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Punteggio minimo: 28
28100
Azzera

74 album trovati

Cover di Sworn to the Dark
51°

Sworn to the Dark (2007) ✰

Watain

Metal Black Metal

Un progetto che non fa rimpiangere gli anni d'oro del black metal svedese, di tradizione Dissection. Sworn to the Dark è uno dei vertici del black metal moderno, un disco che ha tutto quello che ci si aspetta dal genere ma lo esegue con una qualità difficile da trovare: chitarre distorte, muri di suono potenti, blast beat, e melodie che non stonano ma anzi rafforzano l'atmosfera oscura complessiva.

L'apertura con Legions of the Black Light è già una dichiarazione d'intenti: venti secondi di assolo distorto, poi un blast beat forsennato che non lascia dubbi su cosa stai ascoltando. Da lì il disco non allenta mai la presa, alternando l'aggressività quasi death di Storm of the Antichrist — con quella variazione continua tra esplosioni e passaggi più controllati — ai crescendo più atmosferici di The Light that Burns the Sun, fino all'esplosione finale della title track. In alcuni momenti sembra di stare al confine tra black e death metal, e non è una sensazione spiacevole.

La chiusura spetta a Stellarvore: un inizio quasi rituale, un'atmosfera densa e oscura che sembra anticipare qualcosa di maligno — e quando il pezzo entra davvero capisci che quella sensazione era fondata. È una conclusione degna dell'intero disco.

La cosa che colpisce, e che non è affatto scontata in questo tipo di musica, è che molte tracce si fanno ricordare anche per ritornelli che rimangono in testa. In un disco di metal estremo è quasi un paradosso, e invece funziona. Per chi ama il black metal o vuole capire dove è arrivato negli anni duemila, Sworn to the Dark è un ascolto imprescindibile.

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aggressivo angosciante spirituale

Miglior traccia: Storm of the Antichrist

Hits: Storm of the Antichrist, Stellarvore

100
Tier 1° · Rank 45°
Cover di Two Hunters
52°

Two Hunters (2007) ✰

Wolves in the Throne Room

Metal Black Metal Dark Ambient

Two Hunters è uno di quei dischi che ti portano letteralmente da qualche altra parte. Quattro tracce lunghe, niente fronzoli, niente pause: o ci sei dentro o non ci sei.

Wolves in the Throne Room vengono dal Pacific Northwest americano, e quella natura selvaggia e opprimente la senti in ogni secondo del disco. Non è solo un'immagine evocativa: ci sono momenti in cui le chitarre e la batteria spariscono del tutto, e rimangono synth che costruiscono atmosfere eteree, sospese, insieme a suoni ambientali veri e propri. Non è decorazione — è parte integrante della struttura del disco. E quando il black metal torna, torna con tutto il suo peso.

Cleansing è forse il momento più emblematico di questo equilibrio. Prima arriva la voce di Jessika Kenney — angelica, quasi liturgica, con un sapore che non appartiene al metal ma a qualcosa di più antico — e nelle sue note c'è già qualcosa che prepara alla tempesta, quasi un presagio. Poi la tempesta arriva davvero. È uno dei passaggi più efficaci dell'intero disco.

Si può ascoltare in molti modi, ma il modo giusto è dall'inizio alla fine, in un'unica sessione. È un album pensato come un percorso, e saltare da una traccia all'altra vuol dire perdersi il senso del viaggio. Per chi conosce poco il black metal atmosferico, è probabilmente uno dei migliori punti d'ingresso possibili. Per chi il genere lo frequenta già, è semplicemente uno dei dischi che hanno definito come suona questa musica nel nuovo millennio.

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sognante malinconico

Miglior traccia: Cleansing

Hits: Cleansing

98
Tier 1° · Rank 68°
Cover di I Feel The Everblack Festering Within Me
53°

I Feel The Everblack Festering Within Me (2025)

Lorna Shore

Metal Death Metal Deathcore Symphonic Deathcore

Dopo il successo di Pain Remains, i Lorna Shore si riconfermano con questo nuovo disco come una delle band deathcore più rilevanti del momento. Quello che torna a colpire è la performance vocale di Will Ramos: scream e growl che lo fanno suonare come un alieno sceso sulla terra giusto per deliziarci con una vocalità fuori dal comune.

La formula del disco a livello sonoro è abbastanza in linea con quella del predecessore — deathcore a regola d'arte — ma nella parte finale le sonorità virano a tratti verso un death metal più classico, il che aggiunge qualche sfumatura interessante.

I Feel the Everblack Festering Within Me è quindi un disco tutto sommato riuscito, ma non abbastanza da lasciare un segno indelebile: la scarsa originalità pesa.

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aggressivo

Miglior traccia: Death Can Take Me

Hits: Death Can Take Me

71
Tier 5° · Rank 300°
Cover di The Tenth Sub Level of Suicide
54°

The Tenth Sub Level of Suicide (2003) ✰

Leviathan

Metal Black Metal Dark Ambient

Se sei arrivato qui cercando qualcosa di veramente estremo, qualcosa di lontano anni luce da qualsiasi cosa tu abbia sentito prima — beh, l'hai trovato. The Tenth Sublevel of Suicide è il disco d'esordio di Leviathan, one-man band di Jef Whitehead, conosciuto come Wrest, registrato interamente su un quattro tracce Tascam nella sua abitazione. Un quattro tracce è un registratore analogico portatile che permette di sovrapporre fino a quattro piste audio — voce, chitarra, basso, batteria — il minimo indispensabile per fare un disco da soli, senza studio, senza tecnico del suono. Non è una scelta estetica romantica: è la condizione materiale del disco, e si sente in ogni secondo. Il suono è lo-fi per necessità prima che per poetica, e quella ruvidezza diventa parte del linguaggio.

Il concept è dichiarato senza ambiguità dallo stesso Wrest: le diverse fasi di contemplazione verso l'autodistruzione. Non un disco sul dolore in senso generico, ma qualcosa di più preciso e più freddo. Il tappeto sonoro è distorto, alienante, costruito su ripetizioni ipnotiche che non cercano mai la risoluzione — più vicino a certe derive ambient di Burzum che al black metal nella sua forma tradizionale. Gli scream di Wrest si stagliano su questo fondo come qualcosa di quasi disumanizzato, spogliato di qualsiasi calore.

Non è un disco che coinvolge — o almeno, non nel senso convenzionale. È un ascolto che si rispetta più che si ama, che si avvicina con una certa distanza razionale: "vediamo fino a dove arriva". E arriva lontano. Per chi non conosce il genere, è forse il modo più onesto di approcciarlo: non aspettarsi emozione immediata, ma la disponibilità a stare dentro qualcosa di davvero diverso.

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angosciante

Miglior traccia: Submersed

90
Tier 2° · Rank 153°
Cover di Filosofem
55°

Filosofem (1996) ✰

Burzum

Metal Black Metal Norwegian Black Metal Dark Ambient

Filosofem è il quarto album di Burzum, progetto solista di Varg Vikernes — lo stesso che nel 1993 aveva ucciso Euronymous dei Mayhem. È un dato che va detto, perché ascoltare questo disco senza saperlo significa perdere una parte del peso specifico che si porta addosso.

Il disco esce nel 1996 ma era stato registrato nel marzo del 1993, pochi mesi prima dell'omicidio. E la storia della registrazione racconta già tutto sull'approccio: niente amplificatore, chitarra collegata allo stereo del fratello con un pedale fuzz, e il microfono peggiore reperibile. Una scelta deliberata, non una limitazione. Il risultato è una produzione lo-fi spinta all'estremo — più vicina all'ambient e al rumore che al metal tradizionale — eppure perfettamente coerente con quello che il disco vuole essere.

Perché Filosofem non è un disco black metal nel senso stretto: è qualcosa che si discosta dall'estetica della scena norvegese per abbracciare territori più rarefatti e ossessivi. I brani metal ci sono — Dunkelheit e Jesus Tod sono chitarre ronzanti e blast beat ipnotici — ma il centro di gravità del disco è altrove. La penultima traccia, Rundgang um die transzendentale Säule der Singularität, è venticinque minuti di synth ambient che ripetono la stessa figura in maniera quasi rituale. Assurda, ipnotica, impossibile da ignorare: ti lascia dentro qualcosa che non sai bene come definire.

È probabilmente il punto più alto raggiunto da Burzum. Un disco scomodo da ogni punto di vista — e forse è proprio per questo che funziona.

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angosciante ipnotico misterioso

Miglior traccia: Gebrechlichkeit I

100
Tier 1° · Rank 51°
Cover di Pain Remains
56°

Pain Remains (2022)

Lorna Shore

Metal Deathcore Blackened Death Metal Symphonic Black Metal

Pain Remains è un disco che spiazza fin dai primi secondi: brutale, epico, a tratti quasi soverchiante. I Lorna Shore costruiscono qui una forma di deathcore che guarda chiaramente al symphonic black metal dei grandi — Cradle of Filth, Dimmu Borgir — e ne assorbe la grandiosità orchestrale senza però perdere l'aggressività del genere di partenza. Il risultato è qualcosa di difficile da etichettare, e questo è già di per sé un merito.

Gli intro dei brani sono uno degli elementi più riusciti: le orchestrazioni aprono spazi enormi prima che tutto esploda, e funzionano come vere e proprie soglie tra due mondi. E poi c'è Will Ramos, il cui growl è talmente cupo e viscerale da sembrare a tratti non umano — uno strumento a sé, capace di aggiungere una dimensione quasi soprannaturale a tutto il disco.

Il vero picco, però, è la trilogia finale: Pain Remains I, II e III formano una suite di una ventina di minuti che sembra quasi un disco dentro il disco. Qui la band rallenta, respira di più, lascia che gli intrecci melodici e la componente epica prendano il sopravvento sull'aggressività pura. È il momento in cui tutto il potenziale del disco si cristallizza, e l'effetto è notevole.

Se c'è un limite, è che il disco è lungo — oltre un'ora — e nel corpo centrale qualche struttura tende a ripetersi, come se la band avesse trovato una formula vincente e la riapplicasse senza troppa variazione. Non è un difetto fatale, ma si sente. La trilogia finale riscatta tutto, e resta il motivo principale per cui vale la pena arrivare in fondo.

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angosciante trionfante

Miglior traccia: Apotheosis

Hits: Apotheosis, Pain Remains I, Pain Remains III

85
Tier 3° · Rank 202°
Cover di The Spin
57°

The Spin (2025)

Messa

Metal Doom Metal Darkwave Gothic Rock

The Spin è il quarto album in studio dei Messa, band italiana doom metal di assoluto valore. L’atmosfera del progetto è profondamente dark, quasi gotica, con una produzione che abbraccia sonorità darkwave senza mai perdere l’identità doom del gruppo.

La voce di Sara Bianchin è il fulcro emotivo del disco: intensa e angelica, si amalgama con naturalezza al tessuto sonoro circostante. Le melodie e i riff di chitarra mantengono un’anima tipicamente doom, ma la band non si ferma lì — in brani come Immolation e The Dress, spingono verso territori progressive e persino jazz, con risultati che sono veri e propri gioielli dell’album.

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malinconico sognante misterioso

Miglior traccia: Immolation

Hits: Immolation, The Dress

95
Tier 2° · Rank 95°
Cover di Nemesis Divina
58°

Nemesis Divina (1996)

Satyricon

Metal Black Metal Norwegian Black Metal

Nemesis Divina esce nel 1996 ed è il terzo album dei Satyricon — nonché l'ultimo prima che la band virasse verso territori più industriali e commerciali. È un disco che va in una direzione diversa rispetto ai capisaldi della scena norvegese: meno grezzo e distruttivo di De Mysteriis Dom Sathanas, meno ideologicamente estremo di Transilvanian Hunger, ma non per questo meno riuscito. Semplicemente, è un altro tipo di black metal.

Lo si capisce già dall'apertura: The Dawn of a New Age parte con una tastiera che introduce un'atmosfera quasi cinematografica, poi esplode in un assalto di riff e blast beat che non lascia dubbi sul genere. Ma c'è qualcosa di più costruito, di più ambizioso rispetto alla scena precedente — una produzione che suona come una colonna sonora rispetto agli standard lo-fi dell'epoca, inserti sinfonici che aggiungono epicità senza togliere peso. Le strumentali sembrano a tratti svanire e riemergere, come porte che si aprono e si chiudono.

I testi celebrano la tradizione pagana e la natura nordica, e anche la copertina segna una rottura netta: niente foto amatoriali in bianco e nero, ma un'opera grafica ricca di colore e simbolismo, quasi fuori posto in un catalogo black metal del tempo.

Il centro del disco è Mother North — uno degli anthem più iconici dell'intero genere. Quello scream, quelle chitarre che si abbattono come un vento gelido del nord: è uno di quei brani che ti travolge prima che tu abbia il tempo di razionalizzare cosa stai ascoltando.
Uno dei lavori più significativi dei Satyricon e del black metal norvegese.

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angosciante aggressivo misterioso

Miglior traccia: Mother North

Hits: Mother North

88
Tier 3° · Rank 178°
Cover di At the Heart of Winter
59°

At the Heart of Winter (1999)

Immortal

Metal Black Metal Norwegian Black Metal

Probabilmente i puristi del black metal norvegese hanno strizzato le orecchie quando hanno ascoltato At the Heart of Winter (1999). Non più soltanto un assalto di blast beat e muri di chitarre: gli Immortal introducono elementi di thrash metal, cambi di ritmo e aperture melodiche che rendono il disco più accessibile — senza che questo sia una resa, anzi.

C'è una ragione concreta dietro questo cambio di rotta: Demonaz, chitarrista storico della band, fu costretto ad abbandonare lo strumento per una tendinite cronica. Abbath prese in mano le chitarre portando il suo stile naturalmente più melodico, e il risultato è un disco che suona diverso da tutto quello che era venuto prima — più epico, più cinematografico, costruito su composizioni lunghe e cariche di tensione.

Ed è proprio quella tensione il cuore del disco. Withstand the Fall of Time apre con un muro di suono dove la batteria sembra quasi trattenuta, in sospeso — poi arriva la calma, e poi esplodono i blast beat in tutta la loro forza. Tragedies Blows at the Horizon funziona allo stesso modo: suono martellante, poi la quiete, una melodia che ovatta tutto, ti culla quasi — e poi rientra la furia, le chitarre distorte e lo scream di Abbath che travolgono. Brani costruiti su momenti di suspense che non ti aspetti in un disco black metal.

Un lavoro che ti trascina in un inverno gelido dal respiro quasi epico. Uno dei dischi più riusciti del genere.

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aggressivo misterioso

Miglior traccia: Tragedies Blows at the Horizon

Hits: Tragedies Blows at the Horizon, Withstand the Fall of Time

100
Tier 1° · Rank 32°
Cover di Catechesis
60°

Catechesis (2025)

Patristic

Metal Death Metal Blackened Death Metal

Album di debutto per questa band death metal italiana, e che debutto: Catechesis si candida fin da subito come un instant classic del genere. Il livello è altissimo — i Patristic riescono a mescolare con equilibrio quasi perfetto momenti di death metal tecnico e aggressivo con atmosfere di chiara matrice black metal, senza che nulla suoni forzato o fuori posto. La batteria è uno dei punti di forza assoluti: cambi di ritmo e variazioni di velocità continui, mai fini a se stessi. L’album è freddo, immersivo, a tratti brutale — le tracce scorrono collegate l’una all’altra come un unico flusso oscuro. Non il massimo solo per qualche margine di miglioramento sul growl, ma siamo davvero su dettagli.

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angosciante aggressivo misterioso

Miglior traccia: Catechesis I

95
Tier 2° · Rank 100°
Cover di Giants & Monsters
61°

Giants & Monsters (2025)

Hellowen

Metal Power Metal

Gli Helloween sono giganti del power metal europeo, e Giants & Monsters — ben il diciassettesimo disco — dimostra che sanno ancora fare la cosa meglio di chiunque altro. Un album che scorre piacevolmente, con riff di chitarra eseguiti a regola d'arte e un equilibrio riuscito tra momenti power nel senso più classico del termine e aperture più hard rock.

Le voci di Andi Deris, Michael Kiske e Kai Hansen sono sempre pulite, dal tono epico come da tradizione. Arrivare al diciassettesimo disco senza perdere identità non è cosa da poco — e si sente.

Se si vuole un disco che rispetta le regole del genere e riporta ai tempi d'oro, questo è il posto giusto. Se si cerca sperimentazione, meglio guardare altrove.

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trionfante

Miglior traccia: We Can Be Gods

Hits: We Can Be Gods

62
Tier 6° · Rank 348°
Cover di In The Nightside Eclipse
62°

In The Nightside Eclipse (1994) ✰

Emperor

Metal Black Metal Norwegian Black Metal Symphonic Black Metal

In the Nightside Eclipse esce nel 1994, stesso anno di De Mysteriis Dom Sathanas dei Mayhem — e già questo la dice lunga su quanto fosse fertile quel momento per il black metal norvegese. Ma se il disco dei Mayhem è un monolite di oscurità primordiale, quello degli Emperor è qualcosa di diverso: più stratificato, più ambizioso, costruito su una visione sonora precisa.

Non è solo il solito muro di chitarre gelide e produzione lo-fi. Le tastiere portano una dimensione sinfonica che trasforma il disco in qualcosa di epico, quasi mistico — e "mistico" non è una parola buttata lì. Basta ascoltare Inno a Satana: parte con un giro di chitarre riconoscibile, poi si apre in un muro di suono che ha qualcosa di luminoso, quasi ieratico, ben lontano dall'aggressione pura. Oppure The Majesty of the Night Sky, che si apre con uno scream demoniaco di quelli che ti rimangono in testa. È proprio questa scelta melodica e atmosferica che distingue il disco dalla concorrenza: non ti arriva solo la forza bruta, c'è una costruzione emotiva dietro.

Anche l'immaginario dei testi si discosta dal satanismo esplicito tipico della scena — l'unica eccezione è proprio Inno a Satana — per abbracciare qualcosa di più vicino al dark fantasy. Un'estetica coerente con la musica, che punta sull'evocazione più che sulla provocazione.

Uno dei migliori dischi dell'intera wave norvegese.

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aggressivo misterioso

Miglior traccia: The Majesty of the Night Sky

Hits: I Am Black Wizards, The Majesty of the Night Sky, Inno a Satana

100
Tier 1° · Rank 37°
Cover di Transilvanian Hunger
63°

Transilvanian Hunger (1994) ✰

Darkthrone

Metal Black Metal Norwegian Black Metal

Se De Mysteriis Dom Sathanas dei Mayhem è il monolite oscuro della scena norvegese, Transilvanian Hunger dei Darkthrone è il suo lato più estremo e radicale. Stesso anno, 1994, ma un passo ulteriore verso il baratro: qui siamo all'apoteosi del lo-fi, un suono così grezzo e volutamente degradato da sembrare, ai primi ascolti, quasi solo rumore. Non è un difetto — è una dichiarazione d'intenti.

Fenriz registrò tutto da solo su un quattro piste in casa, e quella scelta si sente in ogni secondo: chitarre che tagliano come lame di ghiaccio, blast beat ipnotici, la voce di Nocturno Culto ridotta a un urlo congelato sepolto nel mix. Il minimalismo non è pigrizia — è ideologia. Rifiuto totale di tutto ciò che il metal era diventato negli anni precedenti: produzioni lucide, tecnicismi, concessioni al pubblico. Niente di tutto questo sopravvive qui.

È un disco difficile, forse il più difficile dell'intera scena norvegese. Richiede disponibilità e attenzione: se non ci si sintonizza, rimane rumore bianco gelido. Ma chi riesce ad entrarci trova qualcosa di coerente fino all'ossessione — il cuore ideologico ed estetico di quello che il retro copertina proclamava senza mezzi termini: True Norwegian Black Metal.

Insieme al lavoro dei Mayhem, è il disco che ha definito il genere più di qualsiasi altro. Un punto di riferimento obbligatorio per capire da dove viene il black metal e dove poteva arrivare.

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angosciante

Miglior traccia: Transilvanian Hunger

86
Tier 3° · Rank 197°
Cover di Yokai
64°

Yokai (2025)

Dropout Kings

Metal Nu Metal Rap Metal Trap Metal

I Dropout Kings sono una band nu metal/rap metal americana e Yokai è il loro terzo disco in studio. La formula richiama quella dei Linkin Park — alternanza tra parti cantate e rappate, chitarre pesanti e ritornelli accessibili — ma con una componente rap più spinta e un suono metal più aggressivo. Molte tracce sono orecchiabili grazie a melodie riuscite, come Baka o Black Sheep.

Il problema è una marcata disomogeneità di suono che disorientare e non lascia capire la direzione del disco: c'è il trap metal della title track, ma anche una First Day Out che suona come la sigla di una sitcom liceale americana.

Stesso discorso per i riferimenti al Giappone e alle frasi in giapponese disseminate nel disco: un tocco estetico che sembra fine a sé stesso, senza un intento preciso né una coerenza con il resto. È un disco che può lasciare perplessi.

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aggressivo giocoso

Miglior traccia: First Day Out

58
Tier 7° · Rank 377°
Cover di A Void Within Existence
65°

A Void Within Existence (2025)

Abigail Williams

Metal Black Metal

A Void Within Existence è il sesto disco in studio degli Abigail Williams, band americana che nel tempo si è allontanata dalle radici symphonic black metal verso un suono più atmosferico e post.

Fino a Still Nights il disco spinge forte: chitarre compatte, blast beat vigorosi, un wall of sound grezzo ma rifinito che segue una scia black metal più tradizionale. Nelle ultime tracce la band vira verso sonorità più sinfoniche e melodiche, con risultati discreti ma meno incisivi.

Tecnicamente non c'è nulla da eccepire, ma è la performance vocale il punto più debole: lo scream non spicca per originalità né per riconoscibilità, e in un genere dove la voce può fare la differenza, questa piattezza si fa sentire. Un disco solido ma non memorabile.

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angosciante malinconico spirituale

Miglior traccia: Talk To Your Sleep

57
Tier 7° · Rank 379°
Cover di Slipknot
66°

Slipknot (1999) ✰

Slipknot

Metal Nu Metal Rap Metal

Slipknot esce nel 1999 ed è il disco di debutto della band iowa­na — nove membri, ognuno con una maschera e un numero, tute da lavoro insanguinate. Non è solo un'estetica: è parte integrante del suono, un'identità disturbante che si sente in ogni traccia e che li ha resi immediatamente riconoscibili nel panorama nu metal dell'epoca.

Il nu metal era già un genere in fermento — heavy metal, influenze rap, suoni industriali — ma gli Slipknot ci portano qualcosa di più aggressivo e meno commerciale della media. Mood violento, testi che parlano di alienazione e rabbia repressa, una produzione volutamente grezza che non ammorbidisce niente.

Diverse tracce meritano menzione, ma tra queste sicuramente (SiC), che parte con un muro di suono che non lascia scampo fin dalle prime note. Tattered & Torn costruisce un'atmosfera ansiogena da film horror, con suoni distorti che sembrano sirene. Wait and Bleed è il momento più accessibile del disco — approccio melodico nel canto, l'unica concessione a qualcosa di più radiofonico — e non è un caso che sia diventata la traccia più conosciuta.
Il fattore visivo — le maschere grottesche, le tute, l'immaginario da incubo — non è separabile dalla musica: si carica di quel suono e lo amplifica, creando qualcosa che va oltre il semplice ascolto.

Un disco fondamentale per capire il metal di fine anni '90 e l'evoluzione del genere nel decennio successivo.

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aggressivo

Miglior traccia: (Sic)

Hits: (Sic), Tattered & Torn

91
Tier 2° · Rank 139°
Cover di Lonely People With Power
67°

Lonely People With Power (2025) ✰

Deafheaven

Metal Black Metal Blackgaze

Questa band era già riuscita a sconvolgere tutti nel 2013 con l'uscita di un disco quasi "rivoluzionario" come Sunbather. Negli ultimi anni, i Deafheaven avevano però abbandonato quel suono propriamente black a favore di sonorità più shoegaze, con un cantato ripulito dagli scream delle origini. Lonely People With Power ribalta tutto, e non è azzardato dire che sia il loro lavoro più riuscito.

In sostanza hanno preso tutti gli elementi che funzionavano nei dischi precedenti e li hanno fusi, tornando allo scream e conferendo al suono una componente black metal ancora più marcata. Il risultato è un lavoro di maturità incredibile: le atmosfere sognanti e post-rock del passato vengono riprese, ma le melodie sono sommerse sotto chitarre distorte, batterie potenti e una forza sonora devastante. L'effetto complessivo è catartico: muri di suono che si abbattono e si aprono in momenti di struggente intensità emotiva.

Lonely People With Power raggiunge picchi incredibili: nella progressione sonora degli ultimi due minuti di Doberman, nell'attacco di Amethyst o in Revelator, una delle tracce black metal più potenti degli ultimi anni. George Clarke è qui in stato di grazia, il suo scream un grido disperato che amplifica i temi del disco: solitudine, dolore e potere distruttivo. Un album che scuote, travolge e resta dentro. Capolavoro assoluto.

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sognante malinconico

Miglior traccia: Amethyst

Hits: Doberman, The Garden Route, Magnolia, Revelator, Amethyst

100
Tier 1° · Rank 2°
Cover di De Mysteriis Dom Satanas
68°

De Mysteriis Dom Satanas (1994) ✰

Mayhem

Metal Black Metal Norwegian Black Metal

De Mysteriis Dom Sathanas è una pietra miliare del black metal norvegese — e non è un'etichetta che si usa a cuor leggero. Siamo nel 1994, al culmine di una scena nata per essere l'antitesi di tutto ciò che il metal era diventato: produzioni lo-fi, estetica nichilista, nessuna concessione. Il punto di partenza era letteralmente un sottoscala — Helvete, il negozio di vinili di Euronymous a Oslo — e da lì era partita una corrente sotterranea destinata a ridisegnare i confini del genere.

Il disco non è di facile ascolto, e non cerca di esserlo. I blast beat di Hellhammer e le chitarre di Euronymous costruiscono un muro sonoro grezzo e glaciale, ma è la voce di Attila Csihar a fare la differenza. Non è il tipico scream del black metal nordico: è qualcosa di più strano e perturbante, quasi liturgico, con cadenze che ricordano un rito in latino. È lui a dare alla title track quella dimensione oscura e cerimoniale che la rende probabilmente il momento più satanicamente convincente dell'intero genere — non per brutalità, ma per atmosfera.

Non mancano momenti più diretti: Freezing Moon ha un assolo capace di travolgere anche chi non è abituato a certe sonorità. Ma il disco nel complesso richiede tempo e disponibilità.

Ne valeva la pena. Negli anni successivi quella scena avrebbe prodotto i lavori di Satyricon, Immortal, Gorgoroth, e poi si sarebbe ramificata in direzioni sempre più atmosferiche dimostrando che il seme piantato qui poteva crescere in mille forme diverse. De Mysteriis Dom Sathanas è praticamente dove tutto comincia.

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angosciante spirituale misterioso

Miglior traccia: Freezing Moon

Hits: Freezing Moon, De Mysteriis Dom Satanas

91
Tier 2° · Rank 141°
Cover di I Don’t Want to See You in Heaven
69°

I Don’t Want to See You in Heaven (2025)

The Callous Daoboys

Metal Mathcore Metalcore Nu Metal

I Don't Want to See You in Heaven è il terzo disco in studio dei Callous Daoboys, band americana di mathcore, ed è un lavoro riuscito praticamente sotto ogni punto di vista.

Carson Peace riesce a passare in modo del tutto naturale da ritornelli con melodie pop a strofe urlate — mix di growl hardcore e scream metalcore — senza che la cosa suoni mai forzata. Caotico, sì, ma con un caos che sembra avere una logica interna.

Le strumentali alternano ritmi lenti e veloci, passaggi aggressivi, cambi continui di velocità e intensità, in pieno stile mathcore. In alcune tracce la produzione si arricchisce anche di elementi insoliti per il genere, come synth, violini e sax.
Basta ascoltare Full Moon Guidance per capire la capacità di questa band di muoversi con disinvoltura su territori ibridi tra pop e metal.

In definitiva, uno dei dischi metal da ricordare per il 2025.

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aggressivo

Miglior traccia: Full Moon Guidance

Hits: Two-Headed Trout, Full Moon Guidance

91
Tier 2° · Rank 130°
Cover di Tsunami Sea
70°

Tsunami Sea (2025)

Spiritbox

Metal Metalcore

Tsunami Sea è il secondo disco ufficiale degli Spiritbox, band heavy-metal/metal-core canadese.

Il disco si muove su coordinate prettamente metalcore, con un contrasto che funziona: strofe più dure e ritornelli in cui la voce “pulita” della cantante Courtney LaPlante vira su tonalità quasi pop.

I testi ruotano attorno alla salute mentale, giocando sulla metafora del mare: qualcosa che può calmarti oppure travolgerti completamente. Anche la produzione, soprattutto nei momenti più elettronici, richiama questa idea di “liquidità”, dando al suono una certa coerenza e originalità.

Nel complesso, è veramente un ottimo album, diretto ma curato, che sa comunicare fin dai primi ascolti.

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sognante

Miglior traccia: Tsunami Sea

Hits: Tsunami Sea

84
Tier 4° · Rank 214°
Cover di UNATONED
71°

UNATONED (2025)

Machine Head

Metal Alternative Metal

Alcuni dischi entrano nel crate in silenzio. Il voto parla da sè.

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aggressivo malinconico trionfante

Miglior traccia: THESE SCARS WON’T DEFINE US

33
Tier 8° · Rank 422°
Cover di Parasomnia
72°

Parasomnia (2025)

Dream Theather

Metal Progressive Metal

Parasomnia è il sedicesimo disco dei Dream Theater, una delle band più importanti del progressive metal, veri e propri giganti del genere.

Il progetto si presenta come una sorta di concept album legato alle esperienze paranormali nel sonno. Le atmosfere sono spesso ansiogene, a tratti oscure, quasi da film horror, ma la voce inconfondibile di LaBrie riesce comunque a emergere e a funzionare bene anche su queste sonorità.

Il disco dà ovviamente il meglio nei momenti di piena esplosione progressive, in tracce come Night Terror. Da una band con questa carriera alle spalle è difficile aspettarsi grandi innovazioni, ma i Dream Theater continuano a fare molto bene quello che sanno fare, e anche qui dimostrano di saper costruire alcune delle melodie più efficaci del genere.

Interessante anche qualche accenno nella produzione a sonorità più vicine al black metal: in certi passaggi sembra quasi di intravedere richiami a linee melodiche alla Freezing Moon dei Mayhem.

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angosciante

Miglior traccia: Night Terror

Hits: Night Terror

84
Tier 4° · Rank 215°
Cover di From Zero
73°

From Zero (2024)

Linkin Park

Metal Alternative Metal Nu Metal

Sette anni di silenzio, la morte di Chester Bennington, e poi il ritorno con una voce nuova: Emily Armstrong, ex Dead Sara, chiamata a raccogliere un'eredità che in pochi avrebbero voluto toccare. Per i fan storici accettarlo non è scontato. Eppure From Zero — titolo che richiama Xero, il nome originale della band — riesce a non tradire lo spirito di quello che i Linkin Park sono stati.
Armstrong convince. Non cerca di imitare Chester né di prendere le distanze: porta una veste nuova che però rimane coerente con il DNA della band. Alternative, nu metal, quella formula che i Linkin Park hanno costruito negli anni — qui funziona ancora, e lei ci sta dentro con naturalezza.

I momenti migliori del disco lo dimostrano senza bisogno di spiegazioni. The Emptiness Machine, Heavy Is the Crown, Two Faced — brani che seguono la formula classica, melodicamente e musicalmente riconoscibili, con la giusta carica. Two Faced è la più aggressiva, quella che più di tutte ricorda il suono dei primi dischi.

Non passerà alla storia come Hybrid Theory o Meteora. Ma un ritorno sette anni dopo, con una line-up in parte rinnovata, che riesce a sembrare ancora Linkin Park senza sembrare una copia di sé stesso — non era affatto scontato.

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aggressivo malinconico trionfante

Miglior traccia: The Emptiness Machine

Hits: The Emptiness Machine, Heavy is the Crown, Two Faced

70
Tier 5° · Rank 306°
Cover di Images and Words
74°

Images and Words (1992) ✰

Dream Theather

Metal Progressive Metal

I Dream Theater sono tra i fondatori del Progressive Metal e questo è un gioiello del genere. Un album must listen, dove troviamo solo sessioni strumentali ricercate ma anche tanta melodia e pezzi forse più “pop” ma unici. Images and Words è il secondo album dei Dream Theater, uscito nel 1992, ed è uno di quei dischi che hanno letteralmente creato un genere. Il progressive metal come lo conosciamo oggi — tecnica sopraffina, strutture complesse, cambi di tempo continui — deve moltissimo a questo disco. È anche il primo con James LaBrie alla voce, che porta un range vocale esteso e una presenza melodica che rendono il tutto più accessibile di quanto la complessità strumentale lascerebbe supporre.

Ed è proprio questo l'elemento che rende Images and Words un disco raro nel suo genere: non è solo tecnica. C'è tanta melodia, ci sono momenti quasi pop, e l'equilibrio tra i due poli non vacilla mai. Petrucci alla chitarra e Kevin Moore alle tastiere dialogano in modo quasi orchestrale, costruendo architetture sonore che crescono ascolto dopo ascolto — ma senza mai perdere il filo emotivo.
I due poli del disco sono anche i suoi momenti più alti. Pull Me Under apre con un'intro melodica che non prepara a quello che arriva dopo: quando il brano esplode nella sua parte più tecnica e aggressiva, il cambio è quasi fisico — ti arriva addosso. Otto minuti che non sembrano mai troppi, e l'unico singolo top 10 che i Dream Theater abbiano mai avuto. Another Day è l'opposto in tutto: una ballata dalla forza emotiva rara, sorretta da un assolo di sassofono di Jay Beckenstein che è uno dei momenti più inattesi e riusciti del disco.

Le tracce più lunghe e ambiziose — Metropolis Pt. 1, Learning to Live — sono tecnicamente ineccepibili, forse meno trascinanti emotivamente, ma dimostrano la profondità compositiva di una band che non si accontenta mai di restare in un unico registro.

Un disco fondamentale, che può essere apprezzato anche da chi normalmente non si avvicina al metal. Raro che tecnica e melodia convivano così bene.

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malinconico sognante

Miglior traccia: Another Day

Hits: Pull Me Under, Another Day

95
Tier 1° · Rank 86°