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Azzera

74 album trovati

Cover di De Venom Natura

De Venom Natura (2026)

Ponte del Diavolo

Metal Doom Metal Black Metal Post-Punk

Torinesi, attivi dal 2020, al secondo disco: Ponte del Diavolo sono probabilmente una delle band metal italiane più interessanti in circolazione, e De Venom Natura è il disco che lo dimostra senza margini di dubbio.

Il concept è dichiarato già dal titolo: la natura non come rifugio o locus amoenus, ma come depositaria di veleni, portatrice di morte — e al tempo stesso agente di trasformazione. È un'idea che non rimane sul piano concettuale ma si incarna nel suono, forse più chiaramente in Il veleno della Natura, il brano più evocativo del disco: io mi voglio avvelenare / col più soffice dei baci … / voglio infine contagiarti con l'assenzio delle stelle. Testo e musica che si sostengono a vicenda, con quella tensione che il disco costruisce e mantiene per tutta la sua durata.

Alcuni hanno coniato il termine "blackened post-punk" per descriverli, e non è sbagliato: c'è l'energia incalzante del black metal, ma c'è anche qualcosa di più istintivo e irrequieto che viene da un'altra parte. La voce di Elena Camusso — in arte Erba del Diavolo — è sempre pulita e melodica, dall’anima doom, alterna italiano e inglese, ma sa colorarsi di sfumature diaboliche che danno contesto a tutto il resto. L'italiano funziona benissimo, e non è scontato nel metal.

A reggere il tutto c'è una produzione di livello: suono vivido, spazioso, dove si coglie ogni sfumatura — la batteria che nell'apertura di Spirit, Blood, Poison, Ferment! rievoca più il post-punk che il black, il modo in cui Il veleno della Natura cresce e si distende, il riff finale e il blast beat di In The Flat Field. Tre momenti alti in un disco che non abbassa praticamente mai il livello.

Se hai ascoltato solo metal d'oltre confine, questa è una band da recuperare. Se pensi che l'Italia nella musica sia solo rap, cantautorato e pop, beh hai qualcosa da scoprire.

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misterioso angosciante spirituale

Miglior traccia: In The Flat Field

Hits: In The Flat Field, Il veleno della Natura, “Spirit, Blood, Poison, Ferment!”

95
Tier 1° · Rank 91°
Cover di Vexovoid

Vexovoid (2013)

Portal

Metal Death Metal Black Metal

Mettiamolo subito nero su bianco: questo non è il classico disco death metal. Non ci sono assoli diabolici, non c'è un growl profondo. La caratteristica immediata di Vexovoid, quarto disco della band australiana Portal, è una produzione dove gli strumenti perdono contorni definiti — sembra di trovarsi all'interno di un tornado, o dentro una fabbrica dove le macchine non si fermano mai. Un muro di suono più vicino a un black metal primordiale che scherma tutto, appiattisce tutto. Ma c'è qualcosa di più preciso sotto: quelle strutture sonore che si ripetono, si sovrappongono, si deformano trascinano l'ascolto in una dimensione quasi geometrica — un incubo fatto di forme che ritornano sempre uguali ma non sono mai le stesse. L'apertura di Curtain lo rende esplicito: batterie lente che scandiscono il tempo, quel muro in sottofondo che si ripete, poi parte il blast beat e inizia la spirale verso il basso. I riff emergono ogni tanto, come in Orbmorphia, dove per un momento il death riemerge in superficie prima di essere risucchiato di nuovo — uno dei momenti più soddisfacenti del disco, proprio perché inaspettato. La voce, sibillante, sembra fare il verso a quegli insetti vermiformi della copertina.

Trentaquattro minuti. È la durata giusta per un disco così: abbastanza da costruire un'atmosfera claustrofobica, non abbastanza da esserne schiacciati. Arriverai alla fine senza sentirti appesantito, e questa non è una cosa scontata per musica estrema di questo tipo. Dischi come questo rischiano di diventare autoreferenziali se si prolungano — qui invece la compressione è una scelta, e funziona.

Se non hai mai ascoltato un disco death metal non partire da questo; se invece vuoi espandere la conoscenza del genere, allora ci sei.

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angosciante

Miglior traccia: Orbmorphia

Hits: Orbmorphia, Curtain, Plasm

88
Tier 3° · Rank 179°
Cover di In Somnolent Ruin

In Somnolent Ruin (2026)

Draconian

Metal Doom Metal

Se stavi cercando un disco gotico, oscuro, capace di trascinarti dentro con melodie che pesano quanto il metal che le sorregge, probabilmente sei nel posto giusto.

I Draconian sono una band svedese che dal 1994 ha costruito la propria identità dentro il death-doom gotico, affinando un suono che alterna atmosfere dilatate e quasi funeral a momenti di forza più diretta. In Somnolent Ruin, loro ottavo album in studio, segna il primo disco con Lisa Johansson da quando aveva lasciato la band nel 2011 — e il suo ritorno ridefinisce subito le coordinate sonore del progetto.

Il cuore del disco sta nella contrapposizione tra le due voci: quella pulita e melodica di Lisa, e quella di Anders Jacobsson — bassa, grave, ma non chiusa nel growl tradizionale del death. Non spaventa come farebbe un cantante di quel genere: opprime in modo diverso, più viscerale e quasi parlato. L'alternanza funziona perché i due registri non si limitano a coesistere: si rispondono, si completano, e la musica si modella attorno a loro con intelligenza.

Il disco non inventa niente di nuovo — e non ha nessun bisogno di farlo. I Draconian questo genere lo conoscono dall'interno, e si sente. Ci sono momenti molto riusciti, come The Monochrome Blade: sette minuti di crescendo continuo, che guadagnano intensità pezzo per pezzo fino a un finale vocale di Lisa capace di fermarti. E poi c'è la chiusura di Lethe, che è una di quelle conclusioni che senti giusta: le batterie scandiscono tempi lenti, il suono si fa epico senza perdere peso, e la sensazione è quella di qualcosa che si chiude con la forza che merita.

58 minuti che non si buttano via.

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malinconico spirituale sognante

Miglior traccia: Lethe

Hits: The Monochrome Blade, Lethe

77
Tier 4° · Rank 257°
Cover di Hell Awaits

Hell Awaits (1985) ✰

Slayer

Metal Thrash Metal

Un anno dopo questo disco, gli Slayer usciranno con Reign in Blood e cambieranno per sempre la storia del metal estremo. Ma il germe era già tutto qui. Hell Awaits è il secondo album della band californiana, pubblicato nell'aprile del 1985, e si apre con una delle intro più inquietanti del genere: una voce demoniaca che ripete ossessivamente "Join us" — al contrario, come se arrivasse da un altro piano di esistenza. È già un manifesto. L'immaginario è quello infernale in senso pieno: il fuoco, Satana, le tenebre come dimensione fisica, non come estetica da copertina.

Musicalmente, rispetto a quello che verrà dopo, questo è il disco più progressivo degli Slayer. I brani sono lunghi, camaleontico nel senso buono — cambiano direzione, costruiscono tensione, la scaricano quando meno te lo aspetti. I riff entrano di sopresa, le batterie corrono senza sosta, ma non è brutalità fine a se stessa: c'è architettura, c'è una logica compositiva che regge ogni traccia. At Dawn They Sleep è forse il momento più alto: quel finale con i "Kill! Kill!" martellati su un ritmo che accelera fino a sembrare fuori controllo suona ancora oggi come pugnalate.

È un disco che vale su due livelli distinti e ugualmente solidi: come tappa obbligata per capire dove il metal stava andando nel 1985, e come ascolto puro che non ha perso un grammo di potenza in quarant'anni. Spesso queste due cose non coincidono. Qui coincidono.

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aggressivo angosciante misterioso

Miglior traccia: At Dawn They Sleep

Hits: At Dawn They Sleep, Hell Awaits, Kill Again

92
Tier 2° · Rank 118°
Cover di Radici

Radici (2026)

Diespnea

Metal Black Metal

Il black metal vive di freddo, buio, foreste. Quante volte ti ha fatto sentire la polvere sotto i piedi? Diespnea è un duo italiano attivo da qualche anno, e Radici è il loro secondo disco. Il titolo non è casuale: queste radici non affondano nelle foreste del Nord Europa, non evocano il freddo scandinavo che ha definito il genere per decenni. Affondano in una terra calda, polverosa, sotto un sole che acceca. È un black metal meridiano, nel senso più fisico del termine — e già solo questa scelta di campo è una dichiarazione d'identità precisa.

Il suono non si ferma ai blast beat e ai muri di chitarra: ci sono passaggi atmosferici, incursioni elettroniche, voci quasi sciamaniche, momenti ritualistici che rimandano direttamente all'estetica della copertina. La traccia d'apertura, Maskharah — termine arabo per "maschera" o "buffone" — costruisce subito il territorio concettuale del disco: il tema del volto nascosto, della doppiezza, dell'identità che si sdoppia. Un rimando alla grande tradizione italiana del pensiero sulla maschera, evocato senza didascalie. WhaleFall porta invece il disco in direzione quasi acquatica, un contrappunto inaspettato rispetto alla siccità dominante che tiene il tutto in equilibrio. E poi c'è Vultures, con il suo finale tra i momenti più elettronici e sperimentali dell'intero album.

Vale la pena sapere che il disco è interamente autoprodotto — registrazione, mix e mastering curati dalla band stessa, con una fusione intenzionale di analogico e digitale. Si sente: c'è una tensione grezza che nessun ingegnere del suono esterno avrebbe lasciato lì, e fa parte del disco quanto le composizioni.

In un'ora di ascolto non c'è un momento in cui Radici perde peso. È compatto, coerente, mai dispersivo. Che l'underground italiano sappia fare black metal d'avanguardia a questo livello non è più una sorpresa, è una certezza.

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angosciante misterioso spirituale

Miglior traccia: Vultures

Hits: Vultures, L’Abbraccio del Serpente

89
Tier 2° · Rank 162°
Cover di Through Silver in Blood

Through Silver in Blood (1996) ✰

Neurosis

Metal Post-Metal Sludge Metal

Apocalisse, nichilismo, fine dell'esistenza — non solo nel senso più ampio, ma anche intima, personale: la distruzione dell'io. Through Silver in Blood è tutto questo, e i Neurosis ci riescono senza che tu debba necessariamente aprire un libretto e seguire i testi parola per parola. Il concept di annullamento totale passa direttamente attraverso il suono: post-metal e sludge metal portati all'estremo, con chitarre e batterie dilatate su tempi lunghissimi, distorsioni che si accumulano lentamente fino a sommergere tutto.

La title track apre il disco e in dodici minuti condensa già tutto quello che troverai nel resto: la voce sepolta sotto strati di distorsione, i suoni ambientali di tuoni e tempeste, un finale che trasmette un'aggressività viscerale senza ricorrere agli espedienti classici del death o del black metal. È un altro modo di essere pesanti — più lento, più ritualístico, più opprimente.

Ma il disco non si limita a distruggere: cerca anche di esorcizzare quella distruzione, di accompagnarti attraverso un processo di purificazione. Rehumanize funziona quasi come un passo biblico, un interludio straniante che prepara il terreno. Locust Star è probabilmente il momento più riconoscibile, quello che ha fatto conoscere i Neurosis a una platea più ampia. E poi c'è Purify, uno dei momenti più alti del disco: dodici minuti che si chiudono in maniera del tutto inattesa, con le chitarre cariche di feedback che lasciano spazio alle cornamuse — un finale che suona ritualístico e stranamente liberatorio. Strength of Fates scorre invece come un lamento su atmosfere a tratti funeral doom.

Through Silver in Blood fa della catarsi la sua forza. Non è un disco da ascolto distratto: bisogna accomodarsi, mettere le cuffie, e prepararsi a vedere il mondo crollare.

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angosciante spirituale

Miglior traccia: Purify

Hits: Through Silver in Blood, Purify, Locust Star

100
Tier 1° · Rank 28°
Cover di Sidera

Sidera (2026)

Miserere Luminis

Metal Black Metal

Miserere Luminis sono un trio del Québec che canta in francese e si muove nei meandri del black metal atmosferico — roba di nicchia, nel senso più nobile del termine. Sidera è il loro terzo disco, e bastano pochi minuti per capire che non si tratta di gente che fa le cose a metà.

Cinque tracce, tutte molto lunghe, fino a sfiorare i dodici minuti: composizioni che non hanno fretta, che costruiscono per accumulo, alternando passaggi lenti e quasi orchestrali a esplosioni più furiose, quelle del black metal primordiale. I cambi di registro non sono telegrafati in anticipo, e questo tiene l'ascolto in uno stato di attenzione costante. La produzione è volutamente vicina al lo-fi — niente di rifinito all'eccesso, niente di asettico — e in questo contesto è una scelta che funziona: dà al disco una fisicità e un'urgenza che certe produzioni ultra-patinate tendono a cancellare.

È il tipo di album che richiede diversi ascolti prima di aprirsi davvero. Non perché sia ostico o respingente, ma perché ha strati — e ogni passaggio rivela qualcosa che prima era rimasto sullo sfondo. L'unica riserva riguarda lo scream del frontman, che non è tra i più riusciti del genere e a tratti toglie qualcosa all'impatto complessivo. Ma è un appunto marginale su un disco che per il resto merita tutti gli ascolti che gli si vogliono dedicare.

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angosciante spirituale

Miglior traccia: De cris & de cendres

Hits: De cris & de cendres, Aux bras des vagues & des vomissures

83
Tier 4° · Rank 219°
Cover di Descent

Descent (2026)

Immolation

Metal Death Metal

Trentacinque anni di carriera e dodici album alle spalle: gli Immolation sono una delle colonne portanti del death metal, punto. Descent è un disco che ti squarcia letteralmente in due — e lo fa con la consapevolezza di chi sa esattamente dove mettere le mani.

La band alterna ritmi veloci e violenti, quasi da brutal death, a inserzioni tecniche con riff spiralici e batterie martellanti, fino a momenti più lenti e sognanti come Banished, dove affiora un'ispirazione black che spezza il flusso in modo inaspettato. È proprio questo continuo cambio di tempi a tenere alta l'attenzione: non c'è un momento in cui il disco si adagia. Bend Towards the Dark ne è l'esempio migliore — la sezione centrale costruisce tensione con variazioni ritmiche serrate, poi il brano si spegne quasi del tutto prima di riattaccare con un blast beat che arriva come un pugno. The Ephemeral Curse apre invece con un attacco di ferocia immediata, con sonorità che per un momento ricordano certi Mayhem — non a caso una band con cui gli Immolation sono attualmente in tour.

A tenere insieme tutto c'è Ross Dolan: un growl da manuale, potente e magnetico, che non sovrasta ma si incunea perfettamente nel muro sonoro. E quel muro è costruito con una produzione rifinita, pulita, godibilissima anche per chi al death metal ci si avvicina senza essere un habitué del genere.

Fare un disco death metal che sappia sorprendere ad ogni ascolto non è scontato. Descent ci riesce, e al momento è il candidato più solido all'AOTY metal del 2026.

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angosciante aggressivo

Miglior traccia: Bend Towards The Dark

Hits: Bend Towards The Dark, God’s Last Breath, Descent

96
Tier 1° · Rank 78°
Cover di Human

Human (1991) ✰

Death

Metal Death Metal Technical Death Metal

Agli inizi degli anni '90 il death metal americano era esploso, con band che facevano dell'aggressività pura e di un'estetica satanica il loro marchio di fabbrica. In questo contesto, i Death prendono una direzione diversa: la tecnica come ossessione, la complessità come estetica. Human, quarto disco della band, uscito nell'ottobre del 1991, è il punto di arrivo di questa svolta — e nasce da una storia personale: dopo che due membri storici avevano abbandonato Chuck Schuldiner per partire in tour senza di lui, lui aveva risposto assemblando una lineup di musicisti eccezionali e registrando quello che avrebbe definito "a statement. It's revenge." Al suo fianco, Paul Masvidal e Sean Reinert dei Cynic e il bassista Steve Di Giorgio: una formazione che non si sarebbe più ripetuta, e che si sente.

Il disco è aggressivo, sì — la batteria di Reinert colpisce come sassate fin dalle prime note di Flattening of Emotions, con i BPM sparati e una produzione più nitida rispetto ai lavori precedenti, dove ogni strumento trova il suo spazio. Ma quello che distingue Human è ciò che ci mette dentro oltre alla ferocia: variazioni ritmiche continue, riff melodici di una tecnica spietata, aperture quasi jazz nelle sezioni soliste di Masvidal. E poi c'è la voce di Schuldiner, difficile da classificare: non è lo scream del black metal, non è il growl basso dei Deicide, ma qualcosa nel mezzo — uno shout rauco e controllato che trasmette tensione più che violenza, come se stesse urlando qualcosa di urgente piuttosto che di brutale.

Il momento più sorprendente del disco è Cosmic Sea, traccia strumentale che arriva a spezzare il ritmo delle chitarre distorte con synth spaziali, cambi di tempo disorientanti e un'atmosfera sospesa che sembra uscire da un altro disco. È lì che si capisce dove stavano andando i Death — e dove sarebbero arrivati con Symbolic e The Sound of Perseverance.

Anche i testi segnano una rottura netta con i primi album: niente più gore, ma temi esistenziali, riflessioni sul potere e sulla condizione umana. Human è una pietra miliare, un ascolto imprescindibile per chi vuole capire come il metal estremo possa essere, allo stesso tempo, brutale e cerebrale.

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aggressivo misterioso

Miglior traccia: Flattening of Emotions

Hits: Cosmic Sea, Flattening of Emotions

100
Tier 1° · Rank 35°
Cover di Hvis Lyset Tar Oss
10°

Hvis Lyset Tar Oss (1994) ✰

Burzum

Metal Black Metal Dark Ambient

Assurdo pensare che questo disco, registrato nel settembre del 1992, sia uscito nell'aprile del 1994 — quando Varg era già in carcere in attesa di processo per l'omicidio di Euronymous dei Mayhem. Una coincidenza che ha finito per colorare la percezione del disco stesso, rendendolo ancora più oscuro di quello che è.

Hvis lyset tar oss ha tutto quello che ti aspetti da un classico black metal della prima ora: distorsione continua, suono che sembra uscire da un apparecchio rotto, batterie incalzanti, produzione murata. Ma quello che lo fa risaltare davvero rispetto ad altri dischi dell'epoca è la voce di Varg — uno scream acutissimo, quasi un gemito, un lamento continuo che trasmette disperazione e angoscia in modo fisico. Non è una performance, è qualcosa che sembra sfuggire di mano.

Il disco conta quattro tracce. Le prime tre sono black metal puro, con i synth che non fanno da contorno ma entrano direttamente nel tessuto del suono, fondendosi con le chitarre in modo che atmosfera e aggressività diventino la stessa cosa. Poi arriva Tomhet, e cambia tutto: dopo trenta e passa minuti di distorsione, una tastiera sola ti porta altrove, in un paesaggio ipnotico e desolato che non ti aspettavi. È il momento più sorprendente del disco, e forse il più riuscito.

Non è un ascolto facile né "piacevole" nel senso convenzionale — per quello c'è Filosofem, che stupisce di più al primo impatto. Hvis lyset tar oss è più canonico, più diretto, ma non meno necessario. Per chi vuole capire fino a dove può spingersi la musica estrema, vale uno o più ascolti.

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angosciante misterioso

Miglior traccia: Tomhet

Hits: Tomhet

97
Tier 1° · Rank 73°
Cover di An Undying Love for a Burning World
11°

An Undying Love for a Burning World (2026) ✰

Neurosis

Metal Sludge Metal Post-Metal Post-hardcore

Possiamo dire che abbiamo uno dei grandi dischi metal del 2026 — e non arriva da una band alle prime armi, ma da dei colossi dello sludge metal, uno dei sottogeneri del metal estremo più affascinanti. Il suono è quello che si ottiene mescolando doom metal con lo spirito di ribellione musicale e vocale del punk hardcore: riff pesanti come macigni, dinamiche che oscillano tra esplosioni brutali e momenti di quiete carica di tensione.

I Neurosis hanno già saputo regalare capolavori del genere — Through Silver in Blood del 1996 su tutti — ma qui fanno qualcosa di altrettanto interessante, anche grazie a una novità importante: Aaron Turner, fondatore degli ISIS e una delle figure più influenti del post-metal, entra nella band come chitarrista e vocalist. È una scelta che ha qualcosa di circolare, perché gli ISIS erano stati tra i gruppi più chiaramente debitori ai Neurosis stessi. Il risultato è un'iniezione di energia che si sente.

An Undying Love for a Burning World descrive, come da titolo, un mondo alla rovina — l'uomo accecato da se stesso, dalla sua incapacità di porsi limiti, che ha preso possesso della terra e l'ha portata all'autodistruzione. Una realtà distopica che tanto lontana dalla realtà non è, resa perfettamente dalle sonorità: non solo riff di chitarra spessi e pesanti, ma anche un uso importante di synth e suoni elettronici che creano atmosfere post-apocalittiche dal valore cinematografico.

Diverse tracce meritano menzione, ma tra queste sicuramente Blind, una progressione continua che passa con soluzione di continuità da puro metal a sezioni di synth con una struttura quasi scenica. Seething and Scattered ha una sezione centrale ansiogena e tesa che ti tiene sulle spine. Last Light chiude il disco con distorsioni che sembrano sirene prima di un'apocalisse — diciasette minuti che non perdono un grammo di tensione.

Un ottimo disco, che merita una chance anche da chi il metal non lo mastica.

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angosciante

Miglior traccia: Blind

Hits: Blind, Seething and Scattered

95
Tier 1° · Rank 85°
Cover di Reign in Blood
12°

Reign in Blood (1986) ✰

Slayer

Metal Thrash Metal

Nel metal esistono capolavori che hanno segnato epoche. Ma di Reign in Blood ce n'è solo uno.

1986: gli Slayer non inventano il death metal, ma di fatto lo partoriscono senza volerlo. Reign in Blood dura ventinove minuti, non un secondo di più, e in quei ventinove minuti il thrash metal smette di essere quello che era. I ritmi accelerano fino quasi a diventare rumore, gli assoli bruciano, le batterie di Dave Lombardo martellano come se il tempo stesse per finire. Il risultato è un disco che le band death metal successive studieranno come un testo sacro — paradossale, per una band che quel genere non voleva fondare.

La forza del disco sta spesso nelle sue introduzioni e nei cambi di ritmo: Criminally Insane scala da secchi colpi di batteria a un'escalation thrash/death che travolge, mentre Raining Blood — probabilmente il brano metal più riconoscibile di sempre — costruisce la sua leggenda su pochi secondi di temporale, suoni striduli e poi quel riff, inevitabile come una sentenza.

Il disco non è rimasto esente da polemiche: Angel of Death, traccia di apertura, si apre con un grido acutissimo di Tom Araya e versi che evocano Auschwitz — Auschwitz, the meaning of pain / The way that I want you to die. Le accuse di nazismo furono rispedite al mittente dalla band, che rivendicò la scelta come esplorazione tematica — una distinzione sottile, che ancora oggi divide.

Critiche a parte: questo disco non si ascolta soltanto, si subisce.

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aggressivo

Miglior traccia: Raining Blood

Hits: Raining Blood, Crimanlly Insane, Angel of Death, Reborn

100
Tier 1° · Rank 10°
Cover di Epicus Doomicus Metallicus
13°

Epicus Doomicus Metallicus (1986) ✰

Candlemass

Metal Doom Metal

Epicus Doomicus Metallicus è il disco d'esordio della band metal svedese Candlemass. Uscito in un momento in cui a dominare la scena metal era il suono thrash e death — lo stesso anno videro la luce Reign in Blood degli Slayer e Under the Sign of the Black Mark dei Bathory, per citare due colossi — i Candlemass vanno controcorrente e puntano su sonorità doom, firmando uno dei dischi capisaldi del genere.

Il disco ha un suono epico che si regge in larga parte sulla voce del frontman Johan Längqvist: pulita, quasi operistica, in grado di trascinare atmosfere distese e lente con una teatralità naturale e mai forzata. E’ un disco che evoca nebbia, freddo, non solo climatico ma anche esistenziale, dove la voce sembra provenire da un posto lontano e solitario. Non mancano però momenti più accesi, soprattutto nei riff di chitarra duri e scanditi che spezzano il passo e tengono viva la tensione.

Tra i brani che restano impressi c'è sicuramente l'opener Solitude, che affronta di petto il tema della depressione — un pezzo che, da solo, vale l'ascolto dell'intero disco.

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malinconico trionfante

Miglior traccia: Solitude

Hits: Solitude

91
Tier 2° · Rank 136°
Cover di Under the Sign of the Black Mark
14°

Under the Sign of the Black Mark (1987) ✰

Bathory

Metal Black Metal Death Metal

Under the Sign of the Black Mark è il terzo disco della band metal svedese Bathory ed è considerato uno dei primi dischi black metal della storia, fondamentale per l'influenza esercitata nella nascita e nello sviluppo della prima vera scena black metal, ovvero quella norvegese.

Il disco ti porta davvero all'inferno: alla voce, Quorthon sfoggia uno scream demoniaco e più rapido rispetto a quello tipico di altri dischi del genere, contribuendo a imprimere al tutto un ritmo più serrato rispetto agli standard del black metal norvegese. Il suono è ovviamente grezzo e aggressivo, e i testi sono violenti, con numerosi riferimenti alla morte e agli inferi, spesso attinti dalla mitologia norrena — Lend me the eight legged black stallion of Odin and I'll have my vengeance / Oh I'll with desire.

Tra le tracce più dirompenti e forti del disco non si possono non citare Woman of Dark Desires — un omaggio alla contessa Erzsébet Báthory che ha ispirato il nome della band — Call from the Grave e Equimanthorn. Fun fact: la scelta di ispirarsi a questa contessa non è causale: era una nobildonna ungherese del XVI secolo considerata una sadica e una serial killer spietata, spesso rinominata “Contessa Dracula”.

È un disco fondamentale, forse meno citato di altri lavori proto-black e proto-death coevi — su tutti Reign in Blood degli Slayer, uscito lo stesso anno — ma che negli anni è stato ampiamente rivalutato per l'impatto decisivo che ha avuto sulla generazione successiva del metal estremo.

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aggressivo

Miglior traccia: Equimanthorn

Hits: Woman of Dark Desires, Call from the Grave, Equimanthorn

96
Tier 1° · Rank 77°
Cover di Om
15°

Om (2006) ✰

Negura Bunget

Metal Black Metal Progressive Metal Folk Metal

Om è il quarto disco in studio della band romena Negură Bunget. Siamo di fronte a uno dei dischi metal più incredibili degli anni 2000, e lo si capisce fin dalla prima traccia: un'intro che svela immediatamente la teatralità con cui è stato concepito l'intero lavoro.

Om è uno di quei dischi accostabili a opere come The Mantle degli Agalloch o Écailles de Lune degli Alcest — non perché sia semplicemente un disco black metal, ma perché è uno di quei lavori che prende il genere e cerca di espanderlo, portandolo verso territori altri.

I Negură Bunget lo fanno introducendo una componente folk profondamente legata alla loro tradizione: i muri di suono del black lasciano quindi spazio a strumenti come il flauto di pan, il nai — una sua variante romena — o il toacă, uno strumento di origini antichissime utilizzato nella tradizione ortodossa dell'Est europeo.
Questi elementi, insieme a tamburi, batteria e chitarre, contribuiscono a costruire un'atmosfera quasi teatrale e incredibilmente evocativa, in cui il suono più violento del black metal passa in secondo piano, senza essere messo al centro.

Questa alternanza tra forza black metal e folk si ripropone non solo a livello di tracklist, ma all'interno di ogni singolo brano: un pezzo come Dedesuptul, ad esempio, inizia in pieno territorio metal — blast beat e muri di suono — per poi virare in maniera del tutto naturale verso sonorità totalmente diverse, dissolvendo le distorsioni e trasportando l'ascoltatore in un'altra dimensione.

Nonostante la sua complessità, è un disco da provare ad avvicinarcisi con curiosità, ideale per chi voglia esplorare quel filone del black metal che punta sull'atmosfera e sulla stratificazione del suono, senza doversi confrontare con alcuni degli eccessi del genere che possono risultare respingenti.

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misterioso spirituale

Miglior traccia: Norilor

Hits: Dedeseptul, Norilor

100
Tier 1° · Rank 43°
Cover di Altars of Madness
16°

Altars of Madness (1989) ✰

Morbid Angel

Metal Death Metal

Altars of Madness è il disco di debutto dei Morbid Angel ed è considerato una delle pietre miliari del death metal. Un album dirompente, spesso citato tra i primi a spingersi verso sonorità davvero estreme: con questo disco i Morbid Angel hanno alzato drasticamente l'asticella dell'aggressività, tanto sul piano lirico quanto su quello strumentale.

Testi blasfemi e provocatori affidati alla voce di David Vincent, un growl non eccessivamente marcato, accompagnato da continue variazioni di ritmo, con la batteria che accelera e decelera in modo forsennato e i riff di chitarra che irrompono con violenza. Tra le tracce da menzionare, Chapel of Ghouls, che ricrea atmosfere demoniache e si chiude con una combo finale batteria+riff devastante.

Insieme ad altri dischi dell'epoca e del genere, è un ascolto imprescindibile per chiunque voglia capire l'evoluzione del metal più estremo.

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angosciante aggressivo

Miglior traccia: Chapel of Ghouls

Hits: Chapel of Ghouls, Maze of Torment

96
Tier 1° · Rank 83°
Cover di Agricolture
17°

Agricolture (2023) ✰

Agricolture

Metal Black Metal Blackgaze

Per qualcuno potrebbe sembrare rumore dall'inizio alla fine. La verità è che gli Agricolture - band post-black/blackgaze di Los Angeles - hanno saputo trasformare il rumore in estrema bellezza. Concettualmente si inseriscono in quel filone del black metal aperto dai francesi Alcest e reso popolare da quel gioiello dalla copertina rosa shocking che i Deafheaven pubblicarono nel 2013. Ma con questo disco d'esordio, gli Agricolture dimostrano di poter dire la loro in grande stile - e con una forza che lascia senza fiato.

Il disco si apre con The Glory of the Ocean, e il titolo è già tutto un programma: atmosfera rilassata, distesa, quasi un locus amoenus sonoro in cui ci si adagia senza resistenza. Ma quella pace viene demolita senza preavviso da un muro sonoro estremo, super distorto, con blast beat poderosi che travolgono come uno tsunami - esattamente come quella massa d'acqua che campeggia in copertina. E da lì non emergi più. Il disco è un susseguirsi di momenti estremi, catartici, estatici, che si abbattono uno dopo l'altro senza mai perdere in intensità.

Gran parte del disco è occupata da Look, brano diviso in tre parti, e anche qui gli Agricolture sanno sorprendere: dal giro di violino che piomba nella scena nel mezzo della Pt. 1 - un momento di bellezza quasi irreale - all'incipit devastante della Pt. 3, che riapre tutto con forza brutale. Chiude Relier, forse il brano più vicino al black metal classico dell'intero disco, un finale che riporta alle radici senza nulla togliere a quanto costruito prima.

Se con questo disco volevano presentarsi al mondo, beh - ci sono riusciti benissimo.

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aggressivo spirituale

Miglior traccia: Look, Pt. 2

Hits: The Glory of the Ocean, Look Pt.2, Look Pt. 3

100
Tier 1° · Rank 18°
Cover di Desolation’s Flower
18°

Desolation’s Flower (2023)

Ragana

Metal Black Metal Doom Metal

Dopo diversi progetti autoprodotti, Desolation's Flower segna il primo disco sotto The Flenser per il duo black metal composto da Maria Stocke e Nicole Kurmina Gilson. In un genere storicamente a dominanza maschile, la presenza di due donne agli strumenti è già di per sé una rottura — e il disco lo conferma fin dai primi minuti. Quello che si avverte ascoltando Desolation's Flower è la sensazione di trovarsi davanti a un progetto che usa sì alcune componenti del black metal — i muri di chitarre fortemente distorte, le batterie incessanti — ma con l'obiettivo dichiarato di portarti altrove.

Le atmosfere sono cupe, i ritmi generalmente lenti, di ispirazione più doom che black, e lo scream trasuda disperazione pura. I riverberi e le distorsioni sono spinti all'estremo, al punto che certi passaggi sembrano provenire da una radio rotta — un effetto straniante e perfettamente coerente con lo spirito del disco. I momenti di grande impatto non mancano: dall'attacco della title track, che esplode dopo un inizio quasi post-rock, al crescendo della batteria nel finale di Woe, ogni picco emotivo è guadagnato.

Non è troppo azzardato il paragone con Sunbather dei Deafheaven — ma se lì dominava la luce, qui è l'ombra a fare da protagonista. Desolation's Flower è un disco magistrale.

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angosciante spirituale

Miglior traccia: Woe

Hits: Desolation’s Flower, Woe

95
Tier 1° · Rank 92°
Cover di Sealed into None
19°

Sealed into None (2026)

Exxul

Metal Doom Metal Epic Metal Power Metal

Direttamente dall’undeground metal canadese, Sealed into None è il disco di esordio degli Exxul. E’ sicuramente un disco che avrà fatto saltare dalla sedia gli appassionati di un certo epic/doom metal in quanto riporta in vita una sonorità che forse andava di più a fine anni ‘80, primi anni ‘90 - stile Candlemass- e oggi si fatica a sentire.

Loro dimostrano che ancora oggi si può fare un disco (bello) di questo genere, avendo bene in mente i riferimenti cardine. Il disco è composto da sole 5 tracce, che si presentano come lunghe suite, con alternanza tra sonorità doom - più tetre e gelide - a momenti dove gli assoli di chitarra esplodono in vero epic metal.

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sognante misterioso

Miglior traccia: Blighted Deity

79
Tier 4° · Rank 240°
Cover di A World Ablaze
20°

A World Ablaze (2026)

Nazghor

Metal Black Metal Melodic Black Metal

A World Ablaze è l’ottavo disco della band svedese Nazghor. E’ il lavoro di una band di nicchia, che celebra le proprie origini con un disco dedicato alla città di Uppsala.

Dal punto di vista musicale, ottimo lavoro: tutte i brani sono trainati da una batteria importante per esplodere verso la fine in riff di chitarra magistralmente eseguiti, rubati più al metal melodico che di vera ispirazione black. C’è infatti una trama melodica, creata propria dalle chitarre, che accompagna l’ascoltatore lungo tutto il disco, facendo a volte quasi dimenticare il ritmo martellante della batteria sottostante.

Non è un progetto che sperimenta troppo e non c’è spazio a grosse contaminazioni, ma per come è suonato e prodotto risulta un disco godibile.

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misterioso trionfante

Miglior traccia: Baptized in Blood

80
Tier 4° · Rank 234°
Cover di Carving the Causeway to the Otherworld
21°

Carving the Causeway to the Otherworld (2026)

Coscradh

Metal Death Metal Blackened Death Metal

La sensazione che si prova ascoltando questo secondo disco ufficiale dei Coscradh è quella di essere trascinati in un turbinio di malignità, con brani che nascono subito martellanti, con blast beat ripetuti, per poi esplodere i riff di chitarra “spiralici”. Il death metal da spazio a momenti e sonorità più propriamente “black”, che possono ricordare i Mayhem o in generale il black metal norvegese. La band narra di mitologia e spiritualità ispirata al mondo dell’Irlanda antica, e guida l’ascoltare verso il passaggio ad una realtà ultraterrena. Un buon disco blackened death metal che forse però si muove in un territorio già battuto, senza osare troppo nella sperimentazione.

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aggressivo spirituale

Miglior traccia: Adhradh De Ghoac

72
Tier 5° · Rank 283°
Cover di DREAMCRUSH
22°

DREAMCRUSH (2026)

MOL

Metal Post-Metal Blackgaze

“DREAMCRUSH” è il terzo disco della band blackgaze danese “MOL”. E’ un disco dalle sonorità molto eterogenee: parti melodiche, atmosfere sognanti alternate a momenti più carichi e vigorosi. Si sente moltissimo l’ispirazione “Deafheaven” e in particolare dei loro dischi più prettamente “shoegaze”. Non troviamo solo scream ma anche tante parti vocali pulite e in generale una componente “black” molto ridotta - in alcune tracce quasi assente. In termini di contenuto, non è un disco immediato: i testi sono evocativi, parlano per immagini e metafore, affrontando temi quali la resilienza, il confronto con se stessi e l’idea del sogno come apertura di possibilità ma anche di tensione. Nel complesso è un ottimo disco, più immediato rispetto a molte uscite blackgaze e post-black metal, grazie alla sua componente melodica più evidente. Probabilmente però può essere meno apprezzato da un pubblico più affine al black-metal “puro”. Il disco contiene comunque dei momenti davvero riusciti - come “Hud”, “Sma Forlis” o la super sognante “Favour”. Una cosa è certa: ci sono tutti i presupposti per sentire un grandissimo progetto da questo band danese nei prossimi anni.

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sognante aggressivo

Miglior traccia: Hud

Hits: Hud, Sma Forlis

84
Tier 4° · Rank 216°
Cover di The Mantle
23°

The Mantle (2002) ✰

Agalloch

Metal Black Metal Folk Metal Post-Metal Folk Black Metal

The Mantle è uno di quei dischi che quando lo ascolti, ti chiedi: cosa sto sentendo? È uno di quei dischi che trascendono davvero il genere.
Riduttivo definirlo semplicemente black metal: le componenti black ci sono, ma non sono il fulcro assoluto. Allo stesso tempo, non è nemmeno un disco folk in senso tradizionale. È un progetto dal respiro amplissimo, che si prende tutto il tempo necessario per costruire il proprio mondo sonoro e trascinarti dentro il suo concept. E’ un disco profondamente immersivo: ti porta in paesaggi desolati, in scenari naturali immensi, dove la presenza della natura è quasi fisica. C’è una dimensione contemplativa, malinconica, che va oltre la semplice etichetta metal.

Musicalmente, la chitarra acustica è centrale: crea quel ponte fondamentale tra le atmosfere folk e le esplosioni più marcatamente black e post-metal. È proprio questo equilibrio a rendere il disco così potente. Non punta sull’aggressività gratuita, ma sulla costruzione emotiva, sull’atmosfera, sulla profondità. E riesce a tenere tutto insieme grazie ad un uso sapiente di suoni ambientali, creando una esperienza di ascolto totalizzante.

È un album fondamentale perché ha dimostrato che il metal può andare oltre i suoi confini più rigidi. Che può essere evocativo, cinematografico, quasi spirituale. Richiede diversi ascolti per essere assimilato pienamente, ma ne vale assolutamente la pena. Magari per gli amanti del suono più duro e black, non è il disco della vita ma è anche grazie a un lavoro come questo che negli anni successivi è esplosa una scena blackgaze e black atmosferico di altissimo livello, con realtà come Wolves in the Throne Room, Alcest e Deafheaven che hanno raccolto e sviluppato quell’eredità. Un disco che non si limita a stare dentro un genere: lo espande.

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malinconico spirituale angosciante

Miglior traccia: Odal

95
Tier 2° · Rank 98°
Cover di Follow the Reaper
24°

Follow the Reaper (2000) ✰

Children of Bodom

Metal Death Metal Melodic Death Metal

Follow the Reaper è il terzo album in studio dei Children of Bodom, band finlandese, uscito nel 2000. È considerato da molti — critica inclusa — il loro disco migliore, per l'equilibrio trovato tra aggressività death metal e melodie di ispirazione power metal. Un equilibrio che all'epoca non era scontato, e che ha contribuito a definire il suono melodeath nei primi anni 2000 insieme al resto della produzione della band.

Il disco non è tra le mie prime scelte in ambito metal, ma sarebbe disonesto non riconoscerne il valore. L'epicità di certe melodie è difficile da ignorare: la title track e Kissing the Shadows sono l'esempio più diretto — riff che ti agganciano quasi subito, con una facilità che non è semplicismo ma costruzione. A rendere tutto più stratificato ci pensano assoli e tastiere impeccabili, che aggiungono una dimensione quasi cinematografica al suono senza mai appesantirlo.

È un disco che ha segnato una fase precisa del metal estremo — uno di quei lavori che si riconoscono come pietre miliari anche quando magari non sono esattamente nelle tue corde.

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aggressivo misterioso

Miglior traccia: Kissing The Shadows

Hits: Follow the Reaper, Kissing the Shadows

85
Tier 3° · Rank 209°
Cover di Liturgy of Death
25°

Liturgy of Death (2026)

Mayhem

Metal Black Metal

I padri del Black Metal tornano con il loro settimo disco, “Liturgy of Death”, una sorte di concept album sulla morte. Lo stile è quello a cui la band ha abituato i fan da tempo: tecnica, riff articolati e batteria pesante e martellante. Forse un pò troppo “hi-fi” rispetto allo standard del black metal. Alla voce, Attila regala una buona performance vocale, con scream profondi e potenti. Particolarmente interessante è la chiusura della traccia finale che, con l’incursione di tamburi, ti proietta immediatamente in una specie di rito tribale - in generale lungo tutto il disco ci sono suoni “sciamanici” che evocano una atmosfera rituale. Difficilmente rientrerà nei migliori dischi del 2026, ma rimane comunque un progetto apprezzabile, non solo per il fatto che arriva da una band gigante del genere.

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spirituale aggressivo misterioso

Miglior traccia: The Sentence of Absolution

77
Tier 4° · Rank 251°
Cover di Eon of Obscenity
26°

Eon of Obscenity (2026)

Stabbing

Metal Brutal Death Metal Death Metal

E’ Incredibile pensare che la voce di questa band super brutale del Texas sia una donna, Bridget Lynch, che regala qui una performance vocale pazzesca per il genere. “Eon of Obscenity” è un ottimo disco death metal, con tutti gli elementi richiesti dal genere: aggressivo, brutale, violento in ogni sua parte. Stupire nel death metal non è facile, ma qui la band texana riesce ad inserire alcuni micro elementi - assoli accennati, ritmi sincopati, growl “animaleschi” che richiamano i Deicide dei tempi d’oro - che ti “agganciano” e rendono l’ascolto “piacevole”. Le 11 tracce del progetto sono tutte abbastanza brevi, contribuendo a creare una esperienza di ascolto che si consuma velocemente, senza portare a percepire una eccessiva pesantezza che un genere come questo può generare. In conclusione un ottimo disco per gli amanti del metal estremo.

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aggressivo

Miglior traccia: Symphony of Absurdity

Hits: Symphony of Absurdity

90
Tier 2° · Rank 143°
Cover di Megadeth
27°

Megadeth (2026)

Megadeth

Metal Thrash Metal Hard Rock

Stiamo parlando di una band gigantesca, che ha scritto la storia del Trash Metal. Questo è il loro ultimo disco e non si può dire che non escono in grande stile. L’album nel complesso suona bene ma è forse è più un’operazione nostalgia che altro. Un disco per i fan storici che però nel contesto del metal attuale fondamentalmente non aggiunge nulla. Carino il remake di “Ride The Lightning” dei Metallica, che però sottolinea quanto Mustaine rivendica un pò di meriti sul successo della band, di cui ha fatto parto per un periodo.

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trionfante aggressivo

Miglior traccia: Made to Kill

62
Tier 6° · Rank 352°
Cover di Deicide
28°

Deicide (1990) ✰

Deicide

Metal Death Metal

Deicide è il disco d'esordio dell'omonima band di Tampa, Florida, uscito nel 1990, e uno dei documenti fondamentali del death metal americano — insieme a quello che stava producendo in quegli stessi anni la scena di Tampa con Morbid Angel, Obituary e Cannibal Corpse.

Il suono è brutale, velocissimo, senza respiro. La sezione ritmica di Steve Asheim macina blast beat su blast beat, i fratelli Hoffman costruiscono riff sovrapposti e caotici, e Glen Benton — bassista e vocalist — ci mette sopra una performance vocale che ancora oggi è difficile da eguagliare: growl bassissimi e scream acutissimi in doppia traccia simultanea, come se stessero cantando due versioni dello stesso demone. I testi sono intrisi di satanismo e anticristianesimo viscerale — provocatori, teatrali, al limite del grottesco, anche se lo stesso Benton ha ammesso nel tempo che c'era molta più performance che ideologia dietro.

Dead by Dawn è l'esempio più immediato di cosa sa fare questo disco: il ritornello è una ripetizione ossessiva del titolo, martellato sopra un muro di chitarre, aggressivo fino all'ipnosi. È uno di quei riff che non escono dalla testa.

L'unico possibile limite è che trenta minuti di questa intensità, senza mai allentare, possono far sembrare alcune tracce ridondanti — non perché siano deboli, ma perché il disco non concede mai un attimo di tregua. È un rischio calcolato, e per chi regge il ritmo il risultato è clamoroso.

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aggressivo

Miglior traccia: Dead by Dawn

Hits: Dead By Dawn

98
Tier 1° · Rank 66°
Cover di I Want To See Everything
29°

I Want To See Everything (2026)

Don't Turn

Metal Black Metal Folk Metal Folk Black Metal

Disco di una band abbastanza sconosciuta, di origine probabilmente slave o russe. Il disco fonde black metal a musica folk, di evidentemente provenienza “est-europa”. Ha qualcosa di interessante nella produzione ma in più punti il disco sembra riciclare le melodie. Forse l’intenzione era quello di creare una esperienza quasi “ipnotica” ma alla lunga può annoiare o si può avere la sensazione di riascoltare sempre la stessa traccia.

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aggressivo misterioso ipnotico

Miglior traccia: Women in Formaldeyde

59
Tier 6° · Rank 371°
Cover di Elevation
30°

Elevation (2026)

Enshine

Metal Melodic Death Metal

“Elevation” non è un disco indimenticabile ma nemmeno un brutto ascolto. Le sonorità sono quelle del melodic death metal, con spazio però anche ad alcuni momenti più prettamente doom o post-metal. Purtroppo la produzione non convince totalmente. Il suono sembra un po troppo overprodotto per il genere. Nel complesso, un disco che si può ascoltare qualche volta ma difficilmente rimane in loop nelle playlist.

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misterioso sognante

Miglior traccia: The Purity of Emptiness

68
Tier 6° · Rank 323°
Cover di Legacies of Human Frailty
31°

Legacies of Human Frailty (2026)

Woe

Metal Black Metal Melodic Black Metal

Uno dei tanti album black-metal nella media. A parte un paio di tracce che melodicamente possono attirare, il resto sembra già risentito, senza nessun elemento distintivo.

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aggressivo

Miglior traccia: The Justice of Gnashing Teeth

59
Tier 6° · Rank 374°
Cover di Violent Playground
32°

Violent Playground (2026)

Violent Playground

Metal Metalcore Deathcore

“Violent Playground” è un disco senza una identità precisa: metalcore, deathcore, qualche pezzo rap, mischiati senza una direzione ben precisa. Un progetto confuso, overprodotto e assolutamente dimenticabile.

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angosciante

Miglior traccia: Violent Playground

33
Tier 8° · Rank 421°
Cover di Master of Puppets
33°

Master of Puppets (1986) ✰

Metallica

Metal Thrash Metal

Ci sono dischi che senti subito essere fuori categoria. Master of Puppets è uno di quelli: terzo album dei Metallica, 1986, e già dai primi minuti è chiaro che siamo davanti a qualcosa di diverso dal thrash metal che girava in quel momento — più costruito, più ambizioso, più pesante in senso pieno.

La title track è storia: quel ritmo che avanza compatto, si spezza, si ferma, e poi riparte come se niente fosse — è uno dei momenti più riconoscibili del metal anni '80, e funziona ancora oggi esattamente come allora. Ma il disco non si regge solo sul suo brano più famoso. Disposable Heroes è forse il pezzo meno citato del lotto, eppure è uno dei più devastanti: l'attacco di batteria iniziale è immediato e brutale, e il brano cresce con una furia che non si allenta mai. Il ritornello — you will die when I say, you must die, back to the front — è aggressivo come pochi, quasi un ordine militare scandito sopra un muro di chitarre.

A rendere tutto questo possibile c'è anche Cliff Burton, bassista della band e anima musicale di questo disco — l'ultimo che avrebbe registrato con i Metallica. Muore nel settembre del 1986, a 24 anni, in un incidente col bus durante il tour in Svezia. Sapere questo non cambia le note, ma cambia il peso di quello che si ascolta.

Un capolavoro assoluto, difficilmente stancante nonostante la complessità e la durata dei brani. Uno di quei dischi che non finisce mai di darti qualcosa.

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aggressivo riflessivo

Miglior traccia: Master of Puppets

Hits: Master of Puppets, Disposable Heroes

100
Tier 1° · Rank 39°
Cover di The Dreaming Prince in Ecstasy
34°

The Dreaming Prince in Ecstasy (2025)

Lamp of Murmuur

Metal Black Metal Thrash Metal

The Dreaming Prince In Ecstasy è il quarto disco della band black metal statunitense Lamp of Murmuur. Non è sicuramente tra le migliori uscite black del 2025, ma resta comunque un lavoro discreto.

La band adotta una formula piuttosto standard per il genere, che richiama fortemente lo stile degli Emperor e, in parte, anche quello degli Immortal. C’è qualche traccia meglio riuscita, come Hategate, una lunga suite potente e melodica, arricchita da alcune variazioni interessanti. Tuttavia, il disco soffre di una presenza eccessiva di brani poco incisivi, che finiscono per farlo suonare come un lavoro black metal nella media.

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aggressivo misterioso

Miglior traccia: Hategate

68
Tier 6° · Rank 324°
Cover di Confusion Gate
35°

Confusion Gate (2025)

Yellow Eyes

Metal Black Metal Folk Black Metal

Confusion Gate è il settimo album in studio dei Yellow Eyes, band black metal newyorkese fondata dai fratelli Will e Sam Skarstad.

È un disco che si apprezza e si consolida con gli ascolti: non è immediato, perché mescola black metal tradizionale — lo-fi, martellante e ipnotico — con sonorità folk che ne allargano considerevolmente l'orizzonte. Non solo batteria e riff, dunque, ma anche intermezzi e introduzioni con strumenti a fiato che ricreano atmosfere quasi medievali, dal sapore fiabesco. Il sassofono, suonato da Patrick Shiroishi, è presente in tre tracce Yellow Eyes e contribuisce in modo determinante a questo carattere evocativo.

Alcune intro non sfigurerebbero in una colonna sonora fantasy: quella di The Thought of Death, in particolare, è di una bellezza disarmante. Nel complesso è un disco veramente ben fatto, con melodie capaci di restare in testa a lungo.

The Thought of Death merita appunto una menzione a parte: una lunga suite con diversi cambi di ritmo e di melodia, probabilmente il punto più alto dell'intero album.

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sognante euforico

Miglior traccia: The Thought of Death

Hits: The Though of Death, A Forgotten Corridor

93
Tier 2° · Rank 113°
Cover di Scapulimacy
36°

Scapulimacy (2025)

Hedonist

Metal Death Metal Brutal Death Metal

Scapulimancy è l'album di debutto degli HEDONIST, band death metal canadese.

Non inventano nulla di nuovo — la formula è già collaudata — ma la applicano a regola d'arte. Il risultato è un progetto che suona benissimo: violento, aggressivo, martellante, con qualche momento qua e là che devia dallo standard del genere.

L'album è inoltre abbastanza breve, il che lo rende scorrevole e mai noioso. Sicuramente una band da tenere d'occhio.

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aggressivo

Miglior traccia: EXECUTION WHEEL

87
Tier 3° · Rank 191°
Cover di Labyrinthine
37°

Labyrinthine (2025)

Faetooth

Metal Doom Metal Shoegaze Doomgaze

Faetooth è un trio tutto al femminile di Los Angeles e con “Labyrinthine” firmano uno dei progetti metal più interessanti dell’anno. E’ un disco che richiede più ascolti per essere assimilato, ma quando lo si comprende arriva tutta la sua forza e bellezza. Non è un semplice disco doom metal. Nelle sue atmosfere distese, malinconiche ed eteree, si possono trovare forti influenze, dal post-metal allo shoegaze. Un tratto distintivo del suono di “Labyrinthine” è la crescente energia: molte tracce partono lente, con la batteria che scandisce tempi prolungati, quasi sospesi, ma con chitarra e basso già ruggenti ; poi quasi tutti i brani - e nel complesso anche l’album di per sé - “crescono” come in un climax estremo. Chitarra e basso diventano più brutali e distorti, la batteria parte alla carica. Il ritmo si fa più incalzante e arriva tutta la potenza del loro suono. Il disco ha anche un concept interessante, quello di perdersi in un labirinto mentale e di esplorare i propri ricordi per comprendersi. Tra tutte le tracce, spicca “Hole”, un brano capolavoro dalla crescente carica emotiva, che sul finale esplode in uno dei moment metal più riusciti degli ultimi anni.

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malinconico sognante aggressivo

Miglior traccia: Hole

Hits: Hole

97
Tier 1° · Rank 71°
Cover di Machine Head
38°

Machine Head (1972) ✰

Deep Purple

Metal Heavy Metal Hard Rock

Machine Head è il sesto album in studio dei Deep Purple e uno di quei dischi che hanno segnato l'evoluzione dell'hard rock e gli albori dell'heavy metal — un ascolto categorico.

Breve, appena 38 minuti registrati in poche settimane, ma intenso e mai noioso. Il suono è volutamente grezzo, urgente, come se la band avesse voluto catturare qualcosa di vivo prima che svanisse. Smoke on the Water è qui, con il riff più iconico della storia del rock, ma i brani meno celebri riservano spesso le sorprese migliori — l'ingresso della batteria in Pictures of Home è trionfale, difficile da dimenticare.

Quello che colpisce davvero però non sono i singoli riff, ma la coesione del disco nel suo insieme: chitarra, basso, organo, voce — una voce che sa essere melodica e immediata senza scadere nel pop — tutto si muove compatto, senza sbavature.

Un disco che forse non rimane in loop per sempre, ma che ogni volta che si rimette su suona esattamente come deve.

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aggressivo trionfante giocoso

Miglior traccia: Pictures of Home

Hits: Pictures of Home, Smoke on The Water

95
Tier 1° · Rank 90°
Cover di Lord of Two Horns
39°

Lord of Two Horns (2025)

Drawn and Quartered

Metal Death Metal

Lord of Two Horns è un disco di nicchia dei Drawn and Quartered, band attiva sulla scena da diversi anni.Non è un lavoro particolarmente innovativo: death metal brutale senza compromessi, che si inserisce chiaramente nella scia dei grandi del genere, come i Morbid Angel. Però lo fanno talmente bene, in modo così “da manuale”, da risultare comunque molto efficaci.

Se si cercano 30 e passa minuti di suono violento, aggressivo, quasi da tortura, questo è decisamente il disco giusto.

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aggressivo

Miglior traccia: Lord of Two Horns

Hits: Lord of Two Horns, Grimoire of Blood

82
Tier 4° · Rank 227°
Cover di Metagonism
40°

Metagonism (2025)

Kakothanasy

Metal Death Metal Brutal Death Metal Goregrind

Metagonism dei Kakothanasy è un album che colpisce, ma decisamente non per tutti. È brutale fino all’eccesso, con una voce gutturale profondissima che rende praticamente impossibile distinguere anche una sola parola.

Allo stesso tempo, però, il suono è sorprendentemente tecnico e pulito: batteria serrata e riff potenti riescono a mantenere un equilibrio interessante tra caos e precisione.

Dietro questa furia sonora si intravedono anche temi più profondi, suggeriti dai titoli lunghi e criptici dei brani: evoluzione, sofferenza, biologia e trasformazione, trattati in modo astratto, quasi cosmico.

In poche parole, un disco death metal notevole, capace di unire violenza sonora e una certa profondità concettuale.

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spirituale aggressivo

Miglior traccia: The Hard Problem of Targeting An Irrefutable Endogenous Transmission In A Somatic Compound

Hits: 0

74
Tier 4° · Rank 272°
Cover di Master of Reality
41°

Master of Reality (1971) ✰

Black Sabbath

Metal Heavy Metal

Master of Reality, uscito nel 1971, è il terzo disco dei Black Sabbath e il momento in cui il loro suono diventa davvero pesante — più pesante di qualsiasi cosa avessero fatto prima. Se Paranoid era un'esplosione di energia e istinto, qui la band rallenta, si fa più cupa e compatta, anticipando le fondamenta di tutto il doom e lo stoner a venire.

Sweet Leaf e Into the Void suonano come rituali fumosi, ipnotici, dove il groove ti trascina verso il basso senza che tu te ne accorga; Children of the Grave invece è un'altra bestia — cadenzata, aggressiva, con Ozzy che canta come un profeta in trance sopra un riff che non ti lascia scampo.

È meno immediato di Paranoid, ma più profondo e atmosferico: un disco che non ti prende solo a pugni, ti avvolge.

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angosciante spirituale malinconico

Miglior traccia: Children of the Grave

Hits: Children of the Grave, Sweet Leaf

100
Tier 1° · Rank 40°
Cover di Paranoid
42°

Paranoid (1970) ✰

Black Sabbath

Metal Heavy Metal Hard Rock

Paranoid dei Black Sabbath, uscito nel 1970, è uno dei dischi più influenti della storia del metal. In appena otto brani, la band di Birmingham definisce i codici del genere: riff monolitici, atmosfere cupe e un senso di inquietudine che, all'epoca, era pura avanguardia.

Quello che colpisce ancora oggi è il contrasto interno al disco — brani lenti e pesanti come War Pigs e Iron Man, costruiti su riff che sembrano colare come piombo fuso, contro la title track e Rat Salad, più dirette e accelerate, quasi punk prima del punk. A tenere tutto insieme c'è una produzione volutamente grezza, sporca, che non leviga nulla e lascia ogni colpo di chitarra e ogni urlo di Ozzy esattamente dove cadono.

È quella ruvidezza a renderlo ancora vivo. Paranoid non è solo la nascita dell'heavy metal — è ancora, più di cinquant'anni dopo, uno dei suoi vertici assoluti.

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angosciante malinconico misterioso

Miglior traccia: Paranoid

Hits: Paranoid, Iron Man

98
Tier 1° · Rank 64°
Cover di The Spiritual Sound
43°

The Spiritual Sound (2025) ✰

Agricolture

Metal Blackgaze

Già nel 2023 gli Agricolture avevano stupito con il loro disco Agricolture, con cui si erano presentati al pubblico. Con questo secondo disco, confermano di essere una band di punta nel black metal moderno. In questo progetto non solo sono riusciti a consolidare il loro suono, riprendendo alcuni motivi melodici del disco precedente, ma sono riusciti a spingersi anche oltre, contaminandosi con altri generi.

Se il primo disco era più “omogeneo” nel suono - chitarre super riverberate e distorte, blast beat poderosi - qui c’è molta eterogeneità, con influenze dal noise-rock e dalla musica industriale. Lo si capisce fin dalle prime note di My Garden, che possono quasi - lontanamente ma non troppo - ricordare certe sonorità degli Slipknot. E’ un disco non lineare, in cui ogni brano sembra esplorare una direzione diversa, pur mantenendo la coerenza emotiva di quello che a loro piace definire “ecstatic black metal”. Lo scream di Leah Levinson rimane impeccabile e contrasta perfettamente con le parti più atmosferiche del disco.

Tra tutte le tracce spiccano notevolmente Flea - con dei giri di chitarra distorta che creano un muro di suono poderoso - la più aggressiva The Weight o Bodhidarma - con un riff esplosivo finale super sognante.

Un disco che conferma che la scena blackgaze moderna riesce a raggiungere dei livelli altissimi.

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aggressivo spirituale

Miglior traccia: The Weight

Hits: The Weight, My Garden, Bodhidharma, Flea

100
Tier 1° · Rank 13°
Cover di Exercises in Futility
44°

Exercises in Futility (2015)

Mgla

Metal Black Metal

Exercises in Futility dei Mgła sfiora la perfezione. Cupo, lucido e disperato, è uno di quei dischi che incarnano lo spirito del black metal senza compromessi — non dalla Norvegia, ma da Cracovia, Polonia, dove il duo formato da M. e Darkside ha costruito in silenzio uno dei lavori più rigorosi del genere.

La struttura è già una dichiarazione poetica: sei tracce numerate da I a VI, tutte intitolate Exercises in Futility. Nessun titolo individuale, nessuna concessione alla frammentazione — un'unica opera continua che rifiuta l'idea stessa di singolo o momento isolato. Le liriche seguono la stessa logica: nichilismo filosofico, non decorativo. Non "Satana e inverno" ma una riflessione lucida sull'inutilità di ogni sforzo umano, sulla futilità come condizione esistenziale. È un disco che ha qualcosa da dire, e lo dice senza alzare la voce.

Musicalmente, la produzione non è lo-fi nel senso grezzo del termine — è asciutta e tagliente, ogni elemento al suo posto con precisione chirurgica. I riff si muovono in spirali ossessive, ipnotiche, con un'eco di Burzum — Filosofem in particolare, o il primo disco — in quel modo di costruire atmosfere gelide attraverso la ripetizione piuttosto che attraverso l'aggressività fine a se stessa. La differenza è che Mgła ci aggiunge una tensione ritmica che Burzum non ha mai avuto: Darkside è tra i batteristi più interessanti del black metal contemporaneo, e si sente soprattutto nel finale del disco, dove l'intensità cresce traccia dopo traccia — V e VI in particolare — con pattern ipnotici che intrecciano caos e controllo in modo quasi rituale.

Non è un disco immediato. Richiede più ascolti per rivelare tutta la sua profondità. Ma chi ha pazienza trova del black metal moderno di ottima fattura.

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riflessivo angosciante

Miglior traccia: Exercises in Futiliy V

Hits: Exercises in Futily V, VI

93
Tier 2° · Rank 112°
Cover di Tavastland
45°

Tavastland (2025)

Havukruunu

Metal Black Metal Folk Black Metal

Tavastland è un album che si ascolta con piacere: potente, ispirato e con un’identità piuttosto chiara.

Il mix però non sempre convince fino in fondo. Musicalmente siamo su un black metal pulito e tradizionale, con riff solidi, batteria energica e strutture familiari nel senso giusto. La band riesce a mantenere bene quel bilanciamento tra ferocia e melodia che caratterizza il genere, senza cadere in eccessi troppo moderni.

Il concept, ispirato alla ribellione della terra di Tavastia contro l’invasione cristiana, aggiunge un’aura pagana coerente e suggestiva, perfettamente in linea con l’atmosfera del disco.

Nel complesso è un lavoro ben costruito, ma a cui manca ancora qualcosa — un po’ più di sperimentazione o di lavoro sulle strutture — per fare davvero il salto di qualità.

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aggressivo

Miglior traccia: Tavastland

Hits: Tavastland

76
Tier 4° · Rank 259°
Cover di Tales of Othertime
46°

Tales of Othertime (2021)

Stormkeep

Metal Black Metal Melodic Black Metal

Gli Stormkeep sono ancora una band poco conosciuta, e Tales of Othertime è il loro primo album in studio — arriva dopo l'EP Galdrum, che aveva già fatto intuire il potenziale, e conferma che il potenziale era reale.

Il sound è una fusione tra il black metal norvegese e il power metal: violento e potente da un lato, epico e monumentale dall'altro. Un ibrido che sulla carta potrebbe sembrare forzato e invece funziona, perché gli Stormkeep riescono a tenere i due mondi in equilibrio senza che nessuno dei due prevalga in modo stonato. Il risultato evoca atmosfere medievali e fantasy con una coerenza di visione rara per un debutto — il disco costruisce un mondo sonoro preciso, e ci si entra dentro.

Il momento che riassume meglio questa forza è The Seer: un brano monumentale, che concentra tutto quello che la band sa fare e lo porta al massimo della potenza. È il tipo di traccia che giustifica da sola l'ascolto dell'intero album. L'unica riserva riguarda l'uso di tastiere e synth, che in certi passaggi suonano un po' artificiosi. È un difetto minore, ma in un disco così curato si nota.

Resta comunque un debutto notevole, mixato in modo eccellente. Una band da seguire.

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trionfante misterioso

Miglior traccia: The Seer

Hits: The Seer

91
Tier 2° · Rank 126°
Cover di Blackbraid III
47°

Blackbraid III (2025)

Blackbraid

Metal Black Metal Folk Black Metal

Blackbraid III è il terzo capitolo della omonima one-man band, un ottimo esempio di black metal americano fortemente influenzato dalla scuola norvegese — in particolare da Immortal e Satyricon, e dalla corrente più atmosferica del genere.

Accanto a queste radici, emergono interessanti contaminazioni folk: l'artista, di origini native americane, integra elementi legati alla cultura indigena, arricchendo il sound con strumenti inusuali per il black metal, come il flauto.

Un risultato affascinante e riuscito.

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Miglior traccia: God of Black Blood

Hits: God of Black Blood

81
Tier 4° · Rank 230°
Cover di Higanbana
48°

Higanbana (2025)

Sundrowned

Metal Post-Metal Shoegaze

Higanbana è il debutto di una band norvegese quasi sconosciuta, i Sundrowned. È un solido album post-metal che intreccia accenni black con elementi screamo e passaggi più ruvidi, senza rinunciare a sfumature shoegaze.

Pur soffrendo di una certa omogeneità sonora e di strutture talvolta ripetitive, la durata contenuta (40 minuti) rende l’ascolto complessivamente scorrevole. Il titolo rimanda al fiore giapponese che annuncia l’autunno, simbolo di cambiamento e del ciclo della vita, tema che attraversa l’intero disco.

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sognante rilassato

Miglior traccia: The Seed

71
Tier 5° · Rank 294°
Cover di Sunbather
49°

Sunbather (2013) ✰

Deafheaven

Metal Black Metal Blackgaze Post-Metal

I puristi del black metal non ammetteranno mai che l'album più "sbagliato" per il genere — copertina rosa shocking, band di hipster californiani in camicia a quadri, zero corpse paint — sia in realtà uno dei migliori dischi metal degli ultimi vent'anni, e forse oltre. Il fastidio si è moltiplicato quando la stampa mainstream ha cominciato a incensarlo: Metacritic lo ha dichiarato il disco più recensito positivamente del 2013 in assoluto, in qualsiasi genere, e Rolling Stone lo ha inserito nella lista dei cento migliori album metal di sempre. Un disco di una band di ragazzi che sembrano poter riparare il tuo laptop, celebrato ovunque mentre i gruppi "aderenti" ai canoni estetici e sonori del genere restavano nell'ombra. Lo scandalo, insomma, era doppio.

I Deafheaven non hanno inventato il blackgaze, ma con Sunbather lo portano probabilmente alla sua massima espressione. È un disco catartico: lo capisci fin dalle prime note, quelle distorsioni che arrivano come una bassa marea e poi esplodono subito in blast beat e muri di suono che ti travolgono. È black metal, ma non c'è nulla di oscuro: il suono è luminoso, quasi solare, e lo scream di George Clarke non comunica violenza né minaccia — è fragile, carico di tristezza e rassegnazione, qualcosa di inaspettatamente umano in un contesto dove di solito si simula il demonio.

La title track è il cuore del disco: oltre dieci minuti in cui i momenti si susseguono e si superano a vicenda per intensità emotiva, melodie sognanti che cedono il posto a esplosioni furiose e poi tornano, ogni volta più cariche di senso.

È un disco da pelle d'oca. Non è immediato, soprattutto se non si è abituati a questo suono — ma se ci si apre e si cerca di entrarci dentro, rivela una bellezza rara. Difficile da trovare, e ancora più difficile da dimenticare.

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malinconico sognante

Miglior traccia: Sunbather

Hits: Dream House, Sunbather, The Pecan Tree

100
Tier 1° · Rank 26°
Cover di Ecailles De Lune
50°

Ecailles De Lune (2010) ✰

Alcest

Metal Blackgaze Post-Metal Black Metal

Con Écailles de Lune il blackgaze smette di essere un esperimento e diventa un genere. Alcest — nella pratica il progetto del chitarrista e vocalist Neige — prende il muro di suono, i blast beat e l'aggressività viscerale del black metal e li fonde con le atmosfere sognanti e malinconiche dello shoegaze, con l'ombra lunga del dark ambient di Burzum sullo sfondo. Il risultato non è un compromesso tra i due mondi: è qualcosa di nuovo.

Il disco si apre con la suite in due parti della title track, quasi venti minuti che stabiliscono subito le regole del gioco — l'alternanza tra esplosioni di violenza sonora e derive eteree che ti lasciano sospeso. Ma il momento più rivelatore è Percées de Lumière: qui la melodia sognante e malinconica resta sempre in primo piano anche quando lo scream estremo di Neige entra in scena, e non ti aspetti che funzioni così bene. Chitarre distortissime che suonano melodiche, batteria che spinge senza schiacciare — è un contrasto che non ha niente a che fare con il black metal di maniera, fatto di blast beat e wall of sound fine a se stessi.

Il concept del disco — il viaggio di un uomo verso un'altra forma di esistenza, una realtà parallela da cui non si torna — non è solo un'idea scritta nel booklet. Lo senti, ma a una condizione: devi immergerti. Cuffie, ascolto attivo, nient'altro in sottofondo. Se lo metti in secondo piano, ti sfugge. Se ci entri dentro, è un'altra cosa.

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sognante spirituale malinconico

Miglior traccia: Percèes De Lumière

Hits: Ecailles de lune Pt. 1, Percèes De Lumière

100
Tier 1° · Rank 33°