Homesick sono tracce di una intensità emotiva quasi difficile da descrivere — sognanti ma pesanti, come stare sott'acqua con gli occhi aperti.

Il dettaglio più curioso è che la band ha raccontato di sessioni di registrazione tutt'altro che depresse — anzi, abbastanza sbarazzine. Eppure il disco suona come se ogni nota fosse costata qualcosa. Un capolavoro che cresce ad ogni ascolto.

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malinconico sognante angosciante

Miglior traccia: The Same Deep Water As You

Hits: Fascination Street, Prayers for Rain, The Same Deep Water As you, Pictures of You, Disintegration

100
Tier 1° · Rank 1°
Cover di SHAYTAN
105°

SHAYTAN (2026)

Melons & Sick Lucke

Hip-Hop/Rap Trap

Shaytan è un mixtape trap nato dalla collaborazione del rapper Melons con Sick Luke. Il marchio di fabbrica di Sick Luke è ben riconoscibile ma qui non troviamo proprio le sue migliori produzioni.

Il timbro graffiato di Melons è interessante - può ricordare Disme - ma flow e scrittura ancora molto acerbe. Un mixtape a cui difficilmente si concedono più ascolti.

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aggressivo

Miglior traccia: MARTELLARE

50
Tier 7° · Rank 400°
Cover di DREAMCRUSH
106°

DREAMCRUSH (2026)

MOL

Metal Post-Metal Blackgaze

“DREAMCRUSH” è il terzo disco della band blackgaze danese “MOL”. E’ un disco dalle sonorità molto eterogenee: parti melodiche, atmosfere sognanti alternate a momenti più carichi e vigorosi. Si sente moltissimo l’ispirazione “Deafheaven” e in particolare dei loro dischi più prettamente “shoegaze”. Non troviamo solo scream ma anche tante parti vocali pulite e in generale una componente “black” molto ridotta - in alcune tracce quasi assente. In termini di contenuto, non è un disco immediato: i testi sono evocativi, parlano per immagini e metafore, affrontando temi quali la resilienza, il confronto con se stessi e l’idea del sogno come apertura di possibilità ma anche di tensione. Nel complesso è un ottimo disco, più immediato rispetto a molte uscite blackgaze e post-black metal, grazie alla sua componente melodica più evidente. Probabilmente però può essere meno apprezzato da un pubblico più affine al black-metal “puro”. Il disco contiene comunque dei momenti davvero riusciti - come “Hud”, “Sma Forlis” o la super sognante “Favour”. Una cosa è certa: ci sono tutti i presupposti per sentire un grandissimo progetto da questo band danese nei prossimi anni.

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sognante aggressivo

Miglior traccia: Hud

Hits: Hud, Sma Forlis

84
Tier 4° · Rank 216°
Cover di The Mantle
107°

The Mantle (2002) ✰

Agalloch

Metal Black Metal Folk Metal Post-Metal Folk Black Metal

The Mantle è uno di quei dischi che quando lo ascolti, ti chiedi: cosa sto sentendo? È uno di quei dischi che trascendono davvero il genere.
Riduttivo definirlo semplicemente black metal: le componenti black ci sono, ma non sono il fulcro assoluto. Allo stesso tempo, non è nemmeno un disco folk in senso tradizionale. È un progetto dal respiro amplissimo, che si prende tutto il tempo necessario per costruire il proprio mondo sonoro e trascinarti dentro il suo concept. E’ un disco profondamente immersivo: ti porta in paesaggi desolati, in scenari naturali immensi, dove la presenza della natura è quasi fisica. C’è una dimensione contemplativa, malinconica, che va oltre la semplice etichetta metal.

Musicalmente, la chitarra acustica è centrale: crea quel ponte fondamentale tra le atmosfere folk e le esplosioni più marcatamente black e post-metal. È proprio questo equilibrio a rendere il disco così potente. Non punta sull’aggressività gratuita, ma sulla costruzione emotiva, sull’atmosfera, sulla profondità. E riesce a tenere tutto insieme grazie ad un uso sapiente di suoni ambientali, creando una esperienza di ascolto totalizzante.

È un album fondamentale perché ha dimostrato che il metal può andare oltre i suoi confini più rigidi. Che può essere evocativo, cinematografico, quasi spirituale. Richiede diversi ascolti per essere assimilato pienamente, ma ne vale assolutamente la pena. Magari per gli amanti del suono più duro e black, non è il disco della vita ma è anche grazie a un lavoro come questo che negli anni successivi è esplosa una scena blackgaze e black atmosferico di altissimo livello, con realtà come Wolves in the Throne Room, Alcest e Deafheaven che hanno raccolto e sviluppato quell’eredità. Un disco che non si limita a stare dentro un genere: lo espande.

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malinconico spirituale angosciante

Miglior traccia: Odal

95
Tier 2° · Rank 98°
Cover di The Fall-Off
108°

The Fall-Off (2026)

J. Cole

Hip-Hop/Rap Conscious Rap

“The Fall-Off” è il settimo album in studio del rapper americano J.Cole. E’ un disco su cui l’artista ha creato molto hype per diverso tempo, definendolo come la sua opera magna e probabilmente come la chiusura della sua carriera. Come spesso accade per i progetti attesi a lungo, qualcuno è rimasto deluso e qualcuno invece è saltato dalla sedia. Sicuramente non si può negare il fatto che è un disco ben costruito, pensato e molto vario.

Il progetto è diviso in due parti, metaforicamente chiamate disco 29 e disco 39. Il disco 29 dovrebbe rappresentare un salto nel passato, dove J.Cole ripercorre eventi della sua vita giovanile, e lo fa adottando anche un approccio molto diretto. E’ una parte colma di hit, di banger da club, con produzioni catchy - spesso orientati alla “trap” - e un flow a mitraglia, anche se per qualche fan di vecchia data potrebbe risultare ridondante rispetto alla discografia del rapper.

La seconda parte è invece molto più introspettiva e matura. Anche qui però le produzioni rimangono impeccabili, le parole di J.Cole scorrono piacevolmente sulle basi e c’è spazio anche per qualche momento molto originale, come l’immaginare un dialogo tra 2Pac e Biggie nel brano “What if”.

Un gran punto di forza del disco sono i beat switch: nonostante sia una tecnica ormai rodata, in questo disco ci sono degli ottimi beat switch, per nulla scontati, che impreziosiscono notevolmente il sound. A parte la lunghezza - 24 brani in totale - che potrebbe spaventare l’ascoltatore non avvezzo al genere, è difficile criticare questo progetto. Sicuramente rientrerà nei migliori dischi consegnati dal 2026.

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riflessivo trionfante

Miglior traccia: 39 Intro

Hits: Bombs In The Village, 39 Intro, What if, WHO THE FUCK IZ U

95
Tier 2° · Rank 94°
Cover di CLAN DESTINO
109°

CLAN DESTINO (2026)

J. Lord

Hip-Hop/Rap Gangsta Rap Trap

Ne più ne meno di moltissimi altri dischi trap/gangsta rap che si sentono attualmente. Un peccato perché a fare rap in napoletano è fortissimo e ha una voce molto distinguibile. Ma la scelta del suono è veramente troppo banale, trita e ritrita.

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aggressivo

Miglior traccia: CRIMINALE

43
Tier 8° · Rank 408°
Cover di CHE ME NE FACCIO DEL TEMPO
110°

CHE ME NE FACCIO DEL TEMPO (2026)

Mara Sattei

Pop Urban

Ai tempi delle famose Registrazioni , Mara Sattei era una novità vera nel panorama pop/rap italiano: aveva un flow riconoscibile, un modo di stare sul beat e di alternare rap e canto che la distingueva nettamente dalla scena rap femminile di quel periodo. Funzionava tutto, e funzionava alla grande. Anche – e forse soprattutto – grazie alle produzioni del fratello Thasup, che non solo costruiva un suono fresco e personale, ma la influenzava positivamente anche nel modo di incastrare le parole.

Con Universo, il suo primo disco ufficiale, quello status lo aveva mantenuto solo a metà. In diverse tracce aveva già abbandonato quell’approccio più ibrido, più “suo”. Però c’erano ancora elementi delle Registrazioni che facevano innamorare: certe soluzioni melodiche che ricreava con la sua voce, certe metriche e flow. In questo nuovo disco, invece, quegli elementi sono praticamente spariti - l’unico brano in cui vive ancora quello spirito è niagara. Il suono si è appiattito, si è omologato ad un pop più immediato. Anche se dietro alle produzioni c’è ancora Thasup, il risultato finale suona molto più standardizzato, molto più vicino al mainstream italiano.

Anche se lato testi può aver fatto un passo in avanti, con una scrittura più diretta, comprensibile e personale - vedi il pezzo sulla madre - Mara ormai sembra una delle tante cantanti pop, e questo è il problema più grande: ha perso quella specificità che la rendeva diversa. Il talento c’è, e si sente. Ma oggi sembra incanalato in una direzione molto più sicura, molto meno rischiosa — e decisamente meno interessante.

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malinconico riflessivo

Miglior traccia: niagara

47
Tier 8° · Rank 403°
Cover di Quando meno me lo aspetto
111°

Quando meno me lo aspetto (2026)

Tiromancino

Pop

“Quando meno me lo aspetto” è il quattordicesimo disco dei Tiromancino. E’ un disco molto personale, che parla di momenti anche molto pesanti e tristi, vissuti, suppongo, in prima persona da Federico Zampaglione. Non è un disco pop “allegro”, è un disco molto emotivo, relativamente lento, con produzioni soft e una scrittura giustamente matura. Il difetto principale sono delle strumentali molto scarne, che non esaltano la voce di Federico e rendendo l’ascolto abbastanza “standard” per un disco pop.

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malinconico riflessivo

Miglior traccia: Il cielo

56
Tier 7° · Rank 384°
Cover di Follow the Reaper
112°

Follow the Reaper (2000) ✰

Children of Bodom

Metal Death Metal Melodic Death Metal

Follow the Reaper è il terzo album in studio dei Children of Bodom, band finlandese, uscito nel 2000. È considerato da molti — critica inclusa — il loro disco migliore, per l'equilibrio trovato tra aggressività death metal e melodie di ispirazione power metal. Un equilibrio che all'epoca non era scontato, e che ha contribuito a definire il suono melodeath nei primi anni 2000 insieme al resto della produzione della band.

Il disco non è tra le mie prime scelte in ambito metal, ma sarebbe disonesto non riconoscerne il valore. L'epicità di certe melodie è difficile da ignorare: la title track e Kissing the Shadows sono l'esempio più diretto — riff che ti agganciano quasi subito, con una facilità che non è semplicismo ma costruzione. A rendere tutto più stratificato ci pensano assoli e tastiere impeccabili, che aggiungono una dimensione quasi cinematografica al suono senza mai appesantirlo.

È un disco che ha segnato una fase precisa del metal estremo — uno di quei lavori che si riconoscono come pietre miliari anche quando magari non sono esattamente nelle tue corde.

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aggressivo misterioso

Miglior traccia: Kissing The Shadows

Hits: Follow the Reaper, Kissing the Shadows

85
Tier 3° · Rank 209°
Cover di Deceit
113°

Deceit (1981) ✰

This Heat

Punk Post-Punk Experimental Rock Progressive Rock

Deceit è il secondo e ultimo disco dei This Heat, band londinese attiva a cavallo tra la fine degli anni Settanta e i primi Ottanta, ed è considerato uno dei lavori fondativi del post-punk sperimentale. Uscito nel 1981, è un disco che suona come se qualcuno avesse preso il punk, l'avanguardia, il krautrock e l'industrial, li avesse fatti a pezzi e rimontati secondo una logica tutta propria.

Il principio costruttivo del disco è letteralmente il collage: molte tracce nascono dalla manipolazione meccanica di nastri, da frammenti sonori sovrapposti, da ritmi spezzati e riassemblati. Paper Hats ne è l'esempio più immediato — a circa due minuti il brano cambia completamente pelle, i suoni ambientali irrompono, le percussioni si frantumano in qualcosa di difficile da classificare, e prima che tu abbia capito cosa sta succedendo sei già altrove. Non è una trovata: è una tecnica che attraversa l'intero disco. E non è un caso che anche la copertina funzioni allo stesso modo — è un montaggio costruito con ritagli di un opuscolo governativo britannico sulla sopravvivenza nucleare, assemblati a formare una maschera. Il collage visivo e quello sonoro sono la stessa cosa.

La batteria di Charles Hayward è il fulcro ritmico di tutto: in A New Kind of Water diventa la vera protagonista, con ritmi punk frammentati e ossessivi che trascinano il brano in avanti come una locomotiva fuori controllo. Il resto del gruppo costruisce attorno — chitarre, nastri, voci corali — ma è la batteria che tiene insieme i pezzi.

Dal punto di vista lirico, il disco è un documento della sua epoca: la Guerra Fredda, la paura nucleare, la critica alla manipolazione politica delle masse. Non è un disco confortante, né vuole esserlo.

Nel panorama post-punk, Deceit occupa uno spazio molto preciso: più sperimentale e destrutturato di 154 dei Wire, più costruito e concettuale di Entertainment! dei Gang of Four.

È il punto in cui il genere smette di fare i conti con il rock e comincia a fare i conti con qualcosa di più difficile da nominare. Un disco da cui partire — e da cui è difficile tornare indietro.

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angosciante aggressivo misterioso

Miglior traccia: Cenotaph

Hits: Cenotaph, A New Kind of Water

96
Tier 1° · Rank 80°
Cover di Liturgy of Death
114°

Liturgy of Death (2026)

Mayhem

Metal Black Metal

I padri del Black Metal tornano con il loro settimo disco, “Liturgy of Death”, una sorte di concept album sulla morte. Lo stile è quello a cui la band ha abituato i fan da tempo: tecnica, riff articolati e batteria pesante e martellante. Forse un pò troppo “hi-fi” rispetto allo standard del black metal. Alla voce, Attila regala una buona performance vocale, con scream profondi e potenti. Particolarmente interessante è la chiusura della traccia finale che, con l’incursione di tamburi, ti proietta immediatamente in una specie di rito tribale - in generale lungo tutto il disco ci sono suoni “sciamanici” che evocano una atmosfera rituale. Difficilmente rientrerà nei migliori dischi del 2026, ma rimane comunque un progetto apprezzabile, non solo per il fatto che arriva da una band gigante del genere.

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spirituale aggressivo misterioso

Miglior traccia: The Sentence of Absolution

77
Tier 4° · Rank 251°
Cover di Eon of Obscenity
115°

Eon of Obscenity (2026)

Stabbing

Metal Brutal Death Metal Death Metal

E’ Incredibile pensare che la voce di questa band super brutale del Texas sia una donna, Bridget Lynch, che regala qui una performance vocale pazzesca per il genere. “Eon of Obscenity” è un ottimo disco death metal, con tutti gli elementi richiesti dal genere: aggressivo, brutale, violento in ogni sua parte. Stupire nel death metal non è facile, ma qui la band texana riesce ad inserire alcuni micro elementi - assoli accennati, ritmi sincopati, growl “animaleschi” che richiamano i Deicide dei tempi d’oro - che ti “agganciano” e rendono l’ascolto “piacevole”. Le 11 tracce del progetto sono tutte abbastanza brevi, contribuendo a creare una esperienza di ascolto che si consuma velocemente, senza portare a percepire una eccessiva pesantezza che un genere come questo può generare. In conclusione un ottimo disco per gli amanti del metal estremo.

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aggressivo

Miglior traccia: Symphony of Absurdity

Hits: Symphony of Absurdity

90
Tier 2° · Rank 143°
Cover di Megadeth
116°

Megadeth (2026)

Megadeth

Metal Thrash Metal Hard Rock

Stiamo parlando di una band gigantesca, che ha scritto la storia del Trash Metal. Questo è il loro ultimo disco e non si può dire che non escono in grande stile. L’album nel complesso suona bene ma è forse è più un’operazione nostalgia che altro. Un disco per i fan storici che però nel contesto del metal attuale fondamentalmente non aggiunge nulla. Carino il remake di “Ride The Lightning” dei Metallica, che però sottolinea quanto Mustaine rivendica un pò di meriti sul successo della band, di cui ha fatto parto per un periodo.

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trionfante aggressivo

Miglior traccia: Made to Kill

62
Tier 6° · Rank 352°
Cover di Anche Gli Eroi Muoiono
117°

Anche Gli Eroi Muoiono (2026)

Kid Yugi

Hip-Hop/Rap Horrorcore

“Anche gli Eroi Muoiono” è il terzo disco in studio del rapper pugliese Kid Yugi. Il suo album precedente, i “Nomi del Diavolo”, è stato il disco che ha accesso definitivamente la curiosità su Kid Yugi, che si è imposto come uno dei pochi della nuova scena rap giovanile con grandi capacità di scrittura, in un panorama dominato dalla drill e dalla trap. Purtroppo in questo nuovo disco c’è poca evoluzione, sia sul piano della composizione musicale sia su quello lirico. Fa il suo, lo fa abbastanza bene, ma non spicca. Ripropone sostanzialmente quanto aveva già fatto con il disco precedente.
Il concept dovrebbe essere quello di raccontare disilusioni e fragilità che colpiscono anche gli “eroi” o comunque le persone di successo, quindi con evidenti autocitazioni. Il tema del successo è un tema enormemente abusato nel rap. Kid Yugi ha sicuramente dalla sua parte una grande capacità di scrittura, con numerose citazioni sia letterarie che alla cultura popolare, ma spesso sembrano più fine a se stesse che al servizio della narrazione vera e propria. Anche nelle produzioni non ci sono elementi di vera originalità e non emerge un sound “Kid Yugi”: le strumentali potrebbero essere tranquillamente utilizzate da qualsiasi altro rapper della scena attuale. Rimane quindi un disco sufficiente ma non aggiunge molto valore alla sua discografia.

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aggressivo giocoso

Miglior traccia: Gilgamesh

60
Tier 6° · Rank 359°
Cover di Cipriani
118°

Cipriani (2026)

Lacrim

Hip-Hop/Rap Trap

Cipriani è il disco “italiano” del rapper francese Lacrim, nato con la collaborazione di quasi tutti i pezzi forti del rap italiano mainstream del momento. Se questo disco fosse uscito nel 2019, nel pieno del periodo “trap”, avrebbe avuto un senso. Oggi, un disco come Cipriani ha invece molto meno senso.

Non ci sono produzioni trap che spiccano o che sappiano distinguersi da quello che già si sente nel genere. Gli ospiti fanno la loro strofetta, con i soliti testi autocelebrativi o gangsta. Lacrim è anche bravo, avendo un timbro aggressivo molto riconoscibile ma meglio ricordarlo per il suo disco omonimo del 2019 che per questo.

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trionfante aggressivo

Miglior traccia: Amori Stupidi

38
Tier 8° · Rank 416°
Cover di Affinita’ - Divergenze fra il compagno Togliatti e Noi del conseguimento della maggiore età
119°

Affinita’ - Divergenze fra il compagno Togliatti e Noi del conseguimento della maggiore età (1986) ✰

CCCP Fedeli alla Linea

Punk Post-Punk New Wave

1964/1985 Affinità-Divergenze fra il compagno Togliatti e noi — Del conseguimento della maggiore età è un titolo chilometrico che già da solo dice tutto. È preso da un documento del 1962 del Partito Comunista Cinese, una polemica diretta contro Togliatti e il PCI italiano — e i CCCP lo usano come intestazione del loro disco d'esordio con il sarcasmo tipico di chi gioca con l'ideologia senza prenderla sul serio, o forse prendendola troppo sul serio, non è mai del tutto chiaro.

Il disco è un oggetto culturale prima ancora che musicale. Il suono mescola punk, elettronica industriale e persino il ballo liscio emiliano — quella provincia piatta e comunista da cui i CCCP vengono e che raccontano con un misto di disgusto e affetto. I testi sono la parte più memorabile: Non studio, non lavoro, non guardo la tv, non faccio sport da Io sto bene è uno slogan generazionale, e Valium Tavor Serenase trasforma i nomi dei tranquillanti in un ritornello. È un disco che parla di alienazione, noia, crisi esistenziale — ma con una teatralità e un sarcasmo che lo rendono difficile da catalogare.

Musicalmente non è un'esperienza travolgente, e probabilmente non vuole esserlo. Vale la pena ascoltarlo per capire cos'era il punk italiano negli anni '80 — e soprattutto per capire che in Italia il punk non suonava come altrove.

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angosciante giocoso aggressivo

Miglior traccia: Io sto bene

79
Tier 4° · Rank 242°
Cover di Remain in Light
120°

Remain in Light (1980) ✰

Talking Heads

Rock Alternative Rock Afrobeat Post-Punk New Wave

E’ veramente difficile credere che questo disco sia uscito solo nel 1980. Remain in Light è un disco incredibile, la cui forza risiede nella capacità “futuristica” del gruppo di mischiare sapientemente generi diversi: musica afrobeat - ispirata ai lavori di Fela Kuti - funk, groove e musica elettronica, in un disco che trascende completamente il concetto di “rock” tradizionale.

E’ un album che ha bisogno di un alcuni ascolti per essere assimilato e capito musicalmente, ma quando inizi ad entrare nelle sue strutture, è difficile toglierlo dalle cuffie. La produzione è affidata a Bryan Eno, che ha collaborato per diversi anni con il gruppo, ma a questo disco hanno lavorato anche diversi musicisti, primo fra tutti il chitarrista Andrew Bewel dei King Crimson.

I testi sono stati scritti in flusso di coscienza, in un momento in cui Byrne viveva un vero blocco dello scrittore, superato solo dopo un viaggio in Africa.

Disco capolavoro da ascoltare per forza.

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euforico angosciante

Miglior traccia: The Great Curve

Hits: Born Under Punches, The Great Curve, Listening Wind

100
Tier 1° · Rank 25°
Cover di Crying Laughing Loving Lying
121°

Crying Laughing Loving Lying (1972) ✰

Labi Siffre

Rock Folk Rock Folk

Crying Laughing Loving Lying è il terzo disco del cantautore britannico Labi Siffre, scritto, eseguito e prodotto interamente da lui. È un lavoro intimo e delicato, dove spesso una semplice chitarra acustica si fa bastare per dare alle parole le giuste note — e funziona, perché Siffre ha una capacità melodica rara.

Nonostante superi l'ora di durata, scorre con una leggerezza disarmante, mescolando pop, rock e folk britannica in un equilibrio che non stanca mai. My Song è il gioiellino del disco — non a caso Kanye West l'ha campionata in I Wonder su Graduation — ma It Must Be Love non è da meno: delicata, dal mood rilassato e estivo, il tipo di canzone perfetta per un giro in bicicletta in una giornata di primavera.

Un disco caldo, immediato, che non chiede nulla e restituisce molto.

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rilassato

Miglior traccia: My Song

Hits: My Song, It Must Be Love, Cannock Chase

98
Tier 1° · Rank 55°
Cover di Il sangue è pronto
122°

Il sangue è pronto (2026)

Neoprimitivi

Rock Kraut Rock Alternative Rock Ambient

I Neoprimitivi tornano subito con un secondo disco, dopo il loro esordio Orgia Mistero, pubblicato lo scorso anno. Imperterriti, continuano ad andare contro le logiche del mercato attuali, non solo per la scelta del genere ma anche per la modalità di “confezionamento del disco”: un’unica traccia lunga ben 38 minuti.

Il disco riprende il precedente e sembra farne quasi da sequel. Il suono è “mistico” e la sensazione è quella di partecipare ad un rito, al compimento di qualche atto divino. Il kraut-rock da spazio anche a fasi quasi ambient e contemplativi, per poi sfociare in momenti persino post-punk. In alcuni punti, quelli più “raccontati”, potrebbero quasi ricordare i primi CCCP.

Nonostante le ottime intenzioni, musicalmente, non è un disco che lascia troppo il segno. Potrebbe sembrare più una esperienza “one-shot” che un disco da ascolti ripetuti, sebbene qualche ascolto in più serva comunque per comprenderne meglio la struttura.

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sognante spirituale misterioso

Miglior traccia: Il sangue è pronto

70
Tier 5° · Rank 312°
Cover di Deicide
123°

Deicide (1990) ✰

Deicide

Metal Death Metal

Deicide è il disco d'esordio dell'omonima band di Tampa, Florida, uscito nel 1990, e uno dei documenti fondamentali del death metal americano — insieme a quello che stava producendo in quegli stessi anni la scena di Tampa con Morbid Angel, Obituary e Cannibal Corpse.

Il suono è brutale, velocissimo, senza respiro. La sezione ritmica di Steve Asheim macina blast beat su blast beat, i fratelli Hoffman costruiscono riff sovrapposti e caotici, e Glen Benton — bassista e vocalist — ci mette sopra una performance vocale che ancora oggi è difficile da eguagliare: growl bassissimi e scream acutissimi in doppia traccia simultanea, come se stessero cantando due versioni dello stesso demone. I testi sono intrisi di satanismo e anticristianesimo viscerale — provocatori, teatrali, al limite del grottesco, anche se lo stesso Benton ha ammesso nel tempo che c'era molta più performance che ideologia dietro.

Dead by Dawn è l'esempio più immediato di cosa sa fare questo disco: il ritornello è una ripetizione ossessiva del titolo, martellato sopra un muro di chitarre, aggressivo fino all'ipnosi. È uno di quei riff che non escono dalla testa.

L'unico possibile limite è che trenta minuti di questa intensità, senza mai allentare, possono far sembrare alcune tracce ridondanti — non perché siano deboli, ma perché il disco non concede mai un attimo di tregua. È un rischio calcolato, e per chi regge il ritmo il risultato è clamoroso.

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aggressivo

Miglior traccia: Dead by Dawn

Hits: Dead By Dawn

98
Tier 1° · Rank 66°
Cover di The Rainbow Goblins
124°

The Rainbow Goblins (1981) ✰

Masayoshi Takanaka

Jazz Fusion Funk Pop

The Rainbow Goblins è il settimo album di Masayoshi Takanaka, pubblicato nel 1981, e ancora oggi il suo lavoro più ambizioso. Non solo musicalmente: ambizioso nel senso più letterale, perché nasce da un progetto che va oltre la musica.

Il disco è ispirato all'omonimo libro illustrato dell'artista italiano Ul de Rico, che racconta la storia di sette goblin capaci di sopravvivere solo rubando i colori degli arcobaleni, e del loro viaggio verso la leggendaria Valle degli Arcobaleni. Takanaka non si limita a trarre ispirazione dalla storia — la mette in scena. Tra una traccia e l'altra compaiono brevi narrazioni in inglese che introducono i diversi atti del racconto, trasformando l'ascolto in qualcosa di teatrale, quasi un'opera per sola musica strumentale. È questo elemento che rende The Rainbow Goblins un'esperienza diversa da qualsiasi altro disco fusion: non è un album da mettere in sottofondo, richiede attenzione, richiede di essere seguito.

Musicalmente, il disco fonde jazz, funk e rock progressivo con una complessità armonica e arrangiamenti orchestrali che richiamano certa sensibilità prog inglese — strutture elaborate, passaggi che cambiano registro e densità, un senso del dramma costruito nota per nota. L'impronta giapponese rimane però riconoscibile, soprattutto nella modalità narrativa e in una certa eleganza formale che non scade mai nel virtuosismo fine a sé stesso.

Chi conosce già Seychelles troverà un Takanaka molto diverso: là il mood era immediato, pop nell'approccio, pensato per ascolti disinvolti. Qui tutto è più impegnativo, più costruito, più denso. Sono due facce dello stesso artista — e conoscerle entrambe è il modo migliore per capire davvero quanto fosse capace di muoversi.

Un ascolto consigliato a chiunque voglia approfondire Takanaka, ma anche a chi cerca nella fusion qualcosa che vada oltre il groove e abbia il coraggio di raccontare una storia.

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sognante trionfante misterioso

Miglior traccia: You Can Never Come to this Place

Hits: You Can Never Come To This Place

93
Tier 2° · Rank 110°
Cover di I Want To See Everything
125°

I Want To See Everything (2026)

Don't Turn

Metal Black Metal Folk Metal Folk Black Metal

Disco di una band abbastanza sconosciuta, di origine probabilmente slave o russe. Il disco fonde black metal a musica folk, di evidentemente provenienza “est-europa”. Ha qualcosa di interessante nella produzione ma in più punti il disco sembra riciclare le melodie. Forse l’intenzione era quello di creare una esperienza quasi “ipnotica” ma alla lunga può annoiare o si può avere la sensazione di riascoltare sempre la stessa traccia.

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aggressivo misterioso ipnotico

Miglior traccia: Women in Formaldeyde

59
Tier 6° · Rank 371°
Cover di Elevation
126°

Elevation (2026)

Enshine

Metal Melodic Death Metal

“Elevation” non è un disco indimenticabile ma nemmeno un brutto ascolto. Le sonorità sono quelle del melodic death metal, con spazio però anche ad alcuni momenti più prettamente doom o post-metal. Purtroppo la produzione non convince totalmente. Il suono sembra un po troppo overprodotto per il genere. Nel complesso, un disco che si può ascoltare qualche volta ma difficilmente rimane in loop nelle playlist.

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misterioso sognante

Miglior traccia: The Purity of Emptiness

68
Tier 6° · Rank 323°
Cover di Doppelganger
127°

Doppelganger (2026)

Peaer

Rock Indie Rock Math Rock

I Peaer sono un band indie/math rock poco nota, originaria di Brooklyn. In questo disco non inventano nulla di nuovo. Non sperimentano forme stravaganti di rock o chissà quali fusioni tra generi. Tuttavia, sono comunque riusciti a creare un disco coeso, eseguito in modo divino, con alcuni momenti davvero interessanti e travolgenti - per citarne alcuni, Just Because o Rose in My Teeth, che partono lente e raggiungono il climax finale con dei riff di chitarra “corposi”.

Il disco affronta anche un tema non banale, quello dell’accettazione dei “30 anni”, del dover entrare in una fase della vita fatta di routine e di ripetizione.

Doppelganger è un disco di ottima fattura, che forse non stravolge nulla ma comunica in maniera diretta. Un ulteriore plus è il mix di gran qualità, che rende l’esperienza di ascolto decisamente piacevole.

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riflessivo malinconico

Miglior traccia: Just Because

Hits: Just Because, Rose in My Teeth

89
Tier 2° · Rank 160°
Cover di Sign O’ The Times
128°

Sign O’ The Times (1987) ✰

Prince

R&B Soul Funk Contemporary R&B

Sign o' the Times è il nono album di Prince, doppio, uscito nel 1987 — e già il fatto che fosse stato concepito originariamente come triplo dice qualcosa sulla fase creativa in cui si trovava. Sedici tracce in cui fonde funk, pop, rock, soul e sperimentazione elettronica, suonando praticamente tutto da solo: ogni strumento, ogni arrangiamento, ogni voce.

Il risultato è universalmente considerato il suo capolavoro. E le ragioni ci sono: la varietà è reale, l'ambizione è evidente, e la title track in particolare è un esempio di produzione minimale quasi perfetta — quel groove spoglio e ipnotico che descrive l'America degli anni '80 con poche note e molta precisione.

Il problema è che sedici tracce di genio sono anche sedici tracce, e la quantità finisce per lavorare contro il coinvolgimento. Passata la title track, il disco scorre senza che nulla si agganci davvero — non per mancanza di qualità, ma per eccesso di materiale. È uno di quei casi in cui la grandezza è fuori discussione ma l'ascolto rimane neutro, distante. Si riconosce il capolavoro, ma non lo si sente.

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riflessivo sensuale euforico

Miglior traccia: It

77
Tier 4° · Rank 252°
Cover di The Inner Mounting Flame
129°

The Inner Mounting Flame (1971) ✰

The Mahavisnu Orchestra

Jazz Fusion Progressive Rock

The Inner Mounting Flame della Mahavishnu Orchestra è uno degli album fondamentali del fusion e del jazz in generale. Quello che colpisce subito è la chitarra di John McLaughlin: veloce, tecnicamente pulita, ma soprattutto capace di mescolarsi al tessuto jazz senza mai sovrastarlo — non si prende la scena, ci vive dentro. È una fusione rock/jazz più solida e organica rispetto ad altri dischi che giocano su territori simili, come quelli di Masayoshi Takanaka, dove la chitarra tende a farsi protagonista assoluta.

Billy Cobham alla batteria non domina ma è presenza costante e fondamentale, uno degli elementi che tiene tutto in tensione.

È un disco che mette energia senza mai diventare frenetico — il tipo di roba che riesci a goderti seduto sul divano con un whiskey in mano. Compatto, ben costruito, difficile da smettere di ascoltare.

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misterioso spirituale aggressivo

Miglior traccia: The Noonward Race

Hits: 0.5

100
Tier 1° · Rank 52°
Cover di Legacies of Human Frailty
130°

Legacies of Human Frailty (2026)

Woe

Metal Black Metal Melodic Black Metal

Uno dei tanti album black-metal nella media. A parte un paio di tracce che melodicamente possono attirare, il resto sembra già risentito, senza nessun elemento distintivo.

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aggressivo

Miglior traccia: The Justice of Gnashing Teeth

59
Tier 6° · Rank 374°
Cover di TUTTO E’ POSSIBILE
131°

TUTTO E’ POSSIBILE (2026)

Geolier

Hip-Hop/Rap

Come affermato anche in alcune interviste, con questo disco Geolier aveva l’intenzione di portare un progetto più strutturato, che non suonasse come una playlist di pezzi. Tuttavia, il risultato finale non sembra così diverso. Come sonorità, non si è spostato troppo da quelle dei progetti precedenti - basi club, trap, qualche brano più pop o più old-school. Come liriche e flow rimaniamo nella confort zone, a parte qualche sperimentazione - vedi “Facil Facil” dove rappa “sussurrando” praticamente dall’inizio alla fine. Molto bello l’omaggio reso a Pino Daniele, che apre letteralmente il disco. Il disco riconferma Geolier come uno dei rapper più forti della scena in termini di tecnica e di stile ma non aggiunge altro.

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Miglior traccia: FACIL FACIL

56
Tier 7° · Rank 385°
Cover di Don’t Be Dumb
132°

Don’t Be Dumb (2026)

A$AP Rocky

Hip-Hop/Rap Trap

Un disco atteso da tantissimo tempo, data l’assenza prolungata di A$AP nella scena. Il risultato non soddisfa le aspettative. Suona come un album “rap/trap” nella media, senza particolari picchi.

Sicuramente ci sono diverse tracce piacevoli, che finiscono senza sforzo in playlist ma destinate a rimanerci molto poco. Tanta “trap” - forse troppa - tante rime sull’attitudine, qualche traccia per Rihanna e una specie di diss velato a Drake. Carina però la copertina disegnata da Tim Burton.

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giocoso trionfante

Miglior traccia: Playa

64
Tier 6° · Rank 343°
Cover di Violent Playground
133°

Violent Playground (2026)

Violent Playground

Metal Metalcore Deathcore

“Violent Playground” è un disco senza una identità precisa: metalcore, deathcore, qualche pezzo rap, mischiati senza una direzione ben precisa. Un progetto confuso, overprodotto e assolutamente dimenticabile.

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angosciante

Miglior traccia: Violent Playground

33
Tier 8° · Rank 421°
Cover di Heavy Weather
134°

Heavy Weather (1977) ✰

Weather Report

Jazz Fusion

Heavy Weather è il disco più celebre dei Weather Report e uno dei punti di riferimento assoluti della fusion jazz — il lavoro che nel 1977 consacrò definitivamente Joe Zawinul, Wayne Shorter e un giovane Jaco Pastorius. Basta Birdland, la traccia di apertura, per capire perché: un hit strumentale di sei minuti, cosa quasi impossibile per il mercato dell'epoca, costruito su un basso cantabile e ottoni sintetizzati che rimangono in testa.

Il disco unisce jazz, funk ed elettronica in composizioni stratificate e ricchissime di dettagli, tenute insieme da arrangiamenti estremamente controllati. Pastorius è chiaramente il protagonista — Teen Town, dove suona anche la batteria, è la sua carta d'identità — ma non è un disco che si mette in mostra: è levigato, preciso, pensato per scorrere. E scorre benissimo.

Il problema, almeno per chi si avvicina a questo genere cercando contrasti e momenti di rottura, è proprio questo: Heavy Weather è quasi troppo rifinito per sorprendere. Non ha quella tensione tra mondi sonori diversi che rende certi dischi fusion — penso al jazz di Takanaka, dove il city pop e la chitarra melodica creano frizioni interessanti — capaci di tenerti sveglio. È significativo che lo stesso Zawinul abbia dichiarato di preferire altri suoi lavori, come Black Market: come se il successo commerciale fosse arrivato proprio nel momento in cui la band aveva smussato i propri angoli più scomodi.

Un grande disco, senza dubbio. Ma forse più adatto a chi cerca perfezione che a chi cerca sorprese.

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euforico riflessivo sognante

Miglior traccia: Palladium

Hits: Birdland

86
Tier 3° · Rank 195°
Cover di Master of Puppets
135°

Master of Puppets (1986) ✰

Metallica

Metal Thrash Metal

Ci sono dischi che senti subito essere fuori categoria. Master of Puppets è uno di quelli: terzo album dei Metallica, 1986, e già dai primi minuti è chiaro che siamo davanti a qualcosa di diverso dal thrash metal che girava in quel momento — più costruito, più ambizioso, più pesante in senso pieno.

La title track è storia: quel ritmo che avanza compatto, si spezza, si ferma, e poi riparte come se niente fosse — è uno dei momenti più riconoscibili del metal anni '80, e funziona ancora oggi esattamente come allora. Ma il disco non si regge solo sul suo brano più famoso. Disposable Heroes è forse il pezzo meno citato del lotto, eppure è uno dei più devastanti: l'attacco di batteria iniziale è immediato e brutale, e il brano cresce con una furia che non si allenta mai. Il ritornello — you will die when I say, you must die, back to the front — è aggressivo come pochi, quasi un ordine militare scandito sopra un muro di chitarre.

A rendere tutto questo possibile c'è anche Cliff Burton, bassista della band e anima musicale di questo disco — l'ultimo che avrebbe registrato con i Metallica. Muore nel settembre del 1986, a 24 anni, in un incidente col bus durante il tour in Svezia. Sapere questo non cambia le note, ma cambia il peso di quello che si ascolta.

Un capolavoro assoluto, difficilmente stancante nonostante la complessità e la durata dei brani. Uno di quei dischi che non finisce mai di darti qualcosa.

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aggressivo riflessivo

Miglior traccia: Master of Puppets

Hits: Master of Puppets, Disposable Heroes

100
Tier 1° · Rank 39°
Cover di Illmatic
136°

Illmatic (1994) ✰

Nas

Hip-Hop/Rap Gangsta Rap Jazz Rap

Illmatic esce nel 1994, stesso anno in cui il rap della East Coast sta cercando una risposta al dominio del gangsta rap californiano. Nas, vent'anni, Queensbridge, ci riesce nel modo più diretto possibile: un disco di 39 minuti, nove brani, zero sprechi.

Il team di produzione è un all-star dell'hip hop newyorkese — DJ Premier, Pete Rock, Large Professor, Q-Tip — ma la scelta stilistica che li accomuna è precisa e controcorrente: beat minimali, campionamenti jazz anni '70, spazio lasciato alla voce. Non si tratta solo di sottrazione estetica: è una scelta che mette Nas al centro di tutto, costringe l'ascoltatore a stargli dietro parola per parola. E Nas regge il peso benissimo.

N.Y. State of Mind è il momento che riassume tutto: il giro di basso di DJ Premier è ipnotico, il flow di Nas ci si incastra sopra con una precisione chirurgica che sembra quasi fisica. Represent va dall'altra parte — ritornello che muove il collo e il braccio, immediato, difficile da ignorare. Due facce dello stesso disco.

Il punto è che Illmatic non ti arriva subito. Non ci sono melodie forti, ganci radiofonici, niente che ti afferri al primo ascolto. Il flow di Nas può sembrare quasi monocorde, e i primi ascolti rischiano di scivolare via. Ma quando ti sintonizzi, diventa ipnotico: un liricismo denso, immagini crude di vita nei progetti di Queensbridge, una tecnica che non perde un colpo per 39 minuti.

Un disco che cresce con chi lo ascolta — non per tutti, ma per chi gli dà il tempo che merita, uno dei vertici assoluti dell'hip hop.

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angosciante riflessivo

Miglior traccia: N.Y. State of Mind

Hits: N.Y. State of Mind, Represent, The World Is Yours, Memory Lane

100
Tier 1° · Rank 5°
Cover di FASTLIFE 5: Audio Luxury
137°

FASTLIFE 5: Audio Luxury (2026)

Guè

Hip-Hop/Rap

Possiamo dire tranquillamente che il quinto capitolo della saga dei Fast Life è uno dei migliori dischi di Gue. Il tocco di classe arriva dalla collaborazione con uno dei migliori producer della scena hip-hop mondiale, Cookin Soul. Il risultato è un progetto dalle strumentali ricche e dettagliate, “lussuose” come vuole il titolo.

E’ un mixtape che suona veramente hip-hop e Gue rappa a regola d’arte dall’inizio alla fine, regalandoci sempre le sue perle e le sue punchline di una “ignoranza raffinata” che solo lui e pochi colleghi riescono a raggiungere. Non troviamo testi impegnati ma non è chiaramente lo scopo del disco. L’obiettivo è trasmettere il lusso, la “vita veloce” che da il titolo alla saga.

Un elemento distintivo del disco sono le innumerevoli citazioni al Giappone, che non si fermano alla superficie - nessuna barra scontata sul sushi di medusa o sulla tataki di tonno - ma confermano che quella per il paese del Sol Levante è una vera passione e ammirazione. Inoltre, è un disco che ospita dei featuring di eccezione. Oltre alla figlia Celine, che con Loquito ci regala una vera hit, non si può non citare Freddie Gibbs, con cui è riuscito a realizzare un brano dal sapore veramente americano.

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trionfante giocoso rilassato

Miglior traccia: Intro

Hits: Intro, Think About It

89
Tier 2° · Rank 158°
Cover di Ferrum Sidereum
138°

Ferrum Sidereum (2026)

Zu

Rock Progressive Rock Progressive Metal Electronic

Disco puramente strumentale, con lunghe suite che mescolano rock, progressive metal, musica elettronica. Un bel mischione che a volte cattura l’attenzione - sopratutto nelle parti più “metalliche”, che richiamano il tema generale dell’album - a volte però annoia. L’album comunque è eccessivamente lungo, oltre l’ora senza particolari cambi, interludi o qualcosa che tenga alta l’attenzione durante l’ascolto. Forse tanto concetto ma scarsa realizzazione?

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Miglior traccia: Fuoco Saturnio

69
Tier 6° · Rank 318°
Cover di Trauma
139°

Trauma (2026)

Tony Boy

Hip-Hop/Rap Trap

Tony Boy rimane super prolifico e anche ad inizio 2026 pubblica un nuovo album. Meglio rispetto ad “Uforia”, sia per le produzioni di Waraiki - magari sperimentano meno rispetto a quelle di Sadturs&KIID ma risultano più “dritte” e comprensibili - sia per le performance vocali. In questo disco, ci sono meno effetti sulla voce, meno sbiascichi o lagne. E’ un disco dalle sonorità più cupe ed emotive. Non emerge particolarmente tra le uscite dell’anno ma si merita una sufficienza.

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riflessivo malinconico

Miglior traccia: Ansia 162

60
Tier 6° · Rank 363°
Cover di The Velvet Underground & Nico
140°

The Velvet Underground & Nico (1967)

The Velvet Underground & Nico

Rock Art Rock Psychedelic Rock

The Velvet Underground & Nico pubblicato nel 1967, è l’album di debutto dei Velvet Underground, realizzato con la collaborazione di Nico e prodotto sotto l’egida artistica di Andy Warhol, che ne curò anche l’iconica copertina.

Registrato tra il 1966 e il 1967, il disco fu rivoluzionario per l’epoca: un rock scarno, rumoroso e minimale, attraversato da temi allora tabù come alienazione, droga, sessualità e nichilismo urbano, lontanissimo dal clima psichedelico dominante. Le sonorità mescolano proto-punk, sperimentazione e folk oscuro, con brani diventati fondamentali per l’evoluzione del rock alternativo.

Nonostante il valore storico e l’impatto enorme che ha avuto sulle generazioni successive, riascoltarlo oggi può non entusiasmare come all’epoca, fatta eccezione per alcune tracce — immortali come Sunday Morning — che restano molto forti. E’ il disco per chi è chi più attratto da un rock essenziale e spigoloso Rimane comunque un disco chiave, da comprendere più che da amare a tutti i costi.

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angosciante malinconico

Miglior traccia: Heroine

Hits: Heroine, Sunday Morning

87
Tier 3° · Rank 189°
Cover di A Love Supreme
141°

A Love Supreme (1965) ✰

John Coltrane

Jazz Spiritual Jazz

A Love Supreme di John Coltrane è uscito nel 1965 per Impulse! Records ed è stato registrato in un'unica sessione il 9 dicembre 1964 al Van Gelder Studio, con il celebre quartetto completato da McCoy Tyner, Jimmy Garrison ed Elvin Jones.

È una suite in quattro movimenti che rappresenta uno dei vertici del jazz spirituale: un disco intenso, modale, a tratti ascetico, concepito da Coltrane come un atto di gratitudine e come una vera e propria preghiera in musica. Le sonorità alternano slancio improvvisativo, tensione ritmica e momenti di profonda meditazione, tracciando un percorso coerente e carico di significato.

Un disco che va ascoltato almeno una volta nella vita, al di là dei propri gusti personali.

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spirituale riflessivo trionfante

Miglior traccia: Resolution

100
Tier 1° · Rank 50°
Cover di Quaglia sovversiva
142°

Quaglia sovversiva (2025)

Marco Castello

Pop Indie Pop Folk

Quaglia Sovversiva è il terzo disco ufficiale del cantautore Marco Castello. Gli va riconosciuta una scrittura davvero interessante e personale, con una notevole capacità di costruire storie tutt'altro che banali e un uso sapiente del dialetto siciliano — la rappresentazione quasi vignettistica dell'incontro dal benzinaio in Pompe acquista un sapore tutto diverso proprio grazie al dialetto — mai ostentato o forzato.

Anche gli arrangiamenti strumentali sono molto curati, con un approccio che strizza l'occhio al jazz e al folk.

Peccato che non tutte le tracce riescano a mantenere viva l'attenzione, altrimenti sarebbe potuto essere un disco ancora più compiuto.

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Miglior traccia: Pompe

Hits: Pompe

81
Tier 4° · Rank 229°
Cover di The Dreaming Prince in Ecstasy
143°

The Dreaming Prince in Ecstasy (2025)

Lamp of Murmuur

Metal Black Metal Thrash Metal

The Dreaming Prince In Ecstasy è il quarto disco della band black metal statunitense Lamp of Murmuur. Non è sicuramente tra le migliori uscite black del 2025, ma resta comunque un lavoro discreto.

La band adotta una formula piuttosto standard per il genere, che richiama fortemente lo stile degli Emperor e, in parte, anche quello degli Immortal. C’è qualche traccia meglio riuscita, come Hategate, una lunga suite potente e melodica, arricchita da alcune variazioni interessanti. Tuttavia, il disco soffre di una presenza eccessiva di brani poco incisivi, che finiscono per farlo suonare come un lavoro black metal nella media.

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aggressivo misterioso

Miglior traccia: Hategate

68
Tier 6° · Rank 324°
Cover di Confusion Gate
144°

Confusion Gate (2025)

Yellow Eyes

Metal Black Metal Folk Black Metal

Confusion Gate è il settimo album in studio dei Yellow Eyes, band black metal newyorkese fondata dai fratelli Will e Sam Skarstad.

È un disco che si apprezza e si consolida con gli ascolti: non è immediato, perché mescola black metal tradizionale — lo-fi, martellante e ipnotico — con sonorità folk che ne allargano considerevolmente l'orizzonte. Non solo batteria e riff, dunque, ma anche intermezzi e introduzioni con strumenti a fiato che ricreano atmosfere quasi medievali, dal sapore fiabesco. Il sassofono, suonato da Patrick Shiroishi, è presente in tre tracce Yellow Eyes e contribuisce in modo determinante a questo carattere evocativo.

Alcune intro non sfigurerebbero in una colonna sonora fantasy: quella di The Thought of Death, in particolare, è di una bellezza disarmante. Nel complesso è un disco veramente ben fatto, con melodie capaci di restare in testa a lungo.

The Thought of Death merita appunto una menzione a parte: una lunga suite con diversi cambi di ritmo e di melodia, probabilmente il punto più alto dell'intero album.

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sognante euforico

Miglior traccia: The Thought of Death

Hits: The Though of Death, A Forgotten Corridor

93
Tier 2° · Rank 113°
Cover di Sons of Spergy
145°

Sons of Spergy (2025)

Daniel Caesar

R&B Gospel Chamber Pop

Sons of Spergy di Daniel Caesar non è il classico disco che ascolti una volta e ti colpisce subito. È un album che scorre lento, senza produzioni particolarmente pompose o strutturate, e proprio per questo ha bisogno di più ascolti per essere assimilato davvero.

Non è semplice R&B: al suo interno si trovano diverse contaminazioni, dal gospel al folk, fino a sfumature di chamber pop.

Tra i temi centrali ci sono il rapporto con il padre e la fede, trattati con un approccio molto intimo.

Nel complesso, è un buon disco se si cerca qualcosa di rilassato, senza pretese e lontano da sonorità troppo pompose.

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riflessivo rilassato

Miglior traccia: Root of all Evil

77
Tier 4° · Rank 253°
Cover di Creuza de ma
146°

Creuza de ma (1984) ✰

Fabrizio De André

Folk World Music Cantautorato

Crêuza de mä è un disco che inizia già con una scommessa: De André decide di cantare tutto in genovese stretto, una lingua che non capisce quasi nessuno fuori dal capoluogo ligure. Ci riesce, insieme a Mauro Pagani — ex PFM, musicista e ricercatore instancabile di sonorità mediterranee — costruendo un concept album sul Mediterraneo come crocevia di storie e popoli: marinai, prostitute, esattori delle tasse, capitani di ventura — la gente del porto, quella che non finisce mai nei libri di storia. Il dialetto non è un limite: si fa suono, si fa musica, si dissolve negli arrangiamenti etnici di Pagani fino a diventare quasi una lingua ancestrale.

Ogni canzone ha una sua identità precisa. La title track apre con un'atmosfera dimessa e marina, quasi una nenia da osteria di porto. Jamin-a vira verso sonorità arabe più dense, con l'oud in primo piano. Poi arriva Sidún — e cambia tutto: comincia con applausi in sottofondo, come se si alzasse il sipario su un documentario di guerra. È il brano più cinematografico del disco, ambientato durante il conflitto in Libano del 1982, e ha una pesantezza emotiva che rimane addosso.

Non è un disco facile, ma è più accessibile di altri lavori concettuali di De André — più di La Buona Novella, per intenderci. Musicalmente è piacevole anche al primo ascolto, ma è col tempo che rivela la sua profondità. Un capolavoro che suona ancora fresco oggi come allora.

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malinconico misterioso riflessivo

Miglior traccia: Creuza de ma

Hits: Creuza de ma

95
Tier 1° · Rank 88°
Cover di Arbeit Macht Frei
147°

Arbeit Macht Frei (1971) ✰

Area

Rock Progressive Rock Art Rock Jazz

Arbeit Macht Frei — il motto affisso all'ingresso dei campi di concentramento nazisti, "il lavoro rende liberi" — è il primo disco in studio degli Area, uno dei gruppi fondamentali del rock progressivo italiano.

È un disco che disorienta fin dai primi secondi: Luglio, Agosto, Settembre (Nero) apre con un'intro in arabo e una melodia che attacca in modo così obliquo da non capire subito di fronte a cosa ci si trovi. È tutto così — strutture non convenzionali, rock progressivo che si mescola al free jazz e all'elettronica in modi che all'epoca non si erano ancora sentiti, e probabilmente nemmeno dopo.

A tenere insieme il caos c'è la voce di Demetrio Stratos: epica, potente, con un tono che a tratti ricorda quasi un musical — qualcosa di grandioso e teatrale che stride con le sonorità sperimentali del resto, e funziona benissimo proprio per questo. Breve ma trascinante. Un capolavoro del progressive italiano.

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misterioso angosciante aggressivo

Miglior traccia: Luglio, agosto, settembre

96
Tier 1° · Rank 84°
Cover di Scapulimacy
148°

Scapulimacy (2025)

Hedonist

Metal Death Metal Brutal Death Metal

Scapulimancy è l'album di debutto degli HEDONIST, band death metal canadese.

Non inventano nulla di nuovo — la formula è già collaudata — ma la applicano a regola d'arte. Il risultato è un progetto che suona benissimo: violento, aggressivo, martellante, con qualche momento qua e là che devia dallo standard del genere.

L'album è inoltre abbastanza breve, il che lo rende scorrevole e mai noioso. Sicuramente una band da tenere d'occhio.

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aggressivo

Miglior traccia: EXECUTION WHEEL

87
Tier 3° · Rank 191°
Cover di Labyrinthine
149°

Labyrinthine (2025)

Faetooth

Metal Doom Metal Shoegaze Doomgaze

Faetooth è un trio tutto al femminile di Los Angeles e con “Labyrinthine” firmano uno dei progetti metal più interessanti dell’anno. E’ un disco che richiede più ascolti per essere assimilato, ma quando lo si comprende arriva tutta la sua forza e bellezza. Non è un semplice disco doom metal. Nelle sue atmosfere distese, malinconiche ed eteree, si possono trovare forti influenze, dal post-metal allo shoegaze. Un tratto distintivo del suono di “Labyrinthine” è la crescente energia: molte tracce partono lente, con la batteria che scandisce tempi prolungati, quasi sospesi, ma con chitarra e basso già ruggenti ; poi quasi tutti i brani - e nel complesso anche l’album di per sé - “crescono” come in un climax estremo. Chitarra e basso diventano più brutali e distorti, la batteria parte alla carica. Il ritmo si fa più incalzante e arriva tutta la potenza del loro suono. Il disco ha anche un concept interessante, quello di perdersi in un labirinto mentale e di esplorare i propri ricordi per comprendersi. Tra tutte le tracce, spicca “Hole”, un brano capolavoro dalla crescente carica emotiva, che sul finale esplode in uno dei moment metal più riusciti degli ultimi anni.

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malinconico sognante aggressivo

Miglior traccia: Hole

Hits: Hole

97
Tier 1° · Rank 71°
Cover di Something Beatiful
150°

Something Beatiful (2025)

Miley Cyrus

Pop Progressive Pop Art Rock

Arrivata al nona disco ufficiale, con Something Beautiful Miley Cyrus ha fatto veramente un salto netto in avanti. Invece di imboccare la strada del classico disco pop radiofonico, ha stupito tutti con un progetto musicalmente molto più ricercato: rimane la sua impronta da popstar nelle parti vocali, ma la produzione è tutto fuorché pop.

In questo disco c'è davvera tanta sperimentazione, dal synth-pop, al rock psichedelico, unito ad un uso sapiente dell'elettronica. Sul piano lirico, l’artista affronta temi come la fama e la guarigione dai traumi, con molti riferimenti personali e legati ad una sua rinascita personale.

Tra i momenti più riusciti, Walk of Fame, con riflessioni sincere sul peso della celebrità — "it's a walk of fame, and through the tears, I can see it so clear" — su una produzione dinamica e sognante, e il ritornello struggente di Golden Burning Sun.

Something Beautiful è davvero un ottimo disco, e fa capire quanta strada abbia fatto Miley Cyrus dai tempi di Hannah Montana.

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sognante

Miglior traccia: Walk of Fame (feat. Brittany Howard)

Hits: Golden Burning Sun, Walk of Fame

92
Tier 2° · Rank 120°